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Il “tempo vuoto” è il regalo più grande per i nostri bambini

“Mamma, papà, mi annoio!”. Quante volte abbiamo sentito questa frase e, quasi in automatico, abbiamo avvertito una fitta di senso di colpa o di ansia? Come se il fatto che nostro figlio non sia “impegnato” in qualcosa di produttivo fosse una nostra mancanza, un fallimento educativo.

Nella nostra società frenetica, dominata dalla performance e dall’iper-connessione, il “tempo vuoto” è diventato il nemico pubblico numero uno. Un vuoto che, come adulti, ci affanniamo a riempire ossessivamente: costruiamo per i nostri figli agende sature di impegni, corsi, sport, e quando finalmente si presenta un momento di pausa, ecco pronto uno stimolo digitale – uno smartphone, un tablet, la tv – a fornire una gratificazione immediata. Ma cosa succede se, invece di tappare continuamente quel vuoto, impariamo a sostare al suo interno?

La noia come “Otium” filosofico: una risorsa da riscoprire

Recentemente, durante la quarta edizione del Festival “Cambio Gioco” (promosso a Padova dall’ULSS 6 Euganea in collaborazione con I AM), il professor Matteo Saudino ha tenuto un incontro dal titolo emblematico: “La noia può salvarci”. Le sue parole ci invitano a un profondo e necessario cambio di prospettiva: riscoprire il valore rivoluzionario dell’ozio.

Non stiamo parlando dell’ozio inteso come pigrizia o apatia, ma dell’otium filosofico. Nell’antichità, esisteva una chiara consapevolezza del valore di questo stato. L’otium era un tempo liberato dalle incombenze quotidiane, uno spazio dilatato e vitale in cui l’individuo poteva dedicarsi all’introspezione, alla creatività e alla cura di sé. Epicuro, figura emblematica di questa ricerca, scelse di abbandonare la velocità e il ritmo frenetico per fondare la sua scuola in un “giardino”. In quel luogo, le ore scorrevano con una lentezza diversa, lontane dalle logiche della produttività a tutti i costi.

Per i nostri bambini, questo “giardino” è fondamentale. È lo spazio in cui la mente smette di reagire agli stimoli esterni e inizia a generare mondi interni.

Il tempo vuoto nella crescita del bambino: la prospettiva psicomotoria

Se questo “giardino” interiore è essenziale per l’equilibrio degli adulti, per i bambini il tempo vuoto è letteralmente linfa vitale. Nella Pratica Psicomotoria osserviamo quotidianamente come il gioco spontaneo – quello vero, profondo, trasformativo – nasca quasi sempre da un momento di destrutturazione.

Quando un bambino non ha un’attività pre-organizzata dall’adulto, inizialmente può provare frustrazione. La noia punge, disorienta, a volte innervosisce. Ma è proprio tollerando e superando quell’istante di smarrimento che si attiva la magia: il bambino è costretto ad attingere alle proprie risorse interne. Senza un “dover fare” imposto dall’esterno, un semplice bastone diventa una bacchetta magica, un cuscino si trasforma in una zattera per solcare mari immaginari, i pensieri iniziano a vagare e a prendere forma.

La noia non è un vuoto esistenziale da fuggire; è il grembo stesso della creatività. È la condizione necessaria affinché il bambino impari ad ascoltarsi, a riconoscere i propri desideri autentici e a sviluppare un pensiero autonomo. È nel silenzio e nell’assenza di input che il bambino può finalmente “incontrare” se stesso.

La trappola digitale: l’anestetico della creatività

Oggi, il rischio più grande è quello di anestetizzare questa preziosa noia con la tecnologia. Gli schermi offrono una soluzione facile e indolore al “non so cosa fare”, ma derubano il bambino dell’opportunità di inventare, di muoversi, di sognare a occhi aperti.

Riempire ogni istante della loro giornata significa privarli dello spazio necessario per elaborare le esperienze vissute. Un bambino ha bisogno di fermarsi, di sdraiarsi sul tappeto della sua cameretta a guardare il soffitto, per sedimentare le emozioni della giornata e per costruire, pezzetto dopo pezzetto, la propria identità. Negare loro questo spazio significa ostacolare il loro naturale processo di maturazione psicologica e motoria. La tecnologia, in questo senso, agisce come un “tappo” che impedisce al potenziale creativo del bambino di emergere.

Un atto di coraggio educativo: il ruolo del genitore

Come genitori ed educatori, siamo chiamati a fare un passo indietro e a disinnescare l’ansia dell’intrattenimento continuo. Non abbiamo l’obbligo di essere gli animatori dei nostri figli in ogni momento della loro veglia.

Lasciare che si annoino, accogliere i loro sbuffi senza correre in soccorso con una soluzione preconfezionata o con un dispositivo digitale, è oggi un atto di coraggio e di profondo amore. Significa educarli all’autonomia. Significa restituire loro il “giardino” di Epicuro: uno spazio lento, libero e vuoto, dove poter finalmente incontrare se stessi e far fiorire la propria unicità.

La prossima volta che vostro figlio vi dirà “mi annoio”, provate a sorridere e a rispondere: “Che bello, allora hai tutto il tempo per scoprire cosa ti inventerai oggi”. Starete facendo loro il regalo più grande: la libertà di essere, finalmente, creatori del proprio mondo.

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Il valore del gioco

Le neuroscienze hanno riconosciuto il valore terapeutico del gioco e dell’arte.

Da sempre essi fanno parte della costruzione teorica e pratica di Bernard Aucouturier. Nella PPA la seduta è divisa in tre parti: nella prima prevale il gioco libero, mentre nella seconda e nella terza prevale l’arte attraverso il costruire o il disegnare o il raccontare.

Vorrei partire da una frase di una psicologa tedesca, Dorothee Solle, alla quale un giorno è stato chiesto come spiegherebbe la felicità a un bambino. Lei rispose: “Non gliela spiegherei, gli darei un pallone per giocare.”

Il gioco è presente nella storia dell’umanità da millenni. I primi giocattoli trovati risalgono al 3500 A.C. e sono stati scoperti in Turchia; si trattava di bamboline e carri. È interessante notare che questi giochi sono di poco successivi all’epoca in cui venne scoperta la ruota stessa, quindi potremmo dire che, appena venne scoperta della ruota, essa venne subito anche rappresentata nei giochi.

Il gioco è presente da migliaia di anni, in tutte le popolazioni e in tutte le culture.

In un libro che si intitola “Il grande viaggio in slitta”, Knud Rasmussen, un danese che ha attraversato la Groenlandia da est a ovest e che ha avuto contatti con le popolazioni autoctone, durante una conversazione con uno sciamano, chiede allo sciamano: “Dove vanno gli uomini quando muoiono?” e lo sciamano risponde: “Alcuni vanno in cielo e diventano ‘il popolo del giorno’, il loro paese è nella direzione in cui nasce il giorno; altri vanno sotto il mare, dove c’è una terra sottile che ha il mare da entrambi i lati. Questi vengono chiamati ‘il popolo della lingua di terra stretta’. Nel paese del giorno risorgono solo le persone che perdono la vita per sventura, per annegamento o omicidio. È un grande paese, si sta bene; c’è molta gioia, si gioca quasi sempre a palla in gruppi che gridano, cantano e giocano con il cranio di un tricheco. Quando i morti giocano a palla in cielo, sulla terra si illumina una meravigliosa aurora boreale.”

Per venire ai giorni nostri ricordo la prima pagina della rivista dell’Accademia Americana di Pediatria del 2018 che si intitola: “Volete bambini creativi, curiosi e più sani? Lasciateli giocare!”. Questa rivista spiega tutte le funzioni importanti che si sviluppano grazie al gioco, il gioco naturale, quello che esiste da migliaia di anni.

L’importanza del gioco per una buona crescita non è una scoperta recente dell’Accademia né delle neuroscienze. Il primo accenno risale al 348 a.C. ed è stato fatto da Platone in un dialogo intitolato “Leggi” e rimasto incompiuto, in cui si dice quanto segue: “Ci sarebbe bisogno di giochi per il carattere dell’anima del bambino di tre, quattro e cinque anni, anche se per i bambini di tale età certi giochi sono spontanei; quando si ritrovano insieme, per così dire, essi stessi li scoprono. Tutti questi bambini di età compresa tra i tre e i sei anni devono riunirsi in luoghi sacri di ogni villaggio, ciascuno degli appartenenti al villaggio nello stesso luogo. Inoltre, le nutrici dei bambini di tale età devono prendersi cura del buon ordine e dell’ottemperanza”.

Vorrei sottolineare brevemente due concetti: il primo è che i giochi sono importanti “per il carattere dell’anima”; il secondo, è che devono esserci “delle nutrici che si prendano cura del buon ordine e dell’ottemperanza”.  Il ruolo di uno psicomotricista formato alla PPA è proprio quello di dare ordine e protezione anche al bambino che non riesce a contenersi nel gioco.

Il gioco è, poi, legato all’arte nel senso che i bambini non solo giocano spontaneamente (non c’è bisogno di corromperli per farli giocare; per mangiare le verdure c’è bisogno di corromperli!), ma quando si ritrovano insieme a giocare spontaneamente, costruiscono anche storie, interagiscono fra loro e creano mondi. Sviluppano fantasia, immaginazione e una serie di funzioni della mente che sono fondamentali per la crescita.

A questo punto sorge la domanda: perché noi esseri umani abbiamo mantenuto questa capacità, questo interesse e questo piacere? Perché questi aspetti sono stati preservati mentre tanti altri sono stati persi nel tempo? Tra l’altro è interessante notare che il gioco non è presente solo negli esseri umani, è presente anche negli animali, sicuramente in tutti i mammiferi e, forse, anche in qualche uccello.

Nel 2011, Jaak Panksepp ha identificato, a livello sottocorticale, cioè in quelle strutture nervose che stanno sotto alla corteccia cerebrale, sette circuiti, che oggi vengono considerati importanti almeno alla pari della corteccia cerebrale stessa e che sono legati alla sopravvivenza. Tra questi circuiti troviamo quello della ricerca di cibo e di accoppiamento, quello della cura (senza la cura dei piccoli, la specie non potrebbe sopravvivere), quello dell’aggressività (che serve per difendere il territorio, i figli ecc. quindi è qualcosa di diverso dalla violenza) e anche il circuito del gioco. Pertanto, il gioco è in qualche modo inscritto nel nostro corpo.

Negli animali da esperimento si è osservato che, come nei bambini, il gioco più importante è quello della lotta e del corpo a corpo (tra l’altro, la parola “palestra” deriva dal greco “palé”, che significa lottare). Si è visto che gli animali che giocano, anche quelli perdenti, apprendono meglio di quelli a cui è vietato giocare. Inoltre, se tra due animali che giocano vince sempre lo stesso, a un certo punto quello che vince smetterà di vincere per timore che l’altro si stanchi e smetta di giocare.

Il gioco, quindi, non vale solo come fonte di piacere, ma anche come strumento per lo sviluppo psicologico e affettivo.

Dal punto di vista neurologico, è stato dimostrato che il gioco stimola il GNF, il fattore di crescita nervosa descritto da Rita Levi Montalcini, la cui scoperta l’ha portata a ricevere il premio Nobel. Questo fattore di crescita nervosa viene stimolato non solo da una serie di sostanze proteiche, ma anche appunto dal gioco.

Antonio Damasio, un neuroscienziato portoghese che lavora negli Stati Uniti, sostiene che le storie sono un modo per esplorare la nostra mente. Pensiamo alla tragedia greca, dalla quale gli spettatori erano coinvolti emotivamente e grazie alla quale riuscivano a comprendere qualcosa di più del loro essere, della loro esistenza.

Il gioco e le storie interagiscono con la cognitività e l’affettività. Ma in che modo?

Il gioco apre spazi allo sviluppo della fantasia. Attraverso il gioco, i bambini possono sperimentare la realtà ed esprimere sentimenti vitali in un contesto controllato e, ripetendo le esperienze simbolicamente in diversi modi, possono elaborare conflitti e sentimenti dolorosi.

Questo significa che le storie che i bambini creano attraverso il gioco ci raccontano qualcosa di loro e costituiscono un modo per elaborare le emozioni. Inoltre, come affermava Allan Schore, il gioco ha anche la caratteristica di favorire la maturazione del sistema nervoso. I bambini traumatizzati mostrano problematiche sia nel gioco che nella maturazione psichica.

Dunque, possiamo affermare che il gioco può aiutare i bambini a maturare alcune strutture nervose e, quindi, a leggere la loro mente, a rielaborare i conflitti.

A questo proposito è fondamentale ricordare Eric Kandel, che nel 2000 ha vinto il premio Nobel per la medicina grazie ai suoi studi nei quali ha dimostrato che l’ambiente è in grado di modulare l’espressione genetica, sia in senso positivo che negativo. Un ambiente abbandonico e trascurante compromette lo sviluppo di un bambino, mentre un ambiente ricco e affettivamente nutriente lo sostiene nella crescita. Di conseguenza, anche in situazioni difficili, ridefinendo l’ambiente e le esperienze, si può in qualche modo aiutare il DNA a esprimere parti “costruttive” piuttosto che “distruttive”. E’ quell’ambito della medicina, che chiamiamo “epigenetica”.

Ci sono esempi di epigenetica particolarmente significativi. Ad esempio, è stata condotta una ricerca sull’età neurologica di due fratelli gemelli, di cui uno vive nel Wisconsin e gestisce una fattoria, mentre l’altro risiede a New York e lavora in borsa. Dallo studio è emerso che presentano una differenza di età genetica 10-15 anni a favore del gemello che lavora in fattoria.

Questo lavoro di Kandel ha conferito valore scientifico alla psicologia, alla pedagogia, alla psicoterapia, e anche alla PPA.

Nella Pratica Psicomotoria Aucouturier troviamo due elementi fondamentali:

  1. un’ampia parte di gioco motorio spontaneo, in cui i bambini esprimono liberamente le proprie emozioni;
  2. una componente artistica, che include disegni e costruzioni, in cui ci si sperimenta e l’emozione si apre all’affetto.

Cosa significa questo? Secondo molti neuroscienziati, possiamo parlare di emozione fin quando essa rimane nel cuore. Tuttavia, quando l’emozione viene pensata, rielaborata e compresa, si trasforma in affetto. Quindi, disegnando e osservando ciò che si è disegnato, costruendo e vedendo ciò che si è costruito, i bambini possono rendersi conto di ciò che hanno dentro di loro e iniziare a dare un nome a queste sensazioni. Tutto ciò avviene in presenza di un adulto che, come ha scritto Platone, si occupa del “buon ordine”.

Daniel Stern nel 2019 ha scritto che le reti neurali funzionano in modo tale che ogni traccia dell’esperienza – sia essa di natura cognitiva, emotiva, sensoriale o motoria – può modificare e ricodificare le tracce precedenti. Le reti neurali sono dunque incessantemente modellate dall’esperienza.

Una seduta di psicomotricità mobilita aspetti cognitivi, emotivi, sensoriali, motori e affettivi, permettendo di modellare continuamente le reti neurali del bambino.

Mi sembra particolarmente affascinante il fatto che il nostro cervello contenga strutture per il gioco, la storia e l’arte e che possa al tempo stesso essere modificato dal gioco, dalle storie e dall’arte.

Mauro Polacco, Neuropsichiatra infantile

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Come regolare la rabbia nei bambini? Dare loro spiegazioni non serve!

Una delle più frequenti richieste con cui i genitori si presentano a colloquio per chiedere aiuto per i loro figli è la difficoltà dei bambini a gestire la rabbia.

La rabbia, accanto a gioia, paura, tristezza, disgusto e disprezzo, è una delle emozioni definite primarie, secondo la classificazione di Paul Ekman e, come tutte le emozioni, è generata da uno stimolo (trigger) e ha uno scopo: serve per produrre un’azione, cioè per rispondere alla realtà senza rimanere passivi di fronte ad essa.

Nel caso specifico della rabbia il trigger è la percezione di essere impossibilitati a fare qualcosa che vorremmo fare, quindi il sentire che un ostacolo ci impedisce di agire come vorremmo. A quel punto la risposta emotiva, che è un impulso innato, universale e inconscio (che quindi si genera sempre!) è la rabbia che ha la funzione di attivarci per riuscire a fare effettivamente ciò che vogliamo fare. Tuttavia questo non è sempre possibile: spesso anche di fronte a ciò che riteniamo essere ingiusto o che si frappone tra il nostro desiderio e la sua concreta realizzazione dobbiamo in qualche modo integrare un senso di realtà che richiede di controllare la nostra risposta, aiutati in questo dalla corteccia prefrontale e da quello che è definito il “cervello del cuore”, andando verso azioni sempre più adattive che ci permettano di stare bene anche quando le cose non vanno esattamente come avremmo voluto. Ma che fatica! E quanto tempo ci vuole per arrivare a questa consapevolezza! Infatti questa parte del nostro cervello, quella prefrontale, termina il suo sviluppo a circa 25 anni.

Nei bambini la rabbia è molto più immediata e “visibile”: subisco un torto e lancio un oggetto con violenza; mi rubano un gioco e dò uno spintone; mi dicono di “no” e reagisco urlando e buttandomi a terra… e tanti altri esempi si potrebbero fare. Si tratta di reazioni impulsive e quindi che sfuggono al controllo, ma che in realtà, se vengono guardate in termini evolutivi e adattivi rappresentano un istinto a difendersi e a rispondere ad un torto, reale o percepito come tale, che ci fa sentire che i nostri diritti sono stati in qualche modo violati, che la nostra libertà di espressione è limitata, che la nostra possibilità di provare piacere immediato è differita. Talvolta l’aggressività con cui si esprime la rabbia è dettata anche dal bisogno ancestrale di sentirsi riconosciuti dall’altro e di sentirsi in una situazione di controllo e sicurezza fisica e affettiva.

Per questo è sempre molto importante osservare cosa succede prima dello scoppio di rabbia in modo da poter collocare la risposta impulsiva in un quadro più ampio che sottende un bisogno profondo che va riconosciuto e accolto.

Spesso accade invece che i genitori si sentano disarmati di fronte alla rabbia dei figli e tentino di placarla il prima possibile, a volte dicendo frasi del tipo: “Non arrabbiarti!”, “Fare così non servirà a nulla!” e dimostrando essi stessi di perdere il controllo, arrabbiandosi e facendo al contempo provare al bambino un senso di colpa o di vergogna. Altre volte, pur di non contattare una tale perdita di controllo, così destabilizzante anche per l’adulto, i bambini vengono assecondati immediatamente nelle loro pretese in modo che la situazione rientri al più presto.

In entrambi i casi però il bambino non viene aiutato nella sua maturazione psicologica che prevede che l’emozione non venga repressa, ma accompagnata verso forme di espressione più mature ed adattive: arrabbiarsi è possibile ed è un diritto, ma si può esprimere la propria rabbia senza raggiungere alti livelli di aggressività che comportano il ferire, fisicamente o anche verbalmente, se stessi o gli altri. In questo senso è fondamentale che il bambino sia aiutato dall’adulto a modulare l’espressione della rabbia, cosa che richiede un certo controllo delle proprie emozioni e una certa possibilità di stare di fronte alla rabbia dei propri figli senza troppo farsi turbare.

Noi sappiamo che l’intero sviluppo del bambino è collegato alla relazione emotiva che egli ha con le proprie figure di attaccamento. In particolare, negli ultimi anni, la teoria polivagale di Porges ha fornito un modello molto utile e con risvolti applicativi pratici per aiutarci a considerare gli aspetti di maturazione del sistema nervoso del bambino e la sua possibilità di regolare le proprie emozioni in relazione all’ambiente in cui il bambino cresce, che può rivelarsi di aiuto o di ostacolo a questi passaggi evolutivi. Senza addentrarci troppo nei presupposti scientifici della teoria, ciò che dobbiamo tenere in mente in relazione al tema che stiamo affrontando è che prima dei 18 mesi di vita il bambino non possiede ancora una sufficiente maturazione delle strutture del sistema nervoso che permettono di regolarsi da solo, ciò significa che di fronte ad uno stimolo percepito come una minaccia o un pericolo, il bambino manifesta una risposta innata e impulsiva che è per lui l’unica possibile. Se l’adulto che si prende cura di lui a sua volta comincia a diventare aggressivo, ad urlare, ecc. in un certo senso sarà come dare ragione al bambino rispetto al fatto che c’è un pericolo da cui difendersi. Il bambino percepirà quindi l’ambiente come insicuro e la risposta impulsiva si registrerà profondamente dentro di lui dando luogo a forme più o meno evidenti di disregolazione emotiva. In altre parole il piccolo continuerà a reagire in modo impulsivo e/o aggressivo sentendo che anche l’adulto sta perdendo il controllo e quindi di fatto sentendo che la minaccia è reale. A questo punto non basterà la volontà per modificare la reazione in comportamenti più adeguati, ma sarà necessario un lavoro più profondo di cui parleremo in seguito.

Cosa può fare invece l’adulto di fronte alla rabbia del bambino? Se l’adulto, genitore in primis, si dimostra calmo, non preoccupato e non reattivo, riuscendo a contestualizzare la risposta impulsiva senza condannarla, offrendo la sua presenza rilassata ed empatica, il bambino farà esperienza di un ambiente sicuro in cui tutto va bene e in cui non è necessario reagire. In questo modo, dal diciottesimo mese di vita in poi le strutture nervose cominceranno ad essere mature per attivare una risposta che non è più impulsiva, ma che definiamo “sociale”, cioè appresa dal caregiver. Ad esempio, in una situazione percepita come ingiusta il bambino imparerà a chiedere aiuto cercando il contatto, lo sguardo, la relazione con l’adulto senza passare all’atto aggressivo. A questo punto se l’adulto di riferimento risponde in modo empatico il bambino mette dentro di sé questo tipo di risposta e impara progressivamente che può “cavarsela” e stare sufficientemente a suo agio anche in quelle situazioni difficili.

I bambini non hanno bisogno di spiegazioni su come modulare la rabbia, ma hanno bisogno di fare nel corpo esperienze di regolazione emotiva! Esperienze di piacere, trasformazione, relazione, contatto che insegnano ad accogliere sul piano emotivo le difficoltà della vita. L’adulto che si prende cura deve offrire un ambiente di questo tipo per poter aiutare il bambino a modulare pian piano l’espressione delle sue emozioni, anche di quelle più impetuose e destabilizzanti come la rabbia, lasciando da parte le troppe parole e proponendosi con la propria corporeità accogliente, calda ed empatica. Allora lo sviluppo del bambino procederà lungo traiettorie evolutive armoniche che permettono una crescita in salute.

Viceversa, per coloro che hanno fatto ripetute esperienze di disregolazione sarà necessario, come accennato prima, un lavoro profondo che permetta di “ristrutturare” e accompagnare alla maturazione quella parte del sistema nervoso che ha registrato tali impronte. In questo senso la Pratica Psicomotoria si colloca come un’eccezionale possibilità di aiuto al bambino: lo psicomotricista è formato infatti per accogliere la pulsionalità di ciascuno in modo empatico e per far evolvere l’espressività motoria verso forme più adattive che permettano di stare meglio con se stessi e con gli altri. Nell’aiuto psicomotorio si permette così al bambino di accedere alle proprie risorse e lo si aiuta a mettere dentro di sé nuove esperienze di trasformazione di fronte alla frustrazione.

Martina Agnoli

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Il ruolo delle aspettative nel definire chi siamo

Come dovrebbe essere un bambino? Cosa dovrebbe saper fare? Come dovrebbe comportarsi? Anche se non ci siamo mai soffermati a pensare alle risposte a queste domande, anche se non siamo ancora genitori, comunque dentro di noi, inconsciamente, esiste un’immagine del “bambino ideale” determinata dalla nostra storia e dalla cultura in cui siamo inseriti. Infatti chi ci precede, dai nostri genitori ai nostri nonni, bisnonni ecc. ci trasmette non solo un patrimonio genetico, ma anche un patrimonio di credenze, emozioni, schemi di comportamento e vere e proprie aspettative su come dovrebbe essere un bambino e tale patrimonio è capace di influenzare, ancora più del DNA, chi siamo e le nostre idee sul mondo. Le neuroscienze testimoniano che l’ambiente in cui un essere umano nasce e cresce e con cui è in costante rapporto è fondamentale per determinare la persona che diventerà e per ambiente non intendiamo solo il luogo geografico, ma anche e soprattutto le persone che ci circondano e con cui intratteniamo una relazione.

Quando diventiamo genitori constateremo che c’è sempre una discrepanza, piccola o grande, tra il bambino reale che abbiamo con noi e l’immagine di bambino ideale presente dentro di noi ed è fondamentale, per il sano sviluppo del bambino e per il suo benessere, che le nostre credenze si facciano un po’ da parte per poter accettare il figlio nella sua propria essenza.

Se ciò non accade ci sono almeno due gravi rischi a cui andiamo incontro. Innanzitutto continueremo ad avere delle aspettative eccessive nei confronti del bambino, facendogli sentire di non andare mai bene, di non essere all’altezza, generando in lui una scarsa autostima, un senso di insicurezza, una difficoltà a costruirsi una propria identità che è uno dei compiti di sviluppo più importanti per la persona.

Albert Einstein diceva “Ognuno è un genio, ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi lui passerà tutta la vita a credersi stupido”.

Lo stesso accade per i bambini che sentono di doversi uniformare ad un’idea preconcetta, che sentono di dover essere uguali agli altri, che sentono il peso di dover raggiungere tutti indistintamente e nello stesso momento lo stesso risultato, gli stessi “traguardi” di sviluppo, senza tener conto che ciascuno è diverso, ha delle proprie caratteristiche, una propria storia personale, perfino un’intelligenza che può essere differente. Infatti il modello delle intelligenze multiple presentato da Gardner ci invita a guardare oltre la definizione unica ed “accademica” di intelligenza e a considerare invece un insieme di intelligenze differenti tra loro che potranno essere più o meno spiccate nei diversi individui come l’intelligenza logico-matematica, cinestesica, artistica-spaziale, musicale, linguistica, naturalistica, spirituale che ci rendono individui non solo capaci di saper fare delle cose, ma di saper essere delle persone in grado di guardarsi dentro, da un lato, e di aprirsi alla relazione con gli altri, dall’altro, aspetti fondamentali per la vita e il benessere. Tuttavia, nonostante sia stato ampliamente dimostrato che “un quoziente intellettivo alto non è garanzia di prosperità, prestigio o felicità, spesso la nostra scuola e la nostra cultura si fissano sulle capacità accademiche, ignorando l’intelligenza emotiva – un insieme di tratti che qualcuno potrebbe definire carattere- immensamente importanti ai fini del nostro destino personale” (Goleman, 1996).

Un altro grave rischio legato ad aspettative eccessive è quello di “gettare la spugna” e, in preda alla rassegnazione, non sognare più il bambino, non investire i nostri pensieri, le nostre azioni, le nostre energie in un figlio che non è come pensavamo, quasi come se non ne valesse la pena. Questo rischio è gravissimo perché noi siamo esseri in relazione e per tutta la vita abbiamo bisogno dell’Altro per imparare chi siamo: siamo persone degne di sguardi, di amore, di cure? Ci si può fidare di noi? Siamo capaci? Siamo bisognosi di aiuto? Chi siamo? È nella relazione con l’altro che troviamo risposta a queste domande e naturalmente in primis nella relazione con i nostri genitori. È come l’Altro ti porta dentro di sé che ti fa sentire di esistere, ti fa sentire amato, sicuro, che ti fa sentire chi sei e che ti permette di essere te stesso. E questo deve continuare al di là di ogni aspettativa, altrimenti il bambino privato dello sguardo d’amore “muore”, esattamente come muore se non gli viene dato da mangiare.

I genitori devono continuare ad avere immagini sul bambino, su cosa potrà diventare, ma a partire dai dati reali presenti in lui, non basandosi sull’illusione del prima. Solo così il bambino sentirà il piacere di poter essere se stesso! Il riconoscimento degli altri è la base per conquistare non solo la propria identità, ma anche la stima di sé: il bambino costruisce un’immagine che lo valorizza tramite lo sguardo degli altri e bambini che non si sentono sicuri in questo senso sono bambini che generalmente chiedono la conferma all’adulto per ogni cosa che fanno, che chiedono continuamente di essere guardati e apprezzati.

È fondamentale dunque cambiare l’immagine che avevamo e investire su un’immagine diversa, ma adattata al reale e paradossalmente solo quando compiremo questo passaggio il bambino potrà emergere in tutto il suo potenziale, a volte trattenuto per paura di deludere.

Ma quindi, cosa possiamo fare concretamente?

La prima cosa che un genitore dovrebbe fare per garantire al proprio figlio uno sguardo libero da eccessive aspettative è provare curiosità verso il bambino, cioè non credere di sapere già tutto su di lui, ma lasciarsi stupire!

Erica Francesca Poli, psichiatra e psicoterapeuta, scrive nel suo libro “Le emozioni che curano” che “guardare un figlio come l’infinito ancora da scoprire lo cresce sano e libero, non importa quanti errori siano stati fatti. […] Questo è come intendo l’amore. […] Con un vero Altro, tu scopri il vero Te” proprio a sottolineare l’importanza di uno sguardo puro, capace di meravigliarsi e di accettare che non possiamo sapere cosa ci attende, ma se riusciamo a stare in questa incertezza e a “lasciarci portare” senza la pretesa di dirigere sempre le cose così come pensiamo dovrebbero accadere, ecco che possiamo Amare davvero un bambino e permettergli di essere la persona che è destinato ad essere.

Infatti è altrettanto importante permettere al bambino di esprimere la propria diversità da noi genitori, dovremmo comprendere i suoi tentativi di manifestare le sue preferenze e la sua identità, fin da piccolissimo, dapprima con il corpo, poi via via con i comportamenti o dicendo di no attraverso il linguaggio verbale. La possibilità di differenziarsi dai genitori rappresenta per il figlio un passaggio fondamentale per un sano sviluppo, per poter sentire di essere un soggetto capace di esercitare la sua azione nel mondo e non solo di eseguire dei compiti, passivamente, per sviluppare un senso di autonomia che permetta di non dipendere sempre da qualcuno, ma di essere in grado di cavarsela anche nelle difficoltà senza sentirsi troppo destabilizzati da esse.

Massimo Recalcati, famoso psicoterapeuta, dice: “La vita del figlio ha diritto ad essere difforme, differente dalla vita e dalle aspettative dei genitori. Il vero dono della genitorialità è amare il figlio nella sua differenza. Troppo facile amare il figlio quando corrisponde alle aspettative”. Tutti noi, prima di essere genitori necessariamente siamo stati figli e forse abbiamo ancora un ricordo, una sensazione del peso che le aspettative dei nostri genitori ha prodotto in noi…Essere consapevoli di cosa noi stessi abbiamo vissuto può renderci genitori più consapevoli e attenti.

Infine in alcuni casi, naturalmente, sarà necessario lavorare sui vissuti dei genitori e sulla ferita che un figlio molto diverso da come si aspettavano può generare. Pensiamo ad esempio ai bambini con handicap, patologie, malformazioni ecc. che richiedono uno stravolgimento dell’immagine, del sogno, a favore di una realtà molto diversa, forse meno “perfetta”, ma non per questo non degna del nostro sguardo di amore. Quando un sogno muore certamente ci sono sentimenti di rabbia, frustrazione, lutto, ma in realtà ciò che muore sono le aspettative, non le persone! Allora se ci concediamo di “starci dentro”, di smettere inseguire un’illusione, ecco che viviamo esperienze di “altra” bellezza, che non è forse come pensavamo, ma è autentica! Questo è anche il motivo per cui ad esempio spesso si trovano dei genitori che parlano della disabilità o della patologia del figlio come di una benedizione riconoscendola come l’occasione per riconnettersi con quella parte più autentica di se stessi che forse, altrimenti, non si sarebbe ritrovata più.

Cerchiamo dunque di non farci guidare da credenze troppo rigide o aspettative eccessive quando guardiamo i nostri figli. Accettiamoli con amore nella loro unicità, permettiamo loro di essere differenti da noi e dalle nostre idee preconcette. Facciamo sentire che ci saremo comunque, anche quando non raggiungeranno un obiettivo o quando mostreranno la loro vulnerabilità. Guardiamoli con curiosità e continuiamo a sognarli, sempre!

Martina Agnoli

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Psicomotricità o Pratica Psicomotoria?

Il termine psicomotricità si riferisce all’integrazione tra gli aspetti del corpo, della mente e delle emozioni dell’individuo, dall’inizio della vita in poi, con particolare riferimento al fatto che mentre si compie un’azione sul mondo questa ha delle ricadute sulle conoscenze che l’individuo acquisisce e sui suoi pensieri. Nello specifico il cervello non è fatto primariamente per pensare, al contrario di quanto si potrebbe credere, ma proprio per sentire ed è sulla base di ciò che l’individuo percepisce attraverso i sensi che è in grado di crearsi una rappresentazione del mondo e dei pensieri. Quindi nel termine psicomotricità è contenuto il riferimento al legame importantissimo che c’è tra azione, affettività e pensiero che non possono essere visti come separati tra loro, come si riteneva erroneamente in passato, ma come un tutto unico: l’essere umano interagisce con l’ambiente come un tutt’uno. Va da sé che la psicomotricità dell’individuo si sviluppa lungo tutto il corso dell’esistenza e in molti contesti differenti, a seconda delle esperienze che l’individuo stesso compirà e che andranno ad arricchire la sua persona.

Il termine pratica psicomotoria invece si riferisce ad un’attività specifica che offre ai bambini un contesto (o quadro) ben definito in cui viene accolta e accompagnata a progredire l’espressività motoria di ciascuno: in uno spazio e un tempo specifici e con del materiale con caratteristiche precise la pratica psicomotoria fa progredire la capacità di ognuno di esprimere la propria interiorità attraverso il corpo e il movimento all’interno di una dimensione simbolica in cui il bambino sente di poter manifestare anche contenuti affettivi e cognitivi forti e distruttivi per la sicurezza fisica ed emotiva che viene garantita dallo psicomotricista. Il bambino vive delle sensazioni, a partire dal suo agire spontaneo, che risvegliano e “mettono in moto” immagini e pensieri per lo più inconsci e vanno ad alimentare il suo gioco il quale diventa in questo modo una narrazione della sua storia personale. Il bambino così non solo porta fuori di sé ciò che sente o che ha in mente (i suoi pensieri e le sue emozioni più profonde), ma impara anche a controllarlo, “studia” gli effetti della sua azione sul mondo esterno, evolve ed apprende. Agire spontaneamente in questo modo significa dunque creare pensiero e permettere al bambino, grazie all’aiuto dello psicomotricista, di mettere in relazione, attraverso legami di senso, quanto sente (il suo mondo interno) con quanto pensa. In altre parole aiuta a mantenere, accrescere, rinforzare o recuperare questo legame tra corpo, emozioni e mente (o anche azione, affettività e pensiero) di cui abbiamo precedentemente parlato che è alla base del benessere della persona poiché in sua assenza si instaura la difficoltà fino alla patologia.

Martina Agnoli

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La Pratica Psicomotoria Aucouturier

La Pratica Psicomotoria Aucouturier (di seguito indicata con l’acronimo PPA) è un’attività specifica tesa a promuovere la salute psichica del bambino che si esprime attraverso le vie del corpo, del gioco e dell’azione. Essa permette di far progredire l’espressività motoria di ciascuno, cioè la possibilità di raccontare il suo mondo interno, il suo benessere e malessere, proprio attraverso queste vie.

Perché questo è importante? Perché permette la distensione di quelle tensioni interne e di quei “nodi” emotivi che se non vengono in qualche modo “portati fuori da sé” rimangono nel corpo e possono dare origine a somatizzazioni, delle vere e proprie rappresentazioni attraverso il corpo dello stato interno della persona, delle sue tensioni, talvolta della sua storia di sofferenza. Alcuni esempi di somatizzazione possono essere problemi o difficoltà a carico degli organi, a livello di respirazione, digestione, pelle, problemi a carico delle funzioni sensoriali, dei muscoli, delle articolazioni, delle ossa, ipertonicità o ipotonicità, ma anche difficoltà nella motricità globale o fine, nell’esplorazione dell’ambiente, nella relazione con gli altri, difficoltà nel gioco spontaneo, nella regolazione del gesto con passaggi all’atto esplosivi, improvvisi, aggressivi, difficoltà a costruire il proprio Sé e poco interesse per le attività di creazione. Quando queste manifestazioni corporee non hanno un’evidente causa organica, può trattarsi di somatizzazioni di diversa natura e gravità che portano, se non opportunamente trattate, per esempio con la terapia somato-psichica che è uno dei livelli a cui si può sviluppare la PPA, ad un malessere esistenziale che accompagna l’individuo lungo tutto il corso della sua vita.

È importante però sottolineare che la possibilità di esprimere i propri stati interni con i mezzi più consoni in relazione all’età (e fino ai 7/8 anni circa il mezzo privilegiato è il gioco spontaneo, per poi passare ad altre forme di espressione tra cui anche il linguaggio verbale) è fondamentale per tutti i bambini, non solo per quelli che manifestano delle difficoltà specifiche, poiché assume un importante valore educativo e preventivo permettendo al bambino non solo di distendere e “diluire gradualmente” le sue naturali tensioni, ma anche di affinare sempre di più quella capacità di rappresentare ciò che sente. Questo è fonte di benessere e garanzia della possibilità di trovare dentro di sé quelle risorse che servono per superare le imprevedibili difficoltà che la vita ci mette davanti. “È bene ricordare che il gioco è esso stesso una terapia” scriveva Winnicot.

La PPA nasce dalle intuizioni di Bernard Aucouturier negli anni ‘70 del secolo scorso, quando il giovane Bernard, a contatto con bambini molto compromessi a livello fisico e con altri considerati “difficili” per il loro comportamento, sperimentò come un ingaggio corporeo ed emozionale, in cui lo scambio attraverso il  linguaggio verbale era minimo e non vi era nessuna pretesa di insegnare direttamente qualcosa, quanto piuttosto l’intento di far vivere giochi tonicamente ed emozionalmente molto stimolanti, portava a dei cambiamenti importanti sia nel comportamento che nella predisposizione all’apprendimento di questi bambini. Cominciò quindi a creare delle proposte educative centrate sull’espressività del corpo, fino a proposte di aiuto terapeutico, convinto che l’incontro con il bambino ad un livello non verbale fosse l’unico punto di partenza possibile per tutta la sua evoluzione futura (motoria, affettiva, dell’immaginario e cognitiva) e sostenuto in questo dalle conferme che progressivamente giungevano dagli studi in ambito neuropsichiatrico, psicologico, psicanalitico a cui continuamente si rifaceva. Propose un approccio globale in cui tutte le funzioni venivano sollecitate nello stesso momento (importantissima differenza rispetto ad approcci riabilitativi che si concentrano su un’unica funzione “danneggiata”), un approccio che considerava quindi la persona nella sua unità di corpo, mente ed emozioni e che poneva il piacere condiviso, la reciprocità degli scambi e l’ascolto emozionale attento e presente come punti fondamentali per la maturazione del bambino.

(Per approfondimenti si veda il sito dell’Ècole Internationale Aucouturier: www.eia-ppa.org)

La Pratica Psicomotoria Aucouturier è quindi sostenuta oggi da numerose scoperte e conferme neuroscientifiche che si sono susseguite negli anni principalmente in due ambiti che rappresentano i presupposti su cui si fonda la pratica stessa.

Il primo è il concetto di “mente incorporata” ossia l’esistenza di un legame profondissimo e imprescindibile tra corpo, azione, emozione e cognizione del bambino: la mente è nel corpo, “non c’è nulla nella mente che prima non sia stato nei sensi” scrive Mauro Polacco nel suo libro “Psicoterapia quasi senza parole”, ribadendo come lo psichismo del bambino si costruisca a partire dall’esperire il mondo attraverso i sensi grazie all’aiuto di “un altro”, in primis la mamma, che dà senso alle esperienze che il piccolo bambino vive trasformandole in pensieri e in parole. Questo pone al centro anche il tema dell’interazione con l’ambiente come fattore determinante per la crescita del piccolo di cui avremo modo di parlare in altri approfondimenti.

Il secondo punto fondante la PPA è l’importanza del gioco spontaneo, da intendersi come il mezzo più immediato con cui il bambino racconta della sua storia personale, gioco che prende origine da quella che viene definita memoria implicita o memoria somatica, che contiene le tracce dei primissimi scambi tra il bambino e la mamma a partire dalla gravidanza e durante i primi due anni di vita del bambino. Di queste interazioni precoci noi non ricordiamo nulla, tuttavia esse non sono dimenticate e, anzi, sono estremamente importanti poiché continuano a condizionare tutta la nostra vita affettiva, emozionale e cognitiva, quindi in effetti la persona che siamo, lungo tutto il corso della nostra esistenza. Questa memoria arcaica alimenta un serbatoio inconscio di immagini le quali, proprio per il carattere esclusivamente biologico della memoria di corpo, non possono essere recuperate a parole, ma possono affiorare solo attraverso una via simbolica, ad esempio, appunto, quella offerta dal gioco spontaneo nel bambino oppure, per noi adulti, alcune attività artistiche a cui possiamo dedicarci. Per il bambino il gioco spontaneo è il canale elettivo con cui può “dar voce” senza parole alle sue immagini e alle sue emozioni più profonde.

Ma perché è così importante poter giocare queste immagini, cioè tradurle in azioni? Ci rispondono le neuroscienze che dimostrano che mentre giocano spontaneamente i bambini costruiscono la loro rappresentazione di sé e del mondo, i loro pensieri e la loro persona; riescono a distendere le tensioni, riescono a rassicurarsi rispetto alle loro angosce, a trovare soluzioni di fronte alle difficoltà, a sopportare anche la frustrazione e dare un senso a ciò che vivono; riescono a prendere un po’ di distanza dalle loro intense emozioni, a non restare imprigionati in esse, a non lasciare che la pulsione guidi l’azione, ma a permettere che ci sia in mezzo un pensiero.

È il coinvolgimento corporeo ed emotivo (ossia l’agire a partire dalla sensazione e dall’immagine che grazie ad essa si risveglia) che sostiene e permette i processi di apprendimento. Perfino il linguaggio può essere definito come “un sapere del corpo” che si può acquisire solo tramite l’imitazione e la pratica esattamente come i movimenti.

Quindi a noi forse sembra banale, ma per i bambini il gioco è importantissimo e talmente reale che può far cambiare delle cose, anche a livello psichico, proprio perché muove ormoni e neuroni.

Al centro della PPA c’è dunque il gioco spontaneo e saper dare un senso al gioco del bambino, leggendo il suo legame con la storia personale di ciascuno, è proprio uno degli aspetti più importanti del lavoro dello psicomotricista. Un bambino che riesce a esprimere la sua interiorità attraverso questa via simbolica offerta dal gioco spontaneo è un bambino che potrà trovare dei mezzi per rassicurarsi in merito alle sue paure, per superare le difficoltà, per affrontare i problemi senza farsi troppo pervadere dalle emozioni che vive, ma creando progressivamente quella distanza che rende, contemporaneamente più stabili e centrati nel corpo, più regolati nelle emozioni e più lucidi e organizzati anche sul piano dei pensieri.

Tuttavia, sebbene forse non sia facile immaginarlo, non tutti i bambini riescono a giocare spontaneamente in questo modo, alcuni fanno fatica per diverse ragioni. Proprio per questo la PPA si sviluppa a due livelli: quello educativo e quello di prevenzione e di aiuto, fino all’aiuto terapeutico.

A livello educativo la PPA si configura come un accompagnamento ad una sana ed armoniosa maturazione psicologica e si rivolge a quei bambini che non presentano particolari difficoltà a casa, a scuola, nelle relazioni, nella regolazione delle loro emozioni. In questo caso gli obiettivi del lavoro in sala saranno favorire al massimo lo sviluppo della funzione simbolica che permette al bambino di rappresentare i suoi stati interni, il suo benessere e malessere, attraverso il gioco, l’azione e la creazione; permettere di conseguenza tutti i processi di rassicurazione profonda che portano ad un benessere globale e favorire la capacità di prendere distanza dalle emozioni e dar loro un senso per poter infine arrivare ad esprimerle senza agirle. Questo è ciò che permette anche di essere più aperti a tutti gli apprendimenti, compresi quelli scolastici, e al pensiero.

Accedono invece alla PPA di aiuto in piccolo gruppo o individualizzato quei bambini che presentano delle difficoltà a casa o a scuola, che non riescono spontaneamente ad utilizzare il gioco come un mezzo per rappresentare i loro stati interni, per rassicurarsi profondamente e arrivare alla decentrazione tonico-emozionale sopra descritta. Sono bambini che “trattengono” delle emozioni nel corpo sottoforma di vere e proprie somatizzazioni, come accennato in apertura. Permangono per questo in uno stato di agitazione o inibizione motoria, manifestano spesso comportamenti indesiderati come scoppi di rabbia, aggressività, difficoltà nell’ascolto di adulto e pari, presentano delle paure eccessive o apparentemente immotivate, possono avere difficoltà con il sonno, con l’alimentazione, con il controllo sfinterico, difficoltà di linguaggio, di concentrazione, di pianificazione delle azioni, di organizzazione dei pensieri, fino alle difficoltà di apprendimento non supportate da cause organiche accertate (ad esempio handicap, disturbi specifici ecc.).

È necessario in questi casi un intervento di aiuto a vari livelli, dalla prevenzione, affinchè le suddette difficoltà non si sedimentino, fino alla terapia, che potrà svolgersi in piccolo gruppo o individualmente e che avrà come obiettivo principale quello di ampliare le possibilità di comunicazione del bambino, accogliendo e comprendendo i segnali inviati dal corpo e dalla motricità e mettendoli in relazione con il suo mondo interno per far prendere loro senso e ripristinare così quel legame somato-psichico fondamentale per stare bene.

Punto cardine della PPA sia a livello educativo che di prevenzione e aiuto è il piacere. In particolare, il piacere di agire, di correre, di saltare, di scivolare, di arrampicare, di distruggere grandi torri di cuscini, di identificarsi. Questo è il punto di partenza di un itinerario di maturazione psicologica che conduce fino al piacere di pensare, progettare, creare, parlare, comunicare. Condividere o restaurare il principio di piacere è ciò che permette la profonda trasformazione della persona e che fa sì che la PPA possa essere una speranza e un aiuto straordinario per ogni bambino, anche per quello maggiormente in difficoltà.

Per riprendere Polacco “la PPA nel suo più recente sviluppo si inserisce perfettamente nella rilettura che della psicoterapia hanno fatto le neuroscienze e, soprattutto, nella rilettura psicodinamica della teoria dell’attaccamento per l’importanza data alla relazione, all’empatia, al coinvolgimento del corpo nell’informazione emotiva, all’acquisizione dell’identità”.

Martina Agnoli