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Tra limiti e regole

All’inizio di ogni incontro, prima di lasciar andare i bambini a ritrovare nella sala il piacere del gioco, ricordo a tutti le condizioni di sicurezza che devono assolutamente rispettare: non è possibile farsi male, fare male agli altri e non è possibile distruggere ciò che gli altri costruiscono.

Un bambino mi apostrofa e dice con l’indice alzato: “E comportarsi bene!”

Allora chiedo: “Cosa significa comportarsi bene?”

Interviene un altro: “Fare i bravi!”

Io insisto: “Ma cosa intendete voi per fare i bravi?”

A quel punto, con mio grande divertimento, sento un bambino dire al gruppo: “Martina non sa proprio niente!” E per un attimo c’è della complicità tra loro, loro che sanno a cosa si riferiscono e io che invece continuo a non dare per scontato quello che vogliono dire.

Poi silenzio.

Timidamente qualcuno azzarda delle risposte: “Vuol dire obbedire…” , “E ascoltare…”, “Vuol dire fare quello che dicono gli adulti”.

In mezzo secondo passano dentro di me tanti pensieri: fare i bravi vuol dire fare quello che dicono gli adulti. Ah davvero? Questo, credo, piacerebbe tanto agli adulti perchè sarebbe molto più semplice entrare in relazione con i bambini, ma a quale prezzo? Quando un bambino non può esprimere la sua persona e tutte (dico tutte!) le sue emozioni, le sue fragilità, le sue fatiche siamo sicuri che si stia “comportando bene”? O forse sta cercando di rimanere come può dentro una regola rigida e che non comprende nemmeno fino in fondo, il cui rispetto però è necessario a non perdere il bene più grande ossia la relazione con quell’adulto e l’amore di quell’adulto?

Non facciamo confusione! I bambini non devono fare “quello che dicono gli adulti”, devono rimanere con il loro comportamento dentro un limite che è stabilito dall’adulto, ma entro il quale possono essere liberi di muoversi come sentono, come vogliono. I limiti infatti sono necessari e importantissimi e servono a garantire la sicurezza di ognuno, ma anche la sua libertà di espressione. I bambini non sono liberi quando non hanno limiti, in quel caso, come dico spesso, sono persi. I bambini sono liberi dentro un confine chiaro e ben comprensibile che noi adulti poniamo. In questo limite trovano appunto sicurezza,  sicurezza nel separarsi, nel costruire la propria identità in modo autonomo, nel dire di no quando è no e di sì quando è sì. I limiti aiutano tantissimo il simbolico. Le regole invece, quelle a cui si deve obbedire per i grandi, portano esattamente quello che offrono: rigidità, dipendenza, omologazione e tanta tanta rabbia (che poi da qualche parte dovrà pure uscire no?).

Ho risposto così: “Vi dico una cosa, qui è il posto dove si può fare quello che dicono i bambini!” e con questo li ho lasciati andare al gioco.

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Essere Specialisti della PPA® (Pratica Psicomotoria Aucouturier) oggi

Ogni anno noi Specialisti nella Pratica Psicomotoria Aucouturier riconosciuti dall’EIA (Ecole International Aucouturier) ci ritroviamo per due giornate di scambio e condivisione su temi che ci riguardano come professionisti, ma che ci fanno interrogare anche su come garantire che il nostro lavoro incontri realmente i bisogni dei bambini e delle famiglie del mondo attuale.

Se è vero infatti che lo Specialista PPA deve mantenere fede in modo rigoroso ai principi fondanti la nostra Pratica e al quadro che essa propone per favorire lo sviluppo del bambino, la sua maturazione psicologica e il mantenimento, il rafforzamento o l’instaurarsi del legame somato-psichico necessario per la salute della persona, è vero anche che è necessario avere sempre presente la realtà in cui la nostra proposta si inserisce, una realtà mutevole, spesso instabile, in cui non sempre i bisogni dei bambini sono tenuti in giusta considerazione. Una realtà in cui vengono fatte tante proposte alle famiglie che talvolta disorientano più che rassicurare, che confondono più che permettere ai genitori di mettere a fuoco ciò che è veramente importante, in primis la relazione.

Il bambino, ci ricorda Aucouturier, ha bisogno non solo di sentire che la sua azione ha successo, ma anche che l’adulto che sta con lui, fin dal principio, prova piacere nel trasformarsi insieme a lui.

“Il successo dell’azione condiziona l’evoluzione del bambino ed è indissociabile dal piacere che prova la madre nel riceverla. Soltanto un ambiente malleabile e trasformabile garantisce infatti l’evoluzione del bambino. Sembra che questo processo possa valere durante tutta la vita.” (B. Aucouturier, “Il metodo Aucouturier”).

Questa reciprocità negli scambi è quindi una condizione indispensabile. Lo psicomotricista lo sa bene perché in sala è chiamato a trasformarsi a livello tonico ed emozionale con il bambino e questo risulta il punto più importante nell’aiuto terapeutico.

Ma questo ci ricorda anche l’importanza che negli scambi precoci e successivi tra la figura di cura e il bambino ci sia equilibrio nel considerare la relazione come un mezzo per il soddisfacimento dei bisogni (fisiologici ed emotivi) del bambino e come un fine. Il fine è il piacere reciproco che si prova nello stare insieme, all’origine della possibilità di aprirsi all’intersoggettività. Se noi ci sbilanciamo e badiamo unicamente a corrispondere i bisogni in modo meccanico, senza piacere e trasformazione alcuna, manca un pezzo fondamentale e il bambino lo sente e lo manifesta; così come se presi e “annebbiati” dal piacere fusionale del contatto e dello stare insieme confondiamo i bisogni del bambino e scambiamo, ad esempio, la richiesta di affetto, di sguardi, di limite per una richiesta di cibo, di cose materiali o per un “capriccio”.

Un adulto che si lascia trasformare nella tonicità, nei gesti, nella postura, nel tono della voce offre al bambino il migliore ambiente di sviluppo. Ne abbiamo immenso bisogno in famiglia, ma anche a scuola e nelle realtà che il bambino frequenta nel tempo libero. Dobbiamo provare a fare lo sforzo di andare proprio lì dove il bambino ci chiede per quanto costi fatica e pensiero.

I bambini hanno bisogno di stabilità come condizione fondamentale alla creazione di un attaccamento sicuro, ma anche di malleabiltà, di un ambiente che si modifica per venire loro incontro, accoglierli ed incontrarli nei loro bisogni più profondi che dobbiamo riconoscere, anche se non sempre necessariamente possiamo soddisfare. Dobbiamo garantire a ciascuno di poter esprimere la differenza che porta! Non possiamo proporre situazioni “rigide” a cui è il bambino a doversi adattare, come se non ci fosse emozione, come se non ci fosse storia dentro ognuno di noi!

In questo delicato equilibrio lo psicomotricista gioca la sua opera di aiuto e credo che oggi la proposta della PPA sia assolutamente attuale, coerente e rispondente a quanto viene chiesto dai bambini. Credo che la nostra formazione continua come Specialisti ci permetta di rimanere aperti a guardare il bambino e i genitori andando oltre “quello che si vede e quello che si dice”, dando senso alle storie di relazione senza giudizio e con disponibilità ad un aiuto concreto a crescere insieme, mettendo radici stabili nel difficile compito di essere famiglia. È questo che sostiene negli inevitabili momenti di difficoltà ed incertezza che la nostra realtà continua a farci conoscere.

Oggi abbiamo il riscontro oggettivo che quello che facciamo nella relazione di aiuto modifica le reti neurali e produce reale cambiamento, questo non è più confutabile grazie agli studi di Kandel che ha dimostrato scientificamente che è l’ambiente più della genetica a determinare l’evoluzione e lo sviluppo di un bambino (per approfondire è possibile rivedere l’intervento del dottor Mauro Polacco dal titolo “Eric Kandel: epigenetica, educazione e relazioni di aiuto” all’interno della quarta edizione di Educhiamoci): ciò che viviamo all’interno di una relazione ha ricadute sulla nostra individualità, sulla formazione della nostra persona e questo vale lungo tutto il corso della nostra esistenza, sebbene il momento cruciale sia rappresentato dal tempo della gravidanza e dei primi due anni di vita.

Noi tutti, genitori, insegnanti, educatori, professionisti della cura, siamo ambiente per ogni bambino che incontriamo e questo deve farci maturare la profonda consapevolezza della responsabilità che abbiamo nel condizionare la sua crescita e il suo benessere.

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Cosa c’è di speciale qui?

Si avvicina la fine del percorso per alcuni gruppi e piccoli gruppi di bambini e quando ne parlo con loro per prepararli a questo momento qualcuno dice: “A me piace tanto venire qui, ci vorrei venire per sempre!”. Allora chiedo: “Cosa c’è di speciale qui?” e si aprono le risposte più disparate, ma alcune vale proprio la pena di segnarsele e di tenerle a mente per non far perdere mai alla sala e alla PPA il suo meraviglioso potenziale, unico nel suo genere.

“Qui gioco con voi, le mie idee diventano giochi! È più facile! Fuori non è così. A scuola non giochiamo mai in questo modo e a casa mi annoio, devo solo studiare!”

“Io poltrisco sul divano”.

Nella sala di PPA c’è di speciale che i bambini incontrano qualcuno che è lì per loro (lo psicomotricista) e con loro (i compagni). Si forma un gruppo, un gruppo speciale perché non è quello della scuola e nemmeno quello dello sport o delle uscite con la famiglia. È un gruppo che in un certo senso condivide dei “segreti” e delle fatiche importanti e soprattutto nei lavori di aiuto non è sempre scontato sentire di farne parte. Un gruppo fa sentire il limite perché non si può fare come se gli altri non ci fossero, ma fa sentire anche che negli altri ci si può ritrovare, cioè si può trovare delle parti di sé, belle e meno belle, buone e meno buone, e questo apre alla distensione e alla trasformazione di molti nodi interni. Infatti “le idee diventano giochi”, tutto il proprio mondo interno può emergere ed essere “giocato”, mettendo in scena quello che Bernard Aucouturier definisce “un falso che è più vero del vero”.  In questi momenti, quando la propria interiorità può uscire senza temere il giudizio e trova ascolto, quando le proprie idee prendono vita in un gioco, cioè quando l’Io diventa protagonista delle proprie azioni, ci si sente sicuri e onnipotenti e si arriva a percepire un senso di esistenza che non sempre si riesce a vivere in altri posti, per esempio dove le proposte sono più strutturate, dove ci sono degli esercizi da eseguire (vedi nello sport) o delle richieste da corrispondere. Tuttavia se i bambini possono arrivare a custodire dentro di loro in modo stabile il ricordo di quel “pieno di piacere” vissuto in sala, potranno ritrovarlo anche in altre situazioni ed esso diventerà come un appiglio a cui “aggrapparsi” e su cui far leva nei momenti più difficili che non li farà mai “cadere nel vuoto”, non li farà mai arrendere.

Questo è un aspetto che tutti i genitori dovrebbero considerare, soprattutto quando si trovano indecisi se far intraprendere ai loro figli un percorso di Pratica Psicomotoria o farli partecipare ad un gruppo sportivo: sono opportunità completamente diverse, con obiettivi specifici, quindi per me non sono l’uno l’alternativa all’altro! Così come non è corretto pensare che la PPA possa andare bene solo fino al tempo della scuola dell’infanzia, nell’attesa di iniziare uno sport, perché per alcuni bambini, accanto allo sport, potrà continuare anche il lavoro in sala che è un aiuto alla maturazione importantissimo e per alcuni imprescindibile che non si può fare in altri luoghi.

L’esperienza che si fa nella sala della PPA passa attraverso il movimento spontaneo del corpo e i bambini sentono che in tale movimento del corpo c’è movimento di pensieri ed emozioni! E quando manca questo movimento altrettanto lo sentono e lo chiamano erroneamente noia. Io penso invece sia “appiattimento” fisico ed emotivo, spesso accompagnato da solitudine, di cui farebbero volentieri e giustamente a meno, mentre della noia hanno bisogno in quanto spazio vuoto in cui far emergere i propri desideri e il proprio immaginario e in cui allenare le proprie  funzioni esecutive (pianificazione, attenzione, memoria di lavoro ecc.) attraverso il gioco libero.

“Poi tu ci racconti delle storie che sembra di essere al cinema perché è come se vedessi le immagini che si muovono”.

Ah le storie! Un momento difficilissimo della seduta in cui lo psicomotricista, a partire da ciò che ha osservato nei bambini e che ha risuonato in lui, va a pescare dentro di sé delle immagini che possano servire per far toccare ai bambini dei picchi di emozione e vivere poi la rassicurazione profonda non più nel coinvolgimento corporeo, ma con la parola, una parola che è comunque “vicina” al corpo, che permette al bambino di com-prendere, un capire che “si sente dentro” e che si intende appieno proprio perché riorganizza assetti precedenti. È una parola che riempie gli occhi, li fa spalancare di stupore o tappare per la paura. È una parola che ammutolisce o apre a domande, a intromissioni, ciascuno con ciò che in lui ha prodotto il racconto. È una parola che dà senso al vissuto interno di ciascuno, prendendo progressivamente distanza dall’emozione per non rimanerne intrappolati.

“Se il mostro urla, il bambino ha paura!” 

“I mostri non esistono…”

“Si esistono, ma abitano in un paese lontanissimo”

“No, non esistono più, si sono estinti!”

“Allora sono morti…”

“La mia mamma mi ha detto che i morti hanno il corpo in cimitero e tutto il resto in cielo”

“I miei bisnonni sono tutti in cielo”

Ed è così che raccontando di mostri che urlano capita di arrivare a parlare di morte, ognuno come la sente. Lo psicomotricista è pronto, sa raccogliere i vissuti e restituirli ai bambini in modo da non lasciarli nell’angoscia e loro sanno che lì si può parlare di tutto. Ma non ci si improvvisa narratori!

Alessandro Baricco dice: “Ci sono di mezzo dei desideri e dei dolori…non hai un nome per dirli…allora si usano le storie”.

In ultima analisi credo che nella sala di PPA di speciale ci sia tanto, ma qualche volta non si riesce a spiegarlo bene come tutte le cose che si capiscono solo quando si vivono. I bambini lo sanno, ai genitori è richiesto a volte un atto di fede, perché se in altri contesti le differenze tra il prima e il dopo si apprezzano in modo evidente (ad esempio in piscina, prima non so nuotare e poi imparo), in questi percorsi non sempre è così: la maggior parte delle volte fuori si vede poco, ma lo psicomotricista e il bambino sanno che invece il lavoro fatto è grande e porterà i suoi frutti per l’intera vita.

“Non lo so perché, ma mi piace tanto venire qui!”

Un bambino non dimentica mai come si è sentito!

 

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Come regolare la rabbia nei bambini? Dare loro spiegazioni non serve!

Una delle più frequenti richieste con cui i genitori si presentano a colloquio per chiedere aiuto per i loro figli è la difficoltà dei bambini a gestire la rabbia.

La rabbia, accanto a gioia, paura, tristezza, disgusto e disprezzo, è una delle emozioni definite primarie, secondo la classificazione di Paul Ekman e, come tutte le emozioni, è generata da uno stimolo (trigger) e ha uno scopo: serve per produrre un’azione, cioè per rispondere alla realtà senza rimanere passivi di fronte ad essa.

Nel caso specifico della rabbia il trigger è la percezione di essere impossibilitati a fare qualcosa che vorremmo fare, quindi il sentire che un ostacolo ci impedisce di agire come vorremmo. A quel punto la risposta emotiva, che è un impulso innato, universale e inconscio (che quindi si genera sempre!) è la rabbia che ha la funzione di attivarci per riuscire a fare effettivamente ciò che vogliamo fare. Tuttavia questo non è sempre possibile: spesso anche di fronte a ciò che riteniamo essere ingiusto o che si frappone tra il nostro desiderio e la sua concreta realizzazione dobbiamo in qualche modo integrare un senso di realtà che richiede di controllare la nostra risposta, aiutati in questo dalla corteccia prefrontale e da quello che è definito il “cervello del cuore”, andando verso azioni sempre più adattive che ci permettano di stare bene anche quando le cose non vanno esattamente come avremmo voluto. Ma che fatica! E quanto tempo ci vuole per arrivare a questa consapevolezza! Infatti questa parte del nostro cervello, quella prefrontale, termina il suo sviluppo a circa 25 anni.

Nei bambini la rabbia è molto più immediata e “visibile”: subisco un torto e lancio un oggetto con violenza; mi rubano un gioco e dò uno spintone; mi dicono di “no” e reagisco urlando e buttandomi a terra… e tanti altri esempi si potrebbero fare. Si tratta di reazioni impulsive e quindi che sfuggono al controllo, ma che in realtà, se vengono guardate in termini evolutivi e adattivi rappresentano un istinto a difendersi e a rispondere ad un torto, reale o percepito come tale, che ci fa sentire che i nostri diritti sono stati in qualche modo violati, che la nostra libertà di espressione è limitata, che la nostra possibilità di provare piacere immediato è differita. Talvolta l’aggressività con cui si esprime la rabbia è dettata anche dal bisogno ancestrale di sentirsi riconosciuti dall’altro e di sentirsi in una situazione di controllo e sicurezza fisica e affettiva.

Per questo è sempre molto importante osservare cosa succede prima dello scoppio di rabbia in modo da poter collocare la risposta impulsiva in un quadro più ampio che sottende un bisogno profondo che va riconosciuto e accolto.

Spesso accade invece che i genitori si sentano disarmati di fronte alla rabbia dei figli e tentino di placarla il prima possibile, a volte dicendo frasi del tipo: “Non arrabbiarti!”, “Fare così non servirà a nulla!” e dimostrando essi stessi di perdere il controllo, arrabbiandosi e facendo al contempo provare al bambino un senso di colpa o di vergogna. Altre volte, pur di non contattare una tale perdita di controllo, così destabilizzante anche per l’adulto, i bambini vengono assecondati immediatamente nelle loro pretese in modo che la situazione rientri al più presto.

In entrambi i casi però il bambino non viene aiutato nella sua maturazione psicologica che prevede che l’emozione non venga repressa, ma accompagnata verso forme di espressione più mature ed adattive: arrabbiarsi è possibile ed è un diritto, ma si può esprimere la propria rabbia senza raggiungere alti livelli di aggressività che comportano il ferire, fisicamente o anche verbalmente, se stessi o gli altri. In questo senso è fondamentale che il bambino sia aiutato dall’adulto a modulare l’espressione della rabbia, cosa che richiede un certo controllo delle proprie emozioni e una certa possibilità di stare di fronte alla rabbia dei propri figli senza troppo farsi turbare.

Noi sappiamo che l’intero sviluppo del bambino è collegato alla relazione emotiva che egli ha con le proprie figure di attaccamento. In particolare, negli ultimi anni, la teoria polivagale di Porges ha fornito un modello molto utile e con risvolti applicativi pratici per aiutarci a considerare gli aspetti di maturazione del sistema nervoso del bambino e la sua possibilità di regolare le proprie emozioni in relazione all’ambiente in cui il bambino cresce, che può rivelarsi di aiuto o di ostacolo a questi passaggi evolutivi. Senza addentrarci troppo nei presupposti scientifici della teoria, ciò che dobbiamo tenere in mente in relazione al tema che stiamo affrontando è che prima dei 18 mesi di vita il bambino non possiede ancora una sufficiente maturazione delle strutture del sistema nervoso che permettono di regolarsi da solo, ciò significa che di fronte ad uno stimolo percepito come una minaccia o un pericolo, il bambino manifesta una risposta innata e impulsiva che è per lui l’unica possibile. Se l’adulto che si prende cura di lui a sua volta comincia a diventare aggressivo, ad urlare, ecc. in un certo senso sarà come dare ragione al bambino rispetto al fatto che c’è un pericolo da cui difendersi. Il bambino percepirà quindi l’ambiente come insicuro e la risposta impulsiva si registrerà profondamente dentro di lui dando luogo a forme più o meno evidenti di disregolazione emotiva. In altre parole il piccolo continuerà a reagire in modo impulsivo e/o aggressivo sentendo che anche l’adulto sta perdendo il controllo e quindi di fatto sentendo che la minaccia è reale. A questo punto non basterà la volontà per modificare la reazione in comportamenti più adeguati, ma sarà necessario un lavoro più profondo di cui parleremo in seguito.

Cosa può fare invece l’adulto di fronte alla rabbia del bambino? Se l’adulto, genitore in primis, si dimostra calmo, non preoccupato e non reattivo, riuscendo a contestualizzare la risposta impulsiva senza condannarla, offrendo la sua presenza rilassata ed empatica, il bambino farà esperienza di un ambiente sicuro in cui tutto va bene e in cui non è necessario reagire. In questo modo, dal diciottesimo mese di vita in poi le strutture nervose cominceranno ad essere mature per attivare una risposta che non è più impulsiva, ma che definiamo “sociale”, cioè appresa dal caregiver. Ad esempio, in una situazione percepita come ingiusta il bambino imparerà a chiedere aiuto cercando il contatto, lo sguardo, la relazione con l’adulto senza passare all’atto aggressivo. A questo punto se l’adulto di riferimento risponde in modo empatico il bambino mette dentro di sé questo tipo di risposta e impara progressivamente che può “cavarsela” e stare sufficientemente a suo agio anche in quelle situazioni difficili.

I bambini non hanno bisogno di spiegazioni su come modulare la rabbia, ma hanno bisogno di fare nel corpo esperienze di regolazione emotiva! Esperienze di piacere, trasformazione, relazione, contatto che insegnano ad accogliere sul piano emotivo le difficoltà della vita. L’adulto che si prende cura deve offrire un ambiente di questo tipo per poter aiutare il bambino a modulare pian piano l’espressione delle sue emozioni, anche di quelle più impetuose e destabilizzanti come la rabbia, lasciando da parte le troppe parole e proponendosi con la propria corporeità accogliente, calda ed empatica. Allora lo sviluppo del bambino procederà lungo traiettorie evolutive armoniche che permettono una crescita in salute.

Viceversa, per coloro che hanno fatto ripetute esperienze di disregolazione sarà necessario, come accennato prima, un lavoro profondo che permetta di “ristrutturare” e accompagnare alla maturazione quella parte del sistema nervoso che ha registrato tali impronte. In questo senso la Pratica Psicomotoria si colloca come un’eccezionale possibilità di aiuto al bambino: lo psicomotricista è formato infatti per accogliere la pulsionalità di ciascuno in modo empatico e per far evolvere l’espressività motoria verso forme più adattive che permettano di stare meglio con se stessi e con gli altri. Nell’aiuto psicomotorio si permette così al bambino di accedere alle proprie risorse e lo si aiuta a mettere dentro di sé nuove esperienze di trasformazione di fronte alla frustrazione.

Martina Agnoli

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Separarsi: una fatica per i genitori, una necessità per i bambini

Separarsi: una fatica per i genitori, una necessità per i bambini che dopo essere stati per nove mesi dentro la pancia della mamma e, se tutto va bene, per circa altrettanto tempo a stretto contatto con la stessa, piano piano cominciano a sentire il bisogno di prendere distanza. È una spinta evolutiva! Scoprono di potersi spostare nello spazio, di poter dire di no con il corpo, divincolandosi, spingendo via chi li vuole trattenere, affermando in vario modo la differenza che portano rispetto ai loro genitori. Questo non sempre piace alle mamme e ai papà, un po’ perché sentono di perdere il controllo sul figlio, un po’ perché in generale facciamo più fatica ad accettare ciò che è diverso da noi rispetto a ciò che è uguale. Ma è proprio nella differenza che si costruisce l’identità! Quindi favorire il processo di separazione-individuazione, riconoscendo i figli come persone diverse da noi, diverse dall’idea che avevamo di loro, lasciando progressivamente un maggior spazio di autonomia e di autoaffermazione se non è certo sempre facile e automatico, è tuttavia un regalo fondamentale che facciamo ai nostri figli!

Vittoria Maioli Sanese scrive che così come non può sopravvivere oltre i nove mesi un figlio dentro la pancia, allo stesso modo “muore” se non esce da quel rapporto fusionale dei primi tempi in quanto perde il suo sentimento di esistenza che deriva dal sentirsi protagonisti delle proprie azioni sul mondo.

Separarsi significa accettare di perdere un po’ il controllo, significa avere fiducia che il bambino senza di noi ce la farà, significa essere consapevoli che i figli sono fatti per andare e non per rimanere nel nido, significa essere consapevoli (e renderli consapevoli!) che hanno un corpo proprio e pensieri propri che man mano costruiscono in modo unico ed originale, se viene loro concesso.

Nella mia esperienza professionale e dal confronto con colleghi psicologi, psicoterapeuti, psicomotricisti ritrovo un filo rosso nelle varie situazioni di malessere del bambino: una difficile separazione. A volte si tratta di separazioni precoci, brusche, non elaborate come nel caso dei bambini nati molto prematuramente, ospedalizzati o di mamme che riportano problemi di salute in gravidanza o dopo (e su queste situazioni, ahimè, è spesso la vita che decide, noi possiamo al più lenire la ferita); altre volte però si tratta di separazioni mai avvenute per la necessità del genitore stesso di tenere il figlio vicino o per la paura di lasciare che il bambino vada per la sua strada, faccia la sua esperienza, incontri anche delle frustrazioni o delle difficoltà senza il bisogno di prevedere e prevenire tutto.

Per poter approfondire il tema ho chiesto al Dottor Alberto Pellai, ricercatore e docente presso il dipartimento di Scienze Biomediche dell’Università degli Studi di Milano, di poter rispondere ad alcune domande per aiutare i genitori a riflettere. Pellai è stato ospite a “Educhiamoci – giornate per l’educazione” e “Cambio Gioco”, iniziative organizzate rispettivamente dal Comune di Vittorio Veneto e dall’Ulss6 Euganea di Padova in collaborazione con noi di I AM servizi

Dottor Pellai da che cosa nasce la difficoltà dei genitori di permettere ad un bambino di separarsi da loro? 

Da una parte separarsi dal figlio significa perdere un pezzetto di nutrimento affettivo che per i genitori è anche identitario cioè mi dà un ruolo, mi dà una funzione, mi dà un significato e allo stesso tempo mi fa sentire bene, pensiamo ad esempio a come tenere il bambino nel lettone è una cosa che genera molta tenerezza, un senso di intimità col bambino, quindi c’è dentro una bellezza percepita, una piacevolezza percepita. Il secondo aspetto è che nella separazione il bambino aumenta la sua dimensione di autonomia e quindi perde la dipendenza e questo agli occhi del genitore lo espone ad una quantità maggiore di rischi e di pericoli che attivano i bisogni di protezione: se io ti tengo attaccato a me, se io sono dove sei tu, io sto tranquillo perché non ti succederà niente di male. Inoltre oggi gioca a sfavore la fragilità emotiva dell’adulto che regola male la propria ansia protettiva cercando di azzerare il più possibile qualsiasi genere di rischio e inconveniente nella vita dei propri figli.

A questo proposito che ruolo gioca nella separazione l’iperprotezione e la tendenza a sostituirsi al figlio per evitargli frustrazioni e cadute?

Nell’iperproteggere e nel fare al posto del bambino e risparmiargli l’errore il genitore si sente tranquillo e soddisfatto, gli sembra di rendere il suo bambino molto, molto felice. In effetti un bambino che non vive frustrazioni, cadute ed errori è un bambino che apparentemente sta sempre bene, a cui non è accaduto niente di male, tuttavia è allo stesso tempo un bambino fragile perché non si allena a tollerare e ad affrontare anche quelle esperienze che nella vita non sono piacevoli, ma disagevoli! Quindi un genitore dovrebbe mettere dentro al proprio mansionario del genitore che allenare alla vita non vuol dire solo preparare ai grandi salti nel territorio della bellezza e della collettività, ma anche preparare al tempo della sconfitta, al tempo della fatica, al tempo del disagio che è un compito fondamentale in età evolutiva.

Cosa ne pensa degli allattamenti prolungati e del cosleeping prolungato (spesso anche fino all’età della scuola primaria e oltre)? Concorda con me nel sostenere che queste scelte abbiano delle ricadute negative nella possibilità del bambino di costruirsi come un individuo separato e autonomo?

Questo è veramente uno di quei temi per i quali qualsiasi cosa dici avrai delle persone che ti dicono il contrario perché la ricerca dimostra tutto e il contrario di tutto. Infatti noi abbiamo ricerche che ci dicono che il cosleeping diventa una zona di co-dipendenza e allo stesso tempo abbiamo studi che misurando e valutando il cosleeping dicono l’esatto contrario. In generale quello che credo è che sia molto importante che l’adulto aiuti il bambino a costruirsi un’identità autonoma e in questo la separazione è un passaggio fondamentale! Lavorando con i genitori ci accorgiamo che a volte il cosleeping in realtà è uno dei modi con cui noi raccontiamo una certa impotenza ad educare il bambino al tempo dell’autonomia che è un’educazione impegnativa! A me verrebbe da dire che il cosleeping ha senso nel momento in cui abbiamo la certezza che il bambino sa dormire anche da solo, in autonomia. Se sa fare questo allora gli posso offrire anche il cosleeping nei momenti in cui è ammalato, nel momento in cui ha bisogno, ma se il bambino a cinque o sei anni non sa fare l’esperienza del dormire in autonomia il rischio è davvero grande: questo aspetto lo rende più fragile invece che più forte e allo stesso tempo non gli permette di conquistare quello spazio di crescita necessario per ampliare il suo potenziale di socializzazione, ad esempio non potrà andare a dormire a casa dei nonni, a casa degli zii, a casa di un amico, non potrà fare vacanze se non solo con la mamma e con il papà…Quindi dargli questa competenza e questa abilità del dormire da solo alla fine facilita molto nel bambino l’acquisizione di vantaggi che vanno oltre all’imparare a stare nel suo lettino.

La nostra esperienza ci dice che anche continuare ad allattare il bambino ormai cresciuto e svezzato lo tiene in qualche modo dipendente e quindi più fragile nel momento in cui deve affrontare degli aspetti di socialità che lo allontanano dalla famiglia. Cosa ne pensa?

È così e in realtà vengono spesso citate a questo proposito le linee guida dell’OMS che raccontano anche di un allattamento prolungato oltre i tre anni addirittura, ma quando noi parliamo di linee guida OMS dobbiamo considerare che sono create su scala globale cioè che servono anche per le mamme africane: il cibo più sicuro per un bambino che cresce in territori molto poveri resta il latte della sua mamma. Questa però non è un’urgenza che abbiamo noi nei paesi occidentali. Inoltre, sempre all’interno delle nostre abitudini, dei nostri costumi, del nostro contesto socio culturale, pensare di ridurre il ricorso all’allattamento entro il primo anno o il secondo anno di vita (ognuno poi fa le sue scelte) significa permettere sia al bambino che alla sua mamma di avere il proprio spazio di azione di vita e di esplorazione e questo è fondamentale rispetto al tema che stiamo trattando.

Alla luce di quanto detto fino a qui, quali sono le conseguenze che potrebbe avere a lungo andare il non permettere ai bambini di costruirsi come individui separati e autonomi rispetto ai genitori? In particolare c’è la possibilità di sviluppare altri tipi di dipendenze potenzialmente pericolose o problemi in età adolescenziale o adulta?  

In generale direi che tutte le volte che la protezione è troppa, l’esplorazione diventa ridotta e quindi più noi teniamo un bambino in un territorio dove è molto protetto, più automaticamente limitiamo l’espansione verso quelle zone in cui può scoprirsi autonomo, può scoprirsi se stesso e non invece “se stesso-inglobato-dentro- al-corpo-e-all’esperienza-dell’adulto” che per lui è base sicura! Cioè il concetto di base sicura è un concetto importantissimo che non serve però a tenere appiccicato il figlio a sé: se tu sei una base sicura la prima cosa che senti è la tranquillità nel vedere il tuo bambino che si stacca da te che è l’esatto contrario di molti, molti modelli attuali per cui la base sicura è appiccicata al bambino a cui viene offerta.

Come possono i genitori orientarsi tra tante diverse teorie e tanti diversi modelli?

È molto difficile perché comunque la dici, la sbagli! È come se la stessa scienza non avesse generato una veduta comune. Questo oggi rimane un rischio enorme credo su tutti i temi dell’età evolutiva perché anche se dici ad un genitore (magari anche in una prospettiva molto clinica o scientifica) che la cosa che sta facendo non è la cosa migliore, lui comunque troverà da qualche parte scritto che sta facendo bene, che va bene come sta facendo e quindi non riuscirà veramente ad avere neanche nello scambio con il pedagogista o lo psicologo il sostegno che gli serve perché c’è troppo che viene detto, non sempre da persone competenti, non sempre a ragion veduta e non è una visione comune.

Il Dottor Pellai tratta il tema della separazione anche in alcuni dei suoi libri come “Io gomitolo, tu filo” e “Le mie mani sono le tue ali”. Ne ricaviamo l’urgenza di considerare questo argomento come centrale per il sano sviluppo del bambino e della persona, poiché un mancato raggiungimento dell’autonoma si ripercuote più di quanto potremmo immaginare su molti ambiti della vita tra cui anche la scuola e i rapporti con gli altri, limitandoli e impoverendoli.

A questo proposito il Dottor Stefano Vicari, Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Neuropsichiatria Infantile dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, in un recente articolo scrive: “L’ansia scolastica è un fenomeno in crescita: ne soffre una percentuale compresa tra il 5 e il 28 per cento di bambini e adolescenti. Ma l’ansia che attraversa bambini e adolescenti non è legata, alimentata solo dal contesto scolastico che esaspera la competizione e richiede continue prestazioni. Ha anche a che fare con la difficoltà a confrontarsi con i coetanei, dalla paura del giudizio, di non sentirsi all’altezza del gruppo. Non va nemmeno sottovalutata, tra i possibili fattori dell’ansia scolastica, anche la difficoltà che molti ragazzi manifestano nel separarsi dai genitori, i quali spesso favoriscono poco le autonomie dei propri figli”.

Concludiamo con Kalil Gibran, che nella poesia “I vostri figli”, uno dei suoi componimenti più conosciuti, ci invita ad accettare e incoraggiare la differenza che i figli portano in sé, a lasciarli andare, riconoscendo il loro diritto di essere dissimili rispetto a noi.

I vostri figli non sono figli vostri.
Sono i figli e le figlie del desiderio che la vita ha di sé stessa.
Essi non provengono da voi, ma attraverso di voi.
E sebbene stiano con voi, non vi appartengono.

Potete dar loro tutto il vostro amore, ma non i vostri pensieri.
Perché essi hanno i propri pensieri.

Potete offrire dimora ai loro corpi,
ma non alle loro anime.
Perché le loro anime abitano la casa del domani,
che voi non potete visitare, neppure nei vostri sogni.

Potete sforzarvi di essere simili a loro,
ma non cercare di renderli simili a voi.
Perché la vita non torna indietro e non si ferma a ieri.

Voi siete gli archi dai quali i vostri figli, come frecce viventi, sono scoccati.
L’Arciere vede il bersaglio sul percorso dell’infinito, e con la Sua forza vi piega affinché le Sue frecce vadano veloci e lontane.

Lasciatevi piegare con gioia dalla mano dell’Arciere.
Poiché così come ama la freccia che scocca, così Egli ama anche l’arco che sta saldo.

Dovremmo fare nostre queste parole e trattenere il messaggio importante che veicolano ricordando che se anche potessimo giustificare la preoccupazione dell’arciere di indirizzare la sua freccia nella giusta direzione, per fare centro nella vita, non potremmo mai giustificare la pretesa di rendere uguale la freccia con l’arco.

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Il corpo ha memoria di relazione

Ciascuno di noi è il risultato di una storia, una storia di relazione, che inizia in un tempo molto remoto, indicativamente dalla gravidanza (ma anche prima, nei desideri dei nostri genitori) e che non è dimenticata, ma inscritta dentro di noi, in una memoria arcaica, definita anche memoria implicita o somatica. Questa memoria si forma quando le strutture cerebrali non sono ancora mature per poter produrre un ricordo recuperabile attraverso la parola, più o meno fino al secondo anno di vita, ed è costituita dalle nostre sensazioni amalgamate con le sensazioni di chi in quel tempo si è occupato di noi, primariamente di chi ci ha dapprima sognati, poi concepiti, poi portati in grembo e dati alla luce. È una memoria che conserva quelle che vengono definite oggi dalla psicologia e dalle neuroscienze delle “impronte” che proprio per il loro carattere esclusivamente biologico non possono emergere ed essere recuperate se non attraverso una via simbolica o un canale non verbale come il gioco e tutti gli altri “atti creativi” che servono ad attenuare le tensioni del corpo, sia nel bambino che nell’adulto. Pensiamo ad esempio come dedicarci alla musica, alla pittura, alla fotografia, alla cucina ecc. possa a volte diventare “terapeutico” per la persona! Ognuno sarà più portato verso una o l’altra di queste attività a seconda della predominanza a livello di memoria implicita di sensazioni legate alla vista, al tatto, al gusto, all’olfatto, all’udito, al movimento. Qualcuno arriva a farne addirittura una professione! Ma pensiamo anche alle nostre paure e angosce a cui spesso non sappiamo dare un nome e che comunque ci condizionano, anche se spesso in modo inconsapevole, creando delle tensioni croniche nel corpo.

Le esperienze precoci di relazione e attaccamento sono l’elemento fondamentale per dire come starà al mondo quella persona, come percepirà il mondo, perché al di là del patrimonio genetico con cui ognuno di noi arriva, il bambino alla sua nascita è anche già frutto di una relazione!

E se qualcosa in quel tempo è andato storto? Molti sono i motivi per cui questo può accadere, ad esempio problemi di salute del bambino o della mamma, grandi prematurità che portano a lunghi ricoveri e conseguenti separazioni precoci, situazioni socio-culturali difficili, inadeguatezza nelle cure al nuovo nato ecc. Tutto ciò può portare a delle tensioni nel corpo del neonato e del bambino che difficilmente si distendono in modo spontaneo e che se ripetute possono generare degli affetti di dispiacere che pervadono le varie aree di sviluppo della persona.

Ma per fortuna tutto è plastico, tutto si può riparare. Immaginiamo il nostro cervello come un bosco fatto di tanti sentieri ed immaginiamo cosa accade se percorriamo sempre lo stesso sentiero: quella strada risulterà marcata ed evidente. Ma se noi provassimo a cambiare percorso, scegliendo un’altra via sicuramente sarà quest’ultima a risultare la più battuta, mentre la prima, certo, non scomparirà del tutto, ma non sarà nemmeno più così importante. Uscendo dalla metafora possiamo dire che più ripetiamo esperienze (soprattutto relazionali) che mantengono vive delle memorie arcaiche non funzionali al nostro sano sviluppo, alla nostra distensione, alla nostra apertura agli altri e alla vita, più permettiamo a quegli eventi che ci sono capitati nei nostri primi tempi di definirci. Viceversa, grazie alla neuroplasticità di cui disponiamo, se creiamo nuove modalità, attraverso esperienze di piacere tonico ed emozionale (che sono quelle fondanti la nostra persona!) queste possono sedimentarsi dentro di noi e permetterci non certo di cancellare il passato, ma di non farci troppo condizionare da esso, in particolare di distendere progressivamente le tensioni, permettendoci delle traiettorie di sviluppo più adeguate, sane e armoniose.

Questo è l’obiettivo della PPA, soprattutto a livello di aiuto ed il motivo per cui personalmente la considero una speranza per tutti i bambini, anche per quelli con una storia di dolore molto forte. Ma anche a livello educativo la PPA offre queste opportunità grazie alle possibilità di distensione che vivono i bambini nella sala.

E per gli adulti? A volte capita che i genitori, quando spiego loro cosa sia la pratica psicomotoria, facciano una battuta e dicano: “Servirebbe a me!”. Ebbene, per gli adulti un’attività che offre dei benefici simili è la bioenergetica (Alexander Lowen e Leslie Lowen) che parte dal presupposto secondo cui la nostra risposta alle situazioni della vita dipende dalla quantità di energia di cui disponiamo e da come la utilizziamo. I processi energetici del corpo, ossia la produzione di energia attraverso la respirazione e il metabolismo e la scarica di energia nel movimento, sono in relazione con lo stato di vitalità del corpo, pertanto tensioni croniche o rigidità persistenti (anche a livello inconscio, come quelle registrate appunto nei primi anni di vita), diminuiscono la vitalità, disturbano la salute emotiva e impediscono il naturale e spontaneo movimento della muscolatura e l’autoespressione. Questo sempre partendo dal presupposto, condiviso con la PPA, secondo cui quello che succede nella mente riflette quello che succede nel corpo e viceversa. La bioenergetica diventa quindi anche una forma di terapia che associa il lavoro sul corpo con quello sulla mente per aiutare le persone, attraverso esercizi specifici che coinvolgono il corpo e il respiro, a liberarsi dai blocchi profondi e liberare il proprio potenziale espressivo, fonte di piacere e gioia di vivere.

È bello poter constatare come discipline apparentemente molto diverse tra loro abbiano in realtà finalità comuni e offrano all’individuo, sia adulto che bambino, la possibilità di accedere ad un’esperienza di vita più piena e gratificante! Inoltre anche la bioenergetica, come la PPA, non “attacca il sintomo”, ma piuttosto lo “aggira”, considerando la persona come un intero e non come una somma di funzioni da riabilitare, sostenendo che “ogni stress produce uno stato di tensione nel corpo la quale scompare quando lo stress è stato eliminato. Le tensioni croniche tuttavia persistono anche dopo la scomparsa dello stress che le ha provocate come atteggiamento corporeo o assetto muscolare inconsci. […] Diventa necessario dunque alleggerire questa tensione cronica se si vuole che la persona riacquisti piena vitalità e benessere emotivo” (A. e L. Lowen, “Espansione e integrazione del corpo in bioenergetica”). Inoltre afferma in modo chiaro che è fondamentale il lavoro corporeo per poter far affiorare le memorie arcaiche che con il solo lavoro sul piano verbale non sono recuperabili.

Per concludere possiamo dire che anche quando parliamo di educazione, in tutti i contesti, da quello familiare a quello scolastico, dobbiamo tenere presente quanto riportato fino a qui e confermato dalle neuroscienze negli anni e cioè che non possiamo prescindere dalla relazione con l’altro come non possiamo prescindere dall’unità mente-corpo.

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Le brave bambine

“Una fata deve essere bella. E ordinata. Quando mangia la torta, non deve fare le briciole. E sui suoi vestiti non ci deve essere nemmeno la più piccola macchiolina. Deve raccontare storie adorabili con voce armoniosa e, di tanto in tanto, far ondeggiare la bacchetta. […]
Brutta faccenda essere una fata.” 

Questo testo, tratto dal libro “Rosmarino” di Brigitte Minne e Carll Cneut, introduce perfettamente il tema dei “bravi bambini”, nel titolo declinato al femminile per una propensione soprattutto delle bambine a ricoprire questo “ruolo”, ma senza voler ridurre ad una categoria di genere un vissuto della persona in cui chiunque può riconoscersi.

Io sono stata una brava bambina, una di quelle che cercano di essere sempre buone, che si comportano bene, che cercano di accondiscendere, che mettono gli altri al primo posto, a volte negando i propri bisogni e i propri desideri. Ho sacrificato in questo senso la mia autonomia, la possibilità di essere me stessa ed esprimerlo, da non confondere, come spesso accade, con la capacità di fare delle cose da soli. Il bisogno di autonomia è uno dei bisogni fondamentali dell’essere umano che per qualcuno però è molto difficile da soddisfare. Essere autonomi richiede di poter dire di no, di differenziarsi, di sottrarsi alle aspettative che gli altri nutrono in te e questo per molti è difficile, anche per molti bambini perché è come se, disattendendo le aspettative altrui, si sentisse di perderne la stima, l’approvazione e infine l’amore. Ma, ahimè, noi tutti, da zero a cent’anni, desideriamo sopra ogni cosa di essere amati e faremmo qualsiasi cosa per esserlo (questo è il principio dell’attaccamento!) perciò spesso, pur di non perdere l’altro, rinunciamo a noi stessi e, in effetti, “ci perdiamo”.

“Non cercate di essere buoni, siate integri” recita Jung, invitandoci a considerarci un intero, fatto di parti belle e meno belle, buone e meno buone, amorevoli, arrabbiate, parti che possono coesistere e che, di fatto, ci rendono unici e originali. Ma quanto è faticoso potersi dire in tutta onestà: “Tutto questo sono io, non sono parti distinte, questo è l’intero, è la mia storia, sono io” e potersi mostrare per come si è?

Molto spesso nei bambini che incontro vedo questa difficoltà a integrare le parti di sé in un’unità, una difficoltà che forse affonda le sue radici in quella che definisco “l’uscita dal due”, cioè da quel nucleo fusionale mamma-bambino dove c’è simbiosi, dove non ci sono ancora due persone distinte, ma che necessariamente dopo alcuni mesi deve terminare per il bene e la salute di entrambi. Si tratta della possibilità di dire “io sono diverso da te”. Lo dice il bambino alla mamma per poi dirlo a tutti gli altri, ci si costruisce la propria identità aiutati in questo da genitori che rinforzano la possibilità di essere diversi, unici, che permettono di “andare”. Questo presuppone anche una certa dinamica tra amore e odio, tra tenere e lasciare, tra avvicinarsi e allontanarsi che di certo muove molte diverse emozioni. Ma è proprio in questa polarità che si gioca la questione dell’integrità.

Quando il bambino nasce perde la sua unità, quel senso di totale pienezza e non-bisogno, sicurezza e protezione che avvertiva dentro la pancia della mamma ed è come se fosse “un cosmonauta lanciato nello spazio senza tuta e senza più niente che lo tiene insieme” (E. Bick). Sarà in base a come verrà tenuto, curato, portato, sostenuto, compreso, accettato, pensato, toccato, girato, posato, sollevato, amato…che costruirà la base del suo mondo interiore i suoi vissuti corporei, la sua vita psichica e se i genitori saranno “sufficientemente buoni” proverà un tale piacere in questa costruzione di sè che si sentirà di nuovo unificato e pieno, le parti verranno integrate di nuovo in un tutto. Ma ciò che accade nel corpo accade necessariamente anche nella psiche, quindi anche il vissuto di “andare a pezzi” emotivamente (per la rabbia, per la frustrazione, per un errore commesso, per una difficoltà ecc.) richiede che ci sia qualcuno che con il suo contenimento affettivo faccia sentire al bambino che “va bene anche quando non va bene” e rimetta insieme i pezzi in un intero che non può essere fatto solo di parti buone, belle e capaci.

Quando non c’è coerenza tra quello che sentiamo e quello che facciamo il corpo lo rappresenta, si chiude, si blocca, si irrigidisce. È come se di fronte ad un “sì” detto mal volentieri o un “no” che ci fa sentire tanto in colpa, non solo ci sentissimo arrabbiati e frustrati, ma anche i nostri organi interni sentissero di avere un “carico” da elaborare così intenso da generare stress, stanchezza, nervosismo e un continuo rimuginare nei pensieri.

Quanto è importante per un essere umano sentire che rimarrà intero e integro anche se sbaglia un compito, anche se a volte si comporta male, anche se fa arrabbiare la mamma o la maestra, anche se prende un brutto voto, anche se non la pensa come gli altri, anche se viene criticato…? Quanto è importante poter avere dei bisogni (fisici ed emotivi) e che questi possano essere espressi ed ascoltati, anche se non sempre necessariamente soddisfatti? Quanto è importante poter dire “sì” quando è “sì” e “no” quando è “no”, poter dire cosa ci piace e cosa pensiamo senza temere per questo di rimanere soli?

“Se ci si rivolge troppo agli altri ci si dimentica di sé. È necessario essere in equilibrio, essere aperti agli altri con sano egoismo.” (B. Aucouturier)

I bravi bambini hanno un prezzo da pagare che è una grandissima rabbia che se non esplode, implode. Quando io ho compiuto i miei passaggi di “guarigione” e ho lenito le mie ferite ho capito quanto prendere coscienza degli errori apra al piacere di vivere. E questo, come tutte le esperienze formative, mi aiuta ad aiutare.

Concludo ritornando a “Rosmarino”, un libro che consiglio a tutte le famiglie che sentono di avere dei bambini che fanno fatica ad accettare le parti “meno perfette” di sé o a quei genitori che si accorgono di chiedere troppo ai loro figli:

“E le cose vanno proprio così. A volte Rosmarino va a trovare le fate, si mette un abito da festa, fa la voce armoniosa e dorme nel castello in aria con le torri dorate, su una nuvola. A volte Rosmarino fa visita alle streghe, va a vivere nel bosco, va in barca e vola con la sua scopa. E la mamma? La mamma si annoia molto, molto, molto meno.”

Quando integriamo nell’unità tutte le parti, una finestra che si rompe non è più una casa che crolla, un errore sul quaderno non ci rende persone senza valore, arrabbiarci non ci rende persone cattive, perdere non è perdersi.

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Come si diventa psicomotricisti PPA?

Quando ho iniziato la mia formazione alla PPA non avevo idea di che viaggio stavo per intraprendere. Al tempo ero studentessa di Psicologia all’Università di Padova, ma volevo calare quel tipo di formazione, che per me è stata una base fondamentale importantissima, anche nella pratica del lavoro con i bambini. Con una cara amica, oggi collega, ho deciso di iscrivermi al primo modulo di formazione alla Pratica Psicomotoria Aucouturier, inizialmente un po’ per curiosità e un po’, diciamolo pure, per provare ad aprire delle possibilità di lavoro nell’ambito dell’infanzia che era il mio principale campo di interesse anche come psicologa. Dedicavo almeno uno o due week end al mese a questa formazione e, dopo circa un anno e mezzo, ho ottenuto un attestato che all’epoca permetteva di svolgere la Pratica Psicomotoria a livello educativo.

Attualmente questa formazione “annuale” non è più sufficiente per poter lavorare con i bambini, soprattutto nei centri privati o proponendosi come operatori esterni presso nidi, scuole dell’infanzia e scuole primarie. Infatti oggi lo psicomotricista PPA è uno specialista che ha una formazione almeno triennale (2400 ore) che comprende la formazione teorica, la formazione personale attraverso la via corporea e il tirocinio osservativo. Per questo motivo, dopo varie vicissitudini di vita privata, ho deciso di riprendere la mia formazione e proseguire per ulteriori due anni, approfondendo il campo dell’aiuto e della terapia somato-psichica per essere a tutti gli effetti una psicomotricista in grado di mettersi in una relazione di aiuto autentico con il bambino. Una volta terminato questo percorso è possibile richiedere di diventare Specialisti riconosciuti presso l’Ecole Internationale Aucouturier, prendendosi l’impegno di promuovere lo sviluppo della PPA, di garantire che venga svolta mantenendo fede ai principi e valori originali su cui si fonda, di mantenere un percorso di formazione continua attraverso la ricerca e l’approfondimento della metodologia Aucouturier e la supervisione del proprio operato, secondo quanto riportato sulla Carta dello Specialista.

La formazione alla PPA ti cambia profondamente. 

È una formazione che punta a sviluppare le competenze e la sensibilità necessarie a comprendere ed accogliere i segnali inviati dal corpo e dalla motricità del bambino e a metterli in relazione con il suo mondo interno, fornendo a ciascuno gli strumenti più adatti per poter proseguire lungo il suo percorso di maturazione, nella piena consapevolezza che ogni cambiamento nel corpo corrisponde ad un’evoluzione sul piano dello sviluppo psicologico del bambino.

È una formazione che ti porta ad accogliere, accettare e rispettare ogni bambino nella sua unicità, originalità e diversità senza alcun giudizio, con l’intenzione autentica di favorire il massimo benessere di ciascuno.

La metodologia si basa su un principio pedagogico che va “dall’esperienza al concetto” come sottolineato da Bernard Aucouturier. Ed è proprio per questo che per noi psicomotricisti diventa fondamentale la formazione personale attraverso la via corporea, perché gli assunti teorici sono importantissimi e da conoscere perfettamente, ma se non “senti” nel corpo e non impari a mettere in relazione ciò che senti, con ciò che agisci, con ciò che pensi non potrai mai comprendere fino in fondo il bambino e aiutarlo a crescere e a stare bene.

Non si tratta di “imparare a fare delle cose”, si tratta di lavorare su se stessi per poter stare in una seduta ed essere lì per il bambino. Si tratta di sentire il proprio corpo, di conoscere le proprie tensioni, di lavorarle per poter stare con il bambino che abbiamo di fronte senza farsi travolgere da quanto ci porta nell’interazione con il suo corpo e le sue emozioni. Allora la teoria prende significato proprio in virtù dell’esperienza personale vissuta, elaborata, studiata, integrata. Non si tratta più di concetti astratti, ma di una vera e propria “conoscenza incarnata”. Questa formazione ha una portata enorme, si imprime nel profondo. E quando lavori con il bambino l’obiettivo non è più semplicemente “fare la seduta”, ma porsi in una relazione di aiuto a diversi livelli con coscienza, con apertura, con empatia, con la consapevolezza di cosa si può fare davvero per l’altro che è con noi. Allora l’espressività motoria del bambino non ti può travolgere, è possibile stare nel turbine di azioni ed emozioni che i bambini portano, è possibile slegarsi dal giudizio che ci induce spesso a “fare qualcosa per provare a cambiare quel bambino”, è possibile darsi un tempo, attendere, stare nell’incertezza senza bisogno del risultato immediato. Si fa più attenzione al proprio corpo, ai segnali che manda, alle risonanze tonico-emozionali reciproche, al non verbale, si comprende l’importanza di essere lì in quel momento e in quello scambio con il bambino. Si comprende il valore del simbolo, della metafora per comunicare senza invadere l’altro, ma rispettandolo nella sua persona.

Questo sancisce un’importante differenza con tante attività che vanno sotto il nome di “psicomotricità” che si avvicinano più ad un’attività motoria che ad un lavoro profondo sulla persona bambino come quello offerto dalla PPA, noi non ci formiamo ad insegnare esercizi ai bambini, a proporre attività motorie che stimolino funzioni superiori. E sancisce un’importante differenza anche rispetto ad interventi terapeutici riabilitativi che hanno come obiettivo quello di lavorare su una particolare funzione che può risultare per qualche bambino “compromessa”.

Lo psicomotricista PPA non si concentra sul sintomo, ma lo aggira, incontra il bambino come un tutto unico e entra in un’ inter-azione che si basa sul piacere reciproco dello scambio, accoglie e restituisce, all’interno di un quadro specifico in cui deve essere garantito il registro simbolico, nell’idea che lo sviluppo proceda non per “allenamento di funzioni”, ma mano a mano che tutte le parti si integrano nell’unità, dal basso verso l’alto, dalla profondità verso la superficie, dai piedi ben ancorati al suolo alla mente, dal corpo al linguaggio e al pensiero.

La PPA sia a livello educativo che di prevenzione e aiuto terapeutico non può e non deve essere svolta da persone non formate in questo modo e in continuo aggiornamento.

In Italia ci sono diversi Centri di formazione alla Pratica Psicomotoria Aucouturier, con Formatori e Formatrici riconosciuti dall’Ecole Internationale Aucouturier, come l’ARFAP di Bassano del Grappa, dove io stessa mi sono formata, il centro CRESCERE di Torino e IL GLOBO di Brescia.

Bernard Aucouturier li definisce così: “Ogni Centro di Formazione è un centro di cultura dove il Formatore svilupperà una filosofia umanista che trascenderà i suoi atti e le sue parole.”

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Crescere con gli schermi digitali

L’uso dei device in età evolutiva rappresenta un problema di salute, laddove per salute intendiamo, come da definizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, uno stato di totale benessere fisico, mentale e sociale, aspetti interconnessi e non separati. Gli schermi interferiscono con la salute a tutti questi livelli: a livello fisico determinano il rilascio di una serie di sostanze che vanno a modificare l’assetto neurobiologico dell’individuo, causando, a livello mentale, una situazione di dipendenza e, sul piano sociale, la tendenza a chiudersi in se stessi per continuare a fruire di quel tipo di stimolazione piuttosto che aprirsi alle relazioni.

Quindi non ci sono dubbi sul fatto che permettere ai bambini di usare i device sia molto rischioso per il loro benessere, ma purtroppo spesso i genitori non ne sono consapevoli, non sono informati e di conseguenza operano delle scelte che hanno delle ricadute importanti sullo sviluppo.

Marco Grollo, insieme ai colleghi con cui ha scritto il libro “Crescere con gli schermi digitali” e il libro “Pediatri custodi digitali” (ed: I AM Edizioni, info@iamedizioni.com), ha ben colto questo bisogno di informare i genitori in modo semplice e immediato e ha avuto l’eccezionale intuizione di coinvolgere nel suo intento divulgativo figure che per la loro professione si interfacciano quotidianamente con i genitori come i pediatri, gli educatori, gli insegnanti per renderli dei preziosi alleati nel far arrivare i messaggi contenuti in queste guide a più genitori possibili e creare una comunità educante consapevole, che tenga una linea comune rispetto ad un tema così importante.

Nella mia esperienza di psicomotricista incontro spesso bambini che mi vengono presentati dai genitori come in difficoltà sul piano del comportamento, della regolazione delle emozioni, ma anche sul piano delle relazioni o degli apprendimenti scolastici. Mano a mano che lavoro con loro, mi trovo quasi sempre (o forse sempre) a constatare che gli stessi bambini utilizzano in modo eccessivo gli schermi, soprattutto i videogiochi, spesso senza alcun controllo da parte degli adulti. Certo, non è questa la sola causa delle loro difficoltà, ma sono convinta ne sia un potente amplificatore.

Gli schermi vanno ad alterare la soglia che deve avere uno stimolo per risultare interessante, propongono immagini colorate, luminose, sonore, in movimento, tutte caratteristiche che attraggono enormemente i bambini, ma che impediscono al contempo di interessarsi a degli stimoli meno “accattivanti” dal punto di vista percettivo, ma certamente più adeguati e utili per lo sviluppo dei piccoli. Il bambino ad esempio perderà interesse per andare a scoprire il mondo attraverso i cinque sensi, aspetto che sappiamo essere fondamentale affinchè si possa risvegliare in lui tutto l’immaginario e il simbolico alla base dei suoi giochi spontanei. Perderà interesse nell’incontrare altri bambini e interagire con loro, sviluppando così una chiusura e una mancanza di scambi importanti per la sua crescita e il suo benessere.

Inoltre la capacità che i bambini hanno fin da piccolissimi di scorrere con il ditino sullo schermo per cambiare contenuto ancor prima che sia terminato ciò che stanno guardando non permette di allenare una funzione fondamentale dell’attenzione che è la persistenza sul contenuto. Questo ha delle ripercussioni in molti aspetti della vita quotidiana che richiedono di rimanere concentrati e anche, naturalmente, sugli apprendimenti scolastici: l’attenzione è come un muscolo, funziona bene se viene correttamente esercitata e potenziata!

Infine i bambini che utilizzano per molto tempo i device diventano dipendenti dagli stessi: l’attivazione del circuito della dopamina farà sentire al bambino di non poter più fare a meno di quella stimolazione e si andrà incontro a vere e proprie crisi inconsolabili nel momento in cui, per esempio, gli adulti negheranno la possibilità di fruizione.

Tutto questo ha delle ricadute importanti sul gioco spontaneo del bambino, che come sappiamo è uno strumento fondamentale per la costruzione della persona e dei pensieri. Ribadiamo ancora una volta che solo il coinvolgimento corporeo ed emotivo sostiene e permette tutti gli apprendimenti, l’immobilità davanti agli schermi, al contrario, è da vedersi come passività che compromette tutto il percorso evolutivo del bambino. Se normalmente un bambino dovrebbe poter giocare attingendo alle sue idee e alle sue emozioni più profonde, quando c’è un uso eccessivo e smodato dei device il bambino tende quasi esclusivamente a riprodurre immagini che ha visto e le riproduce tali e quali! Non c’è trasformazione, non c’è evoluzione, non c’è pensiero, non c’è rassicurazione, se non (forse) una falsa rassicurazione. Il bambino rimane nell’eccitazione del personaggio che imita, rimane nel groviglio dell’emozione che lo porta generalmente a muoversi continuamente e senza scopo. Inoltre non c’è attesa, non c’è possibilità di differire il soddisfacimento del desiderio, quindi non c’è simbolico! C’è tutto e subito! Come nel digitale che non offre possibilità di crescere!

Le neuroscienze hanno confermato che per pensare il bambino deve prima poter agire, ma per poter agire (e quindi sentire di esistere!) deve prima poter immaginare, deve avere accesso a quel serbatoio inconscio di immagini ed emozioni proprie che si formano a partire dalle primissime interazioni, nel tempo della gravidanza e nei primi anni di vita del bambino.

Ecco dunque che ritorna centrale il tema della relazione. È importante poter condurre i genitori ad una duplice riflessione: per prima cosa ricordare che i bambini imparano dall’esempio, quindi chiedere loro se sanno porsi dei limiti nell’uso del telefono, della televisione, del tablet, soprattutto quando sono in casa con i loro figli; e poi far presente che spesso gli schermi diventano dei sostituti di relazione. Immaginiamo una mamma che sta allattando il suo bambino neonato e invece di guardarlo, dirige la sua attenzione al cellulare, scorrendo le pagine social o parlando con un’amica: quel bambino vivrà una mancanza di sguardo, un potente interruttore emozionale di relazione che ci permette di costruire la nostra identità nel tempo. Immaginiamo un bambino di un anno che ancora non sa parlare, ma che cerca di comunicare con i suoi genitori e pensiamo a cosa può sentire dentro di sé se mamma e papà sono impegnati a guardare il telegiornale o un programma televisivo: probabilmente, oltre alla mancanza dello sguardo, vivrà anche una mancanza a livello di ascolto e di attenzione, aspetti fondamentali dell’interazione, della comunicazione, della percezione del valore di sè. Immaginiamo ancora un bambino di due o tre anni che sta inscenando un grande “capriccio” perché non può fare come vuole e per calmarsi i suoi genitori gli offrono uno schermo. Certo, presto quel bambino smetterà di piangere e i genitori si sentiranno sollevati, ma a che prezzo?

Come ha detto Marco Grollo nel suo intervento durante la giornata della salute mentale: “offrire gli schermi ai figli permette ai genitori di non pensarli”. Ma i device non possono essere strumenti che riempiono il vuoto relazionale!I bambini devono poter trovare nei genitori persone che intercettano e rispondono ai loro reali bisogni e che, attraverso la cura e l’amore, ricostruiscono simbolicamente quell’involucro di protezione di cui ciascuno ha bisogno per stare bene, sentirsi sicuro e aprirsi al mondo.

Su questo tema vi invitiamo a vedere anche il video: “Gli schermi: un pericolo per le immagini dei bambini” nella sezione “video” di questo sito (clicca qui!).

Martina Agnoli

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Il ruolo delle aspettative nel definire chi siamo

Come dovrebbe essere un bambino? Cosa dovrebbe saper fare? Come dovrebbe comportarsi? Anche se non ci siamo mai soffermati a pensare alle risposte a queste domande, anche se non siamo ancora genitori, comunque dentro di noi, inconsciamente, esiste un’immagine del “bambino ideale” determinata dalla nostra storia e dalla cultura in cui siamo inseriti. Infatti chi ci precede, dai nostri genitori ai nostri nonni, bisnonni ecc. ci trasmette non solo un patrimonio genetico, ma anche un patrimonio di credenze, emozioni, schemi di comportamento e vere e proprie aspettative su come dovrebbe essere un bambino e tale patrimonio è capace di influenzare, ancora più del DNA, chi siamo e le nostre idee sul mondo. Le neuroscienze testimoniano che l’ambiente in cui un essere umano nasce e cresce e con cui è in costante rapporto è fondamentale per determinare la persona che diventerà e per ambiente non intendiamo solo il luogo geografico, ma anche e soprattutto le persone che ci circondano e con cui intratteniamo una relazione.

Quando diventiamo genitori constateremo che c’è sempre una discrepanza, piccola o grande, tra il bambino reale che abbiamo con noi e l’immagine di bambino ideale presente dentro di noi ed è fondamentale, per il sano sviluppo del bambino e per il suo benessere, che le nostre credenze si facciano un po’ da parte per poter accettare il figlio nella sua propria essenza.

Se ciò non accade ci sono almeno due gravi rischi a cui andiamo incontro. Innanzitutto continueremo ad avere delle aspettative eccessive nei confronti del bambino, facendogli sentire di non andare mai bene, di non essere all’altezza, generando in lui una scarsa autostima, un senso di insicurezza, una difficoltà a costruirsi una propria identità che è uno dei compiti di sviluppo più importanti per la persona.

Albert Einstein diceva “Ognuno è un genio, ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi lui passerà tutta la vita a credersi stupido”.

Lo stesso accade per i bambini che sentono di doversi uniformare ad un’idea preconcetta, che sentono di dover essere uguali agli altri, che sentono il peso di dover raggiungere tutti indistintamente e nello stesso momento lo stesso risultato, gli stessi “traguardi” di sviluppo, senza tener conto che ciascuno è diverso, ha delle proprie caratteristiche, una propria storia personale, perfino un’intelligenza che può essere differente. Infatti il modello delle intelligenze multiple presentato da Gardner ci invita a guardare oltre la definizione unica ed “accademica” di intelligenza e a considerare invece un insieme di intelligenze differenti tra loro che potranno essere più o meno spiccate nei diversi individui come l’intelligenza logico-matematica, cinestesica, artistica-spaziale, musicale, linguistica, naturalistica, spirituale che ci rendono individui non solo capaci di saper fare delle cose, ma di saper essere delle persone in grado di guardarsi dentro, da un lato, e di aprirsi alla relazione con gli altri, dall’altro, aspetti fondamentali per la vita e il benessere. Tuttavia, nonostante sia stato ampliamente dimostrato che “un quoziente intellettivo alto non è garanzia di prosperità, prestigio o felicità, spesso la nostra scuola e la nostra cultura si fissano sulle capacità accademiche, ignorando l’intelligenza emotiva – un insieme di tratti che qualcuno potrebbe definire carattere- immensamente importanti ai fini del nostro destino personale” (Goleman, 1996).

Un altro grave rischio legato ad aspettative eccessive è quello di “gettare la spugna” e, in preda alla rassegnazione, non sognare più il bambino, non investire i nostri pensieri, le nostre azioni, le nostre energie in un figlio che non è come pensavamo, quasi come se non ne valesse la pena. Questo rischio è gravissimo perché noi siamo esseri in relazione e per tutta la vita abbiamo bisogno dell’Altro per imparare chi siamo: siamo persone degne di sguardi, di amore, di cure? Ci si può fidare di noi? Siamo capaci? Siamo bisognosi di aiuto? Chi siamo? È nella relazione con l’altro che troviamo risposta a queste domande e naturalmente in primis nella relazione con i nostri genitori. È come l’Altro ti porta dentro di sé che ti fa sentire di esistere, ti fa sentire amato, sicuro, che ti fa sentire chi sei e che ti permette di essere te stesso. E questo deve continuare al di là di ogni aspettativa, altrimenti il bambino privato dello sguardo d’amore “muore”, esattamente come muore se non gli viene dato da mangiare.

I genitori devono continuare ad avere immagini sul bambino, su cosa potrà diventare, ma a partire dai dati reali presenti in lui, non basandosi sull’illusione del prima. Solo così il bambino sentirà il piacere di poter essere se stesso! Il riconoscimento degli altri è la base per conquistare non solo la propria identità, ma anche la stima di sé: il bambino costruisce un’immagine che lo valorizza tramite lo sguardo degli altri e bambini che non si sentono sicuri in questo senso sono bambini che generalmente chiedono la conferma all’adulto per ogni cosa che fanno, che chiedono continuamente di essere guardati e apprezzati.

È fondamentale dunque cambiare l’immagine che avevamo e investire su un’immagine diversa, ma adattata al reale e paradossalmente solo quando compiremo questo passaggio il bambino potrà emergere in tutto il suo potenziale, a volte trattenuto per paura di deludere.

Ma quindi, cosa possiamo fare concretamente?

La prima cosa che un genitore dovrebbe fare per garantire al proprio figlio uno sguardo libero da eccessive aspettative è provare curiosità verso il bambino, cioè non credere di sapere già tutto su di lui, ma lasciarsi stupire!

Erica Francesca Poli, psichiatra e psicoterapeuta, scrive nel suo libro “Le emozioni che curano” che “guardare un figlio come l’infinito ancora da scoprire lo cresce sano e libero, non importa quanti errori siano stati fatti. […] Questo è come intendo l’amore. […] Con un vero Altro, tu scopri il vero Te” proprio a sottolineare l’importanza di uno sguardo puro, capace di meravigliarsi e di accettare che non possiamo sapere cosa ci attende, ma se riusciamo a stare in questa incertezza e a “lasciarci portare” senza la pretesa di dirigere sempre le cose così come pensiamo dovrebbero accadere, ecco che possiamo Amare davvero un bambino e permettergli di essere la persona che è destinato ad essere.

Infatti è altrettanto importante permettere al bambino di esprimere la propria diversità da noi genitori, dovremmo comprendere i suoi tentativi di manifestare le sue preferenze e la sua identità, fin da piccolissimo, dapprima con il corpo, poi via via con i comportamenti o dicendo di no attraverso il linguaggio verbale. La possibilità di differenziarsi dai genitori rappresenta per il figlio un passaggio fondamentale per un sano sviluppo, per poter sentire di essere un soggetto capace di esercitare la sua azione nel mondo e non solo di eseguire dei compiti, passivamente, per sviluppare un senso di autonomia che permetta di non dipendere sempre da qualcuno, ma di essere in grado di cavarsela anche nelle difficoltà senza sentirsi troppo destabilizzati da esse.

Massimo Recalcati, famoso psicoterapeuta, dice: “La vita del figlio ha diritto ad essere difforme, differente dalla vita e dalle aspettative dei genitori. Il vero dono della genitorialità è amare il figlio nella sua differenza. Troppo facile amare il figlio quando corrisponde alle aspettative”. Tutti noi, prima di essere genitori necessariamente siamo stati figli e forse abbiamo ancora un ricordo, una sensazione del peso che le aspettative dei nostri genitori ha prodotto in noi…Essere consapevoli di cosa noi stessi abbiamo vissuto può renderci genitori più consapevoli e attenti.

Infine in alcuni casi, naturalmente, sarà necessario lavorare sui vissuti dei genitori e sulla ferita che un figlio molto diverso da come si aspettavano può generare. Pensiamo ad esempio ai bambini con handicap, patologie, malformazioni ecc. che richiedono uno stravolgimento dell’immagine, del sogno, a favore di una realtà molto diversa, forse meno “perfetta”, ma non per questo non degna del nostro sguardo di amore. Quando un sogno muore certamente ci sono sentimenti di rabbia, frustrazione, lutto, ma in realtà ciò che muore sono le aspettative, non le persone! Allora se ci concediamo di “starci dentro”, di smettere inseguire un’illusione, ecco che viviamo esperienze di “altra” bellezza, che non è forse come pensavamo, ma è autentica! Questo è anche il motivo per cui ad esempio spesso si trovano dei genitori che parlano della disabilità o della patologia del figlio come di una benedizione riconoscendola come l’occasione per riconnettersi con quella parte più autentica di se stessi che forse, altrimenti, non si sarebbe ritrovata più.

Cerchiamo dunque di non farci guidare da credenze troppo rigide o aspettative eccessive quando guardiamo i nostri figli. Accettiamoli con amore nella loro unicità, permettiamo loro di essere differenti da noi e dalle nostre idee preconcette. Facciamo sentire che ci saremo comunque, anche quando non raggiungeranno un obiettivo o quando mostreranno la loro vulnerabilità. Guardiamoli con curiosità e continuiamo a sognarli, sempre!

Martina Agnoli