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Cosa c’è di speciale qui?

Si avvicina la fine del percorso per alcuni gruppi e piccoli gruppi di bambini e quando ne parlo con loro per prepararli a questo momento qualcuno dice: “A me piace tanto venire qui, ci vorrei venire per sempre!”. Allora chiedo: “Cosa c’è di speciale qui?” e si aprono le risposte più disparate, ma alcune vale proprio la pena di segnarsele e di tenerle a mente per non far perdere mai alla sala e alla PPA il suo meraviglioso potenziale, unico nel suo genere.

“Qui gioco con voi, le mie idee diventano giochi! È più facile! Fuori non è così. A scuola non giochiamo mai in questo modo e a casa mi annoio, devo solo studiare!”

“Io poltrisco sul divano”.

Nella sala di PPA c’è di speciale che i bambini incontrano qualcuno che è lì per loro (lo psicomotricista) e con loro (i compagni). Si forma un gruppo, un gruppo speciale perché non è quello della scuola e nemmeno quello dello sport o delle uscite con la famiglia. È un gruppo che in un certo senso condivide dei “segreti” e delle fatiche importanti e soprattutto nei lavori di aiuto non è sempre scontato sentire di farne parte. Un gruppo fa sentire il limite perché non si può fare come se gli altri non ci fossero, ma fa sentire anche che negli altri ci si può ritrovare, cioè si può trovare delle parti di sé, belle e meno belle, buone e meno buone, e questo apre alla distensione e alla trasformazione di molti nodi interni. Infatti “le idee diventano giochi”, tutto il proprio mondo interno può emergere ed essere “giocato”, mettendo in scena quello che Bernard Aucouturier definisce “un falso che è più vero del vero”.  In questi momenti, quando la propria interiorità può uscire senza temere il giudizio e trova ascolto, quando le proprie idee prendono vita in un gioco, cioè quando l’Io diventa protagonista delle proprie azioni, ci si sente sicuri e onnipotenti e si arriva a percepire un senso di esistenza che non sempre si riesce a vivere in altri posti, per esempio dove le proposte sono più strutturate, dove ci sono degli esercizi da eseguire (vedi nello sport) o delle richieste da corrispondere. Tuttavia se i bambini possono arrivare a custodire dentro di loro in modo stabile il ricordo di quel “pieno di piacere” vissuto in sala, potranno ritrovarlo anche in altre situazioni ed esso diventerà come un appiglio a cui “aggrapparsi” e su cui far leva nei momenti più difficili che non li farà mai “cadere nel vuoto”, non li farà mai arrendere.

Questo è un aspetto che tutti i genitori dovrebbero considerare, soprattutto quando si trovano indecisi se far intraprendere ai loro figli un percorso di Pratica Psicomotoria o farli partecipare ad un gruppo sportivo: sono opportunità completamente diverse, con obiettivi specifici, quindi per me non sono l’uno l’alternativa all’altro! Così come non è corretto pensare che la PPA possa andare bene solo fino al tempo della scuola dell’infanzia, nell’attesa di iniziare uno sport, perché per alcuni bambini, accanto allo sport, potrà continuare anche il lavoro in sala che è un aiuto alla maturazione importantissimo e per alcuni imprescindibile che non si può fare in altri luoghi.

L’esperienza che si fa nella sala della PPA passa attraverso il movimento spontaneo del corpo e i bambini sentono che in tale movimento del corpo c’è movimento di pensieri ed emozioni! E quando manca questo movimento altrettanto lo sentono e lo chiamano erroneamente noia. Io penso invece sia “appiattimento” fisico ed emotivo, spesso accompagnato da solitudine, di cui farebbero volentieri e giustamente a meno, mentre della noia hanno bisogno in quanto spazio vuoto in cui far emergere i propri desideri e il proprio immaginario e in cui allenare le proprie  funzioni esecutive (pianificazione, attenzione, memoria di lavoro ecc.) attraverso il gioco libero.

“Poi tu ci racconti delle storie che sembra di essere al cinema perché è come se vedessi le immagini che si muovono”.

Ah le storie! Un momento difficilissimo della seduta in cui lo psicomotricista, a partire da ciò che ha osservato nei bambini e che ha risuonato in lui, va a pescare dentro di sé delle immagini che possano servire per far toccare ai bambini dei picchi di emozione e vivere poi la rassicurazione profonda non più nel coinvolgimento corporeo, ma con la parola, una parola che è comunque “vicina” al corpo, che permette al bambino di com-prendere, un capire che “si sente dentro” e che si intende appieno proprio perché riorganizza assetti precedenti. È una parola che riempie gli occhi, li fa spalancare di stupore o tappare per la paura. È una parola che ammutolisce o apre a domande, a intromissioni, ciascuno con ciò che in lui ha prodotto il racconto. È una parola che dà senso al vissuto interno di ciascuno, prendendo progressivamente distanza dall’emozione per non rimanerne intrappolati.

“Se il mostro urla, il bambino ha paura!” 

“I mostri non esistono…”

“Si esistono, ma abitano in un paese lontanissimo”

“No, non esistono più, si sono estinti!”

“Allora sono morti…”

“La mia mamma mi ha detto che i morti hanno il corpo in cimitero e tutto il resto in cielo”

“I miei bisnonni sono tutti in cielo”

Ed è così che raccontando di mostri che urlano capita di arrivare a parlare di morte, ognuno come la sente. Lo psicomotricista è pronto, sa raccogliere i vissuti e restituirli ai bambini in modo da non lasciarli nell’angoscia e loro sanno che lì si può parlare di tutto. Ma non ci si improvvisa narratori!

Alessandro Baricco dice: “Ci sono di mezzo dei desideri e dei dolori…non hai un nome per dirli…allora si usano le storie”.

In ultima analisi credo che nella sala di PPA di speciale ci sia tanto, ma qualche volta non si riesce a spiegarlo bene come tutte le cose che si capiscono solo quando si vivono. I bambini lo sanno, ai genitori è richiesto a volte un atto di fede, perché se in altri contesti le differenze tra il prima e il dopo si apprezzano in modo evidente (ad esempio in piscina, prima non so nuotare e poi imparo), in questi percorsi non sempre è così: la maggior parte delle volte fuori si vede poco, ma lo psicomotricista e il bambino sanno che invece il lavoro fatto è grande e porterà i suoi frutti per l’intera vita.

“Non lo so perché, ma mi piace tanto venire qui!”

Un bambino non dimentica mai come si è sentito!

 

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Come regolare la rabbia nei bambini? Dare loro spiegazioni non serve!

Una delle più frequenti richieste con cui i genitori si presentano a colloquio per chiedere aiuto per i loro figli è la difficoltà dei bambini a gestire la rabbia.

La rabbia, accanto a gioia, paura, tristezza, disgusto e disprezzo, è una delle emozioni definite primarie, secondo la classificazione di Paul Ekman e, come tutte le emozioni, è generata da uno stimolo (trigger) e ha uno scopo: serve per produrre un’azione, cioè per rispondere alla realtà senza rimanere passivi di fronte ad essa.

Nel caso specifico della rabbia il trigger è la percezione di essere impossibilitati a fare qualcosa che vorremmo fare, quindi il sentire che un ostacolo ci impedisce di agire come vorremmo. A quel punto la risposta emotiva, che è un impulso innato, universale e inconscio (che quindi si genera sempre!) è la rabbia che ha la funzione di attivarci per riuscire a fare effettivamente ciò che vogliamo fare. Tuttavia questo non è sempre possibile: spesso anche di fronte a ciò che riteniamo essere ingiusto o che si frappone tra il nostro desiderio e la sua concreta realizzazione dobbiamo in qualche modo integrare un senso di realtà che richiede di controllare la nostra risposta, aiutati in questo dalla corteccia prefrontale e da quello che è definito il “cervello del cuore”, andando verso azioni sempre più adattive che ci permettano di stare bene anche quando le cose non vanno esattamente come avremmo voluto. Ma che fatica! E quanto tempo ci vuole per arrivare a questa consapevolezza! Infatti questa parte del nostro cervello, quella prefrontale, termina il suo sviluppo a circa 25 anni.

Nei bambini la rabbia è molto più immediata e “visibile”: subisco un torto e lancio un oggetto con violenza; mi rubano un gioco e dò uno spintone; mi dicono di “no” e reagisco urlando e buttandomi a terra… e tanti altri esempi si potrebbero fare. Si tratta di reazioni impulsive e quindi che sfuggono al controllo, ma che in realtà, se vengono guardate in termini evolutivi e adattivi rappresentano un istinto a difendersi e a rispondere ad un torto, reale o percepito come tale, che ci fa sentire che i nostri diritti sono stati in qualche modo violati, che la nostra libertà di espressione è limitata, che la nostra possibilità di provare piacere immediato è differita. Talvolta l’aggressività con cui si esprime la rabbia è dettata anche dal bisogno ancestrale di sentirsi riconosciuti dall’altro e di sentirsi in una situazione di controllo e sicurezza fisica e affettiva.

Per questo è sempre molto importante osservare cosa succede prima dello scoppio di rabbia in modo da poter collocare la risposta impulsiva in un quadro più ampio che sottende un bisogno profondo che va riconosciuto e accolto.

Spesso accade invece che i genitori si sentano disarmati di fronte alla rabbia dei figli e tentino di placarla il prima possibile, a volte dicendo frasi del tipo: “Non arrabbiarti!”, “Fare così non servirà a nulla!” e dimostrando essi stessi di perdere il controllo, arrabbiandosi e facendo al contempo provare al bambino un senso di colpa o di vergogna. Altre volte, pur di non contattare una tale perdita di controllo, così destabilizzante anche per l’adulto, i bambini vengono assecondati immediatamente nelle loro pretese in modo che la situazione rientri al più presto.

In entrambi i casi però il bambino non viene aiutato nella sua maturazione psicologica che prevede che l’emozione non venga repressa, ma accompagnata verso forme di espressione più mature ed adattive: arrabbiarsi è possibile ed è un diritto, ma si può esprimere la propria rabbia senza raggiungere alti livelli di aggressività che comportano il ferire, fisicamente o anche verbalmente, se stessi o gli altri. In questo senso è fondamentale che il bambino sia aiutato dall’adulto a modulare l’espressione della rabbia, cosa che richiede un certo controllo delle proprie emozioni e una certa possibilità di stare di fronte alla rabbia dei propri figli senza troppo farsi turbare.

Noi sappiamo che l’intero sviluppo del bambino è collegato alla relazione emotiva che egli ha con le proprie figure di attaccamento. In particolare, negli ultimi anni, la teoria polivagale di Porges ha fornito un modello molto utile e con risvolti applicativi pratici per aiutarci a considerare gli aspetti di maturazione del sistema nervoso del bambino e la sua possibilità di regolare le proprie emozioni in relazione all’ambiente in cui il bambino cresce, che può rivelarsi di aiuto o di ostacolo a questi passaggi evolutivi. Senza addentrarci troppo nei presupposti scientifici della teoria, ciò che dobbiamo tenere in mente in relazione al tema che stiamo affrontando è che prima dei 18 mesi di vita il bambino non possiede ancora una sufficiente maturazione delle strutture del sistema nervoso che permettono di regolarsi da solo, ciò significa che di fronte ad uno stimolo percepito come una minaccia o un pericolo, il bambino manifesta una risposta innata e impulsiva che è per lui l’unica possibile. Se l’adulto che si prende cura di lui a sua volta comincia a diventare aggressivo, ad urlare, ecc. in un certo senso sarà come dare ragione al bambino rispetto al fatto che c’è un pericolo da cui difendersi. Il bambino percepirà quindi l’ambiente come insicuro e la risposta impulsiva si registrerà profondamente dentro di lui dando luogo a forme più o meno evidenti di disregolazione emotiva. In altre parole il piccolo continuerà a reagire in modo impulsivo e/o aggressivo sentendo che anche l’adulto sta perdendo il controllo e quindi di fatto sentendo che la minaccia è reale. A questo punto non basterà la volontà per modificare la reazione in comportamenti più adeguati, ma sarà necessario un lavoro più profondo di cui parleremo in seguito.

Cosa può fare invece l’adulto di fronte alla rabbia del bambino? Se l’adulto, genitore in primis, si dimostra calmo, non preoccupato e non reattivo, riuscendo a contestualizzare la risposta impulsiva senza condannarla, offrendo la sua presenza rilassata ed empatica, il bambino farà esperienza di un ambiente sicuro in cui tutto va bene e in cui non è necessario reagire. In questo modo, dal diciottesimo mese di vita in poi le strutture nervose cominceranno ad essere mature per attivare una risposta che non è più impulsiva, ma che definiamo “sociale”, cioè appresa dal caregiver. Ad esempio, in una situazione percepita come ingiusta il bambino imparerà a chiedere aiuto cercando il contatto, lo sguardo, la relazione con l’adulto senza passare all’atto aggressivo. A questo punto se l’adulto di riferimento risponde in modo empatico il bambino mette dentro di sé questo tipo di risposta e impara progressivamente che può “cavarsela” e stare sufficientemente a suo agio anche in quelle situazioni difficili.

I bambini non hanno bisogno di spiegazioni su come modulare la rabbia, ma hanno bisogno di fare nel corpo esperienze di regolazione emotiva! Esperienze di piacere, trasformazione, relazione, contatto che insegnano ad accogliere sul piano emotivo le difficoltà della vita. L’adulto che si prende cura deve offrire un ambiente di questo tipo per poter aiutare il bambino a modulare pian piano l’espressione delle sue emozioni, anche di quelle più impetuose e destabilizzanti come la rabbia, lasciando da parte le troppe parole e proponendosi con la propria corporeità accogliente, calda ed empatica. Allora lo sviluppo del bambino procederà lungo traiettorie evolutive armoniche che permettono una crescita in salute.

Viceversa, per coloro che hanno fatto ripetute esperienze di disregolazione sarà necessario, come accennato prima, un lavoro profondo che permetta di “ristrutturare” e accompagnare alla maturazione quella parte del sistema nervoso che ha registrato tali impronte. In questo senso la Pratica Psicomotoria si colloca come un’eccezionale possibilità di aiuto al bambino: lo psicomotricista è formato infatti per accogliere la pulsionalità di ciascuno in modo empatico e per far evolvere l’espressività motoria verso forme più adattive che permettano di stare meglio con se stessi e con gli altri. Nell’aiuto psicomotorio si permette così al bambino di accedere alle proprie risorse e lo si aiuta a mettere dentro di sé nuove esperienze di trasformazione di fronte alla frustrazione.

Martina Agnoli