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Il confine

C’è uno spazio sicuro definito da un limite. Lì dentro posso lasciarmi andare, abbandonarmi, non preoccuparmi di nulla, avvertirmi protetto e tenuto, unito. Posso esistere.

In principio questo spazio è la pancia della mamma, poi diventano le sue braccia, ma quando lo spazio si allarga e io, piccolo bambino, comincio a esplorare il mondo, devo comunque percepire il confine che mi dice: “Non ti preoccupare, penso io a te”. Allora il mio agire è libero proprio perché limitato dall’adulto che si prende cura.

L’adulto osserva, delimita con criterio: non troppo vicino, non troppo lontano. L’adulto scorge il pericolo in modo da non dover consegnare al piccolo la tensione dell’imprevedibile.

Il bambino si muove sicuro nel campo tracciato, si sperimenta, gioca, si lascia andare, prova a scavalcare quel muretto invisibile oltre il quale il grande ha detto “No!”, ma trova qualcuno che lo ferma e lo riporta dentro. In questo modo il bambino impara che quel no è amore, si sente nuovamente tenuto e al sicuro. Fa un’esperienza di appartenenza che lo segna profondamente, un’esperienza che “dà forma” alla sua persona.

Il figlio cresce ancora e diventa adolescente, la sua lotta si fa nuovamente più accesa, ha bisogno di discutere con i genitori, di metterli alla prova, di contestarli…

Scrive Vittoria Maioli Sanese:

“L’adolescente è come un cavaliere che si prepara al torneo”: si veste da guerriero, con l’elmo, l’armatura, una lancia lunghissima, un cavallo tutto bardato – non si capisce nemmeno chi c’è sotto quell’armatura. Con aria truce, a tutta velocità, il cavaliere cavalca contro…E qual è il bello di tutto questo? È che quella lancia incontri un’altra lancia che la fermi”.

Questi attacchi con cui gli adolescenti arrivano servono per appagare ancora una volta il loro bisogno di contenimento, per sentire ancora il confine che tiene, per verificare ancora che ci siano due genitori presenti, che guardano, che guidano, che sappiano reggere lo scontro. Con l’adolescente lo spazio sicuro è quello in cui lui vuole avere l’ultima parola su tutto e tu, genitore, non scendi nemmeno in lotta, perché hai capito che il gusto della prova di forza è proprio potersi arrendere, cedere, sentirsi dire di “no” per rassicurarsi ancora dentro un confine che, in effetti, dice simbolicamente: “Non sei solo!”

Il genitore che si fa confine lungo l’arco della vita del figlio rimane come legge nel suo cuore anche quando il figlio esce di casa ed entra dentro di lui la vita. È il confine interiorizzato che fa sì che il figlio non si perda! Se questo invece non è accaduto, non bastano le parole per tenere, a quel punto le parole non incidono e non commuovono. Rimangono parole che vogliono spiegare la vita, cosa è giusto e cosa è sbagliato, vogliono addirittura spiegare le emozioni che senti, ma il genitore non è colui che spiega, è colui che trasmette. Il figlio che cresce allora non risponde più ai genitori, non c’è più legame… Il rapporto è funzionale: tu, genitore, mi servi!

Appartenere è un’altra cosa: sento che “qualcosa” mi tiene.

I bambini cercano spesso nella sala della Pratica Psicomotoria l’esperienza di essere tenuti, contenuti, la cercano come fonte di rassicurazione profonda, a volte di consolazione nei momenti più difficili. Se non c’è confine che segna un’appartenenza l’io non prende forma, la pulsione è l’unica guida e non si sviluppa il pensiero che permette di valutare l’azione da compiere.

La famiglia e la scuola dovrebbero essere i primi ambiti di appartenenza in cui i bambini fanno esperienza del confine che tiene e che aiuta l’identità a formarsi, ma spesso invece facciamo fatica a dire di no, scambiamo l’autonomia con il permissivismo, non definiamo un campo di scelta, diciamo ai bambini e ai ragazzi anche cosa devono pensare…non ci poniamo noi stessi dei limiti. E i bambini che ci osservano non sanno chi sono, non sanno di chi sono e crescono magari pieni di nozioni, intelligenti, capaci di fare tante cose, ma dentro di loro tutto è a pezzi, non unito, non tenuto.

Foto: Centro di PPA “Un passo alla volta”, Trovare nel tessuto appeso uno spazio simbolico di contenimento in cui lasciarsi andare sentendosi tenuti

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Il “tempo vuoto” è il regalo più grande per i nostri bambini

“Mamma, papà, mi annoio!”. Quante volte abbiamo sentito questa frase e, quasi in automatico, abbiamo avvertito una fitta di senso di colpa o di ansia? Come se il fatto che nostro figlio non sia “impegnato” in qualcosa di produttivo fosse una nostra mancanza, un fallimento educativo.

Nella nostra società frenetica, dominata dalla performance e dall’iper-connessione, il “tempo vuoto” è diventato il nemico pubblico numero uno. Un vuoto che, come adulti, ci affanniamo a riempire ossessivamente: costruiamo per i nostri figli agende sature di impegni, corsi, sport, e quando finalmente si presenta un momento di pausa, ecco pronto uno stimolo digitale – uno smartphone, un tablet, la tv – a fornire una gratificazione immediata. Ma cosa succede se, invece di tappare continuamente quel vuoto, impariamo a sostare al suo interno?

La noia come “Otium” filosofico: una risorsa da riscoprire

Recentemente, durante la quarta edizione del Festival “Cambio Gioco” (promosso a Padova dall’ULSS 6 Euganea in collaborazione con I AM), il professor Matteo Saudino ha tenuto un incontro dal titolo emblematico: “La noia può salvarci”. Le sue parole ci invitano a un profondo e necessario cambio di prospettiva: riscoprire il valore rivoluzionario dell’ozio.

Non stiamo parlando dell’ozio inteso come pigrizia o apatia, ma dell’otium filosofico. Nell’antichità, esisteva una chiara consapevolezza del valore di questo stato. L’otium era un tempo liberato dalle incombenze quotidiane, uno spazio dilatato e vitale in cui l’individuo poteva dedicarsi all’introspezione, alla creatività e alla cura di sé. Epicuro, figura emblematica di questa ricerca, scelse di abbandonare la velocità e il ritmo frenetico per fondare la sua scuola in un “giardino”. In quel luogo, le ore scorrevano con una lentezza diversa, lontane dalle logiche della produttività a tutti i costi.

Per i nostri bambini, questo “giardino” è fondamentale. È lo spazio in cui la mente smette di reagire agli stimoli esterni e inizia a generare mondi interni.

Il tempo vuoto nella crescita del bambino: la prospettiva psicomotoria

Se questo “giardino” interiore è essenziale per l’equilibrio degli adulti, per i bambini il tempo vuoto è letteralmente linfa vitale. Nella Pratica Psicomotoria osserviamo quotidianamente come il gioco spontaneo – quello vero, profondo, trasformativo – nasca quasi sempre da un momento di destrutturazione.

Quando un bambino non ha un’attività pre-organizzata dall’adulto, inizialmente può provare frustrazione. La noia punge, disorienta, a volte innervosisce. Ma è proprio tollerando e superando quell’istante di smarrimento che si attiva la magia: il bambino è costretto ad attingere alle proprie risorse interne. Senza un “dover fare” imposto dall’esterno, un semplice bastone diventa una bacchetta magica, un cuscino si trasforma in una zattera per solcare mari immaginari, i pensieri iniziano a vagare e a prendere forma.

La noia non è un vuoto esistenziale da fuggire; è il grembo stesso della creatività. È la condizione necessaria affinché il bambino impari ad ascoltarsi, a riconoscere i propri desideri autentici e a sviluppare un pensiero autonomo. È nel silenzio e nell’assenza di input che il bambino può finalmente “incontrare” se stesso.

La trappola digitale: l’anestetico della creatività

Oggi, il rischio più grande è quello di anestetizzare questa preziosa noia con la tecnologia. Gli schermi offrono una soluzione facile e indolore al “non so cosa fare”, ma derubano il bambino dell’opportunità di inventare, di muoversi, di sognare a occhi aperti.

Riempire ogni istante della loro giornata significa privarli dello spazio necessario per elaborare le esperienze vissute. Un bambino ha bisogno di fermarsi, di sdraiarsi sul tappeto della sua cameretta a guardare il soffitto, per sedimentare le emozioni della giornata e per costruire, pezzetto dopo pezzetto, la propria identità. Negare loro questo spazio significa ostacolare il loro naturale processo di maturazione psicologica e motoria. La tecnologia, in questo senso, agisce come un “tappo” che impedisce al potenziale creativo del bambino di emergere.

Un atto di coraggio educativo: il ruolo del genitore

Come genitori ed educatori, siamo chiamati a fare un passo indietro e a disinnescare l’ansia dell’intrattenimento continuo. Non abbiamo l’obbligo di essere gli animatori dei nostri figli in ogni momento della loro veglia.

Lasciare che si annoino, accogliere i loro sbuffi senza correre in soccorso con una soluzione preconfezionata o con un dispositivo digitale, è oggi un atto di coraggio e di profondo amore. Significa educarli all’autonomia. Significa restituire loro il “giardino” di Epicuro: uno spazio lento, libero e vuoto, dove poter finalmente incontrare se stessi e far fiorire la propria unicità.

La prossima volta che vostro figlio vi dirà “mi annoio”, provate a sorridere e a rispondere: “Che bello, allora hai tutto il tempo per scoprire cosa ti inventerai oggi”. Starete facendo loro il regalo più grande: la libertà di essere, finalmente, creatori del proprio mondo.

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Quale sport per il nostro bambino? Il diritto di giocare per puro piacere

“Quale sport dobbiamo far fare al nostro bambino?”

È una delle domande più frequenti che i genitori si pongono, specialmente quando i figli iniziano a crescere e si affacciano all’età scolare. È un interrogativo che nasce da un profondo desiderio di cura, ma se ci fermiamo ad ascoltare con attenzione, ci accorgiamo che dietro questa domanda si nasconde spesso una richiesta molto più complessa.

Spesso, l’adulto cerca di individuare lo sport “più adatto” affinché il proprio figlio possa maturare delle abilità personali che magari ritiene essere un po’ carenti. Si cerca lo sport di squadra per il bambino timido affinché socializzi, le arti marziali per il bambino vivace affinché impari la disciplina, o un’attività rigorosa per correggere una postura. Oppure, si spera che attraverso l’attività sportiva il bambino possa raggiungere quegli obiettivi educativi che, a volte, nella quotidianità si fa fatica a consolidare.

Il principio del piacere come unica vera bussola

Di fronte a questa legittima preoccupazione genitoriale, la risposta più utile è in realtà un’altra domanda, molto semplice ma spiazzante: “avete mai chiesto al vostro bambino quale sport gli piacerebbe provare a fare?”.

Sembra una banalità, ma non lo è affatto. Perché in realtà lo sport, soprattutto nell’età della scuola dell’infanzia e della scuola primaria, dovrebbe essere basato esclusivamente su un unico, fondamentale pilastro: il principio del piacere.
“Che cosa ti piacerebbe fare?” dovrebbe essere l’unica vera bussola a guidare questa scelta.

Tutti gli altri obiettivi – la socializzazione, il rispetto delle regole, la gestione della frustrazione, la coordinazione motoria – si raggiungono secondariamente. Sono obiettivi nobili, certamente, ma non possiamo pensare di delegare all’attività sportiva il nostro compito educativo. Se lo facciamo, rischiamo di rinchiudere il bambino dentro una richiesta rigida, spesse volte prestazionale, caricandolo di aspettative che non gli appartengono.
Così facendo, gli neghiamo la possibilità più preziosa: quella di fare qualcosa che lo faccia stare bene davvero, in cui possa esprimersi liberamente, senza dover “dimostrare” nulla a nessuno, se non la propria gioia di muoversi.

Una lezione dal Nord: il “miracolo norvegese”

Se pensate che l’approccio centrato sul piacere e sul gioco spontaneo sia solo una visione romantica o limitata al mondo della psicomotricità, vi sorprenderà scoprire che è esattamente la filosofia alla base di quello che il mondo intero definisce il “miracolo norvegese”.

Come evidenziato da recenti e affascinanti analisi sportive e sociologiche, la Norvegia – una nazione di soli cinque milioni e mezzo di abitanti – è diventata una superpotenza sportiva globale. Domina i medaglieri delle Olimpiadi invernali e sforna talenti di calibro mondiale in innumerevoli discipline, dall’atletica al calcio, dal tennis al triathlon.

Qual è il loro segreto? Non risiede in laboratori all’avanguardia, in selezioni genetiche precoci o in allenamenti estenuanti fin dalla culla. Il segreto norvegese è scritto in un documento di poche pagine, tanto semplice quanto rivoluzionario: la “Carta dei Diritti del Bambino nello Sport”.

Questo documento stabilisce un principio inderogabile: l’attività sportiva deve essere un’esperienza gioiosa, sicura e inclusiva per tutti. Fino all’età di 13 anni, in Norvegia, non esistono campionati nazionali, non ci sono classifiche esasperate, non si tengono i punteggi ufficiali delle partite dei bambini e non si stilano graduatorie.
Il loro motto è illuminante: “Joy of Sport for All” (La gioia dello sport per tutti).

Restituire lo sport ai bambini: l’antidoto all’abbandono

Mentre in molti altri Paesi (incluso il nostro) i bambini vengono inseriti fin da piccolissimi in circuiti agonistici dove il risultato e la performance sembrano contare più del sorriso a fine allenamento, la Norvegia ha compreso che mettere il divertimento sopra il risultato non è un ostacolo all’eccellenza, ma ne è il prerequisito fondamentale.

I bambini norvegesi sono incoraggiati a provare tantissimi sport diversi, a cambiare, a sperimentare, senza l’ansia di doversi specializzare precocemente. Esplorano il proprio corpo e le proprie potenzialità mossi unicamente dal piacere della scoperta e dalla condivisione con i coetanei. Il risultato? Un tasso di abbandono sportivo (il cosiddetto drop-out) bassissimo. I ragazzi continuano a fare sport perché, semplicemente, si divertono. E, quasi per “effetto collaterale”, da questo immenso bacino di ragazzi felici e sani, emergono i grandi campioni.

La sintonia con la Pratica Psicomotoria

Questo modello virtuoso conferma su larga scala ciò che la Pratica Psicomotoria sostiene e promuove da sempre: il gioco spontaneo, il piacere dell’azione e la libertà di esplorazione sono i veri motori dello sviluppo infantile.

Quando un bambino gioca per il puro gusto di farlo, senza l’ansia della prestazione o l’ombra del giudizio dell’adulto, sta facendo un lavoro enorme su se stesso. Sta imparando a conoscere i propri limiti, sta elaborando le proprie emozioni, sta costruendo una solida autostima che lo accompagnerà per tutta la vita. La pressione agonistica precoce, al contrario, spegne la motivazione intrinseca, trasformando un’attività ludica in un “dovere” e allontanando i bambini dal contatto autentico con il proprio corpo.

Mettiamoci in ascolto!

Torniamo allora alla domanda iniziale: quale sport scegliere?
La prossima volta che vi porrete questo interrogativo, provate a fare un passo indietro. Sospendete le aspettative, mettete da parte il desiderio di “correggere” o “migliorare” vostro figlio attraverso lo sport. Mettetevi in ascolto.

Lasciate che sperimenti, che scelga, che si diverta. Offritegli un ventaglio di possibilità e osservate dove i suoi occhi si accendono di più. Non cerchiamo lo sport perfetto per il suo “futuro”, ma quello che lo rende felice nel suo “presente”.
Perché, come ci insegna il modello norvegese e come ci ricorda ogni giorno la pratica psicomotoria, i risultati più straordinari – nello sport come nella vita – nascono sempre dal sorriso di un bambino che gioca felice, sentendosi accolto e rispettato per quello che è.

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La fame silenziosa

Quando il cibo diventa il linguaggio del disagio

Nel panorama contemporaneo, caratterizzato da una crescente complessità sociale e da una trasformazione radicale delle modalità di interazione, il tema dei disturbi del comportamento alimentare (DCA) emerge non solo come una sfida clinica, ma come un segnale d’allarme pedagogico e culturale. Spesso, quando si parla di anoressia, bulimia o dipendenze da cibo, l’attenzione si focalizza erroneamente sul numero che appare sulla bilancia o sull’estetica corporea. Tuttavia, un’analisi approfondita rivela che tali manifestazioni sono, in realtà, il sintomo di una “fame” ben più profonda: una fame di relazioni autentiche e nutrienti.

La metafora del nutrimento: il cibo come legame

Per comprendere la natura di questi disturbi, è necessario ribaltare la prospettiva. L’atto del mangiare non è solo un bisogno biologico, ma il primo, fondamentale atto di conoscenza che l’essere umano compie fin dalla nascita. Attraverso l’oralità, il bambino inizia a distinguere il mondo esterno, a introiettare la storia, le culture e le tradizioni familiari.

In questo senso, il cibo diventa un potente significante. Quando un disturbo alimentare irrompe in una famiglia, la prima cosa a “saltare” è spesso la tavola, intesa come luogo di ritualità e condivisione. Questo accade perché il cibo è diventato il terreno su cui si proiettano le inquietudini, le paure e le fragilità. Se le relazioni umane diventano meno “nutrienti” – ovvero meno capaci di sostenere, ascoltare e validare l’individuo – il soggetto cerca risposte alternative. Il cibo, in questo contesto, viene utilizzato per “anestetizzare” il dolore, la solitudine o il senso di abbandono, diventando un feticcio su cui costruire una falsa sicurezza.

I segnali d’allarme: oltre l’apparenza

Uno degli inganni più pericolosi in cui può cadere il mondo adulto – genitori e insegnanti – è quello di interpretare il successo scolastico come sinonimo di benessere. Al contrario, una ragazzina o un ragazzino che, all’esordio di un disturbo alimentare, inizia a esasperare la propria abnegazione allo studio, diventando ossessivamente perfezionista, sta spesso mettendo in atto un meccanismo di difesa.

La rigidità applicata ai voti e alla performance scolastica è la stessa che viene applicata al corpo e al peso. Quando si nota un’estremizzazione della performatività, unita a una ritrosia verso la socializzazione o a un cambiamento repentino nell’umore (diventando più irascibili o isolati), è necessario che scatti un campanello d’allarme. Non si tratta di demonizzare l’impegno, ma di cogliere il disagio sottostante: quel perfezionismo è un tentativo di anestetizzare un vuoto relazionale.

La responsabilità del mondo adulto

È tempo di affrontare con coraggio una verità scomoda: spesso, le più grandi discriminazioni rispetto all’immagine corporea avvengono proprio tra le mura domestiche o scolastiche. Il body shaming non è solo un fenomeno mediatico; si annida nelle battute improprie sul peso o sull’aspetto fisico fatte da genitori o insegnanti, spesso inconsapevoli del danno che arrecano.

Il mondo adulto, per essere davvero educativo, deve riscoprire la propria fragilità. Non esistono genitori o educatori infallibili. La tragedia non risiede nell’errore in sé, ma nell’incapacità di ammetterlo, nel tentativo di preservare un narcisismo che impedisce di vedere la sofferenza dell’altro. Quando un adulto non ammette i propri sbagli, crea un modello di rigidità che i figli, o gli allievi, finiscono per interiorizzare.

Verso una pedagogia della relazione

La sfida per il futuro non è clinica, ma culturale e politica. Dobbiamo ripartire dalla centralità della scuola come comunità, come baluardo del legame sociale che ancora funziona. È necessario costruire un sodalizio nuovo tra scuola e famiglia, basato sull’ascolto autentico.

Educare non significa solo far raggiungere obiettivi di apprendimento, ma capire chi sono le persone che abbiamo di fronte. Significa creare contesti in cui il ragazzo non si senta solo, in cui possa trovare soddisfazione nel legame con l’altro anziché nella gratificazione solitaria e autoreferenziale dei sintomi. Dobbiamo proporre ai giovani un mondo “più appetibile”, più saporito, dove la relazione sia il vero nutrimento. Solo riconoscendo la nostra fragilità e offrendo una presenza attenta e non giudicante, potremo aiutare le nuove generazioni a costruire un presente e un futuro in cui il valore di una persona non sia mai ridotto a un numero sulla bilancia.

Consigli pratici 

Affrontare il disagio giovanile e prevenire l’insorgere di un disturbo del comportamento alimentare richiede un cambio di prospettiva quotidiano. Ecco alcune indicazioni pratiche, emerse dall’analisi clinica e pedagogica, per aiutare i genitori a costruire un ambiente domestico e relazionale veramente “nutriente”.

  • Attenzione alle parole (stop al body shaming domestico): la casa deve essere un porto sicuro, non un tribunale. Evitate categoricamente battute, giudizi o commenti impropri sull’aspetto fisico, sul look o sul peso dei vostri figli. Molte delle discriminazioni più dolorose sull’immagine corporea nascono proprio all’interno delle mura domestiche, alimentando insicurezze profonde che i ragazzi cercheranno di “curare” attraverso il controllo del cibo.
  • Imparate a leggere i segnali “controintuitivi”: il disagio non si manifesta sempre con ribellione o brutti voti. Fate molta attenzione all’improvvisa “iper-performatività”. Se vostro figlio o vostra figlia diventa di colpo un perfezionista inflessibile, ossessionato dallo studio e dai risultati scolastici, e contemporaneamente inizia a isolarsi dai coetanei, non celebrate ciecamente questo cambiamento. Spesso, la stessa rigidità applicata ai voti viene applicata in segreto al controllo del corpo e delle calorie.
  • Non sottovalutate l’eccesso opposto: prestate attenzione anche a cambiamenti repentini verso l’iper-alimentazione, specialmente se accompagnati da un aumento di peso, irritabilità, nervosismo e tendenza a isolarsi. Anche il rifugiarsi compulsivamente nel cibo è un campanello d’allarme che indica il tentativo di anestetizzare un dolore o un vuoto relazionale.
  • Abbandonate il mito del genitore perfetto: i ragazzi hanno un disperato bisogno di adulti autentici, non di supereroi. Non abbiate paura di ammettere i vostri errori e di mostrare le vostre fragilità. Un genitore che difende a tutti i costi il proprio narcisismo e non sa chiedere scusa perde la fiducia del figlio. Mostrarsi umani e fallibili è il primo passo per ricostruire un dialogo sincero.
  • Fate squadra con la scuola, senza mettervi sulla difensiva: se un insegnante vi segnala un cambiamento nel comportamento o nell’umore di vostro figlio, evitate di chiudervi a riccio o di vivere la segnalazione come un’accusa alle vostre capacità genitoriali. Il senso di colpa paralizza. Accogliete l’osservazione e costruite un’alleanza educativa con i docenti: solo una rete solida può proteggere i ragazzi dall’isolamento.
  • Spostate il focus dal piatto alla relazione: ricordate sempre che il numero sulla bilancia o il cibo lasciato nel piatto sono solo la punta dell’iceberg. Il disturbo alimentare è un linguaggio, un modo per comunicare una fatica emotiva. Invece di ingaggiare battaglie quotidiane sulle calorie, investite tempo ed energie per capire cosa si è interrotto nel vostro legame. Offrite loro un mondo relazionale “appetibile”, fatto di ascolto e condivisione, affinché non abbiano più bisogno di cercare soddisfazione nel sintomo.