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Il confine

C’è uno spazio sicuro definito da un limite. Lì dentro posso lasciarmi andare, abbandonarmi, non preoccuparmi di nulla, avvertirmi protetto e tenuto, unito. Posso esistere.

In principio questo spazio è la pancia della mamma, poi diventano le sue braccia, ma quando lo spazio si allarga e io, piccolo bambino, comincio a esplorare il mondo, devo comunque percepire il confine che mi dice: “Non ti preoccupare, penso io a te”. Allora il mio agire è libero proprio perché limitato dall’adulto che si prende cura.

L’adulto osserva, delimita con criterio: non troppo vicino, non troppo lontano. L’adulto scorge il pericolo in modo da non dover consegnare al piccolo la tensione dell’imprevedibile.

Il bambino si muove sicuro nel campo tracciato, si sperimenta, gioca, si lascia andare, prova a scavalcare quel muretto invisibile oltre il quale il grande ha detto “No!”, ma trova qualcuno che lo ferma e lo riporta dentro. In questo modo il bambino impara che quel no è amore, si sente nuovamente tenuto e al sicuro. Fa un’esperienza di appartenenza che lo segna profondamente, un’esperienza che “dà forma” alla sua persona.

Il figlio cresce ancora e diventa adolescente, la sua lotta si fa nuovamente più accesa, ha bisogno di discutere con i genitori, di metterli alla prova, di contestarli…

Scrive Vittoria Maioli Sanese:

“L’adolescente è come un cavaliere che si prepara al torneo”: si veste da guerriero, con l’elmo, l’armatura, una lancia lunghissima, un cavallo tutto bardato – non si capisce nemmeno chi c’è sotto quell’armatura. Con aria truce, a tutta velocità, il cavaliere cavalca contro…E qual è il bello di tutto questo? È che quella lancia incontri un’altra lancia che la fermi”.

Questi attacchi con cui gli adolescenti arrivano servono per appagare ancora una volta il loro bisogno di contenimento, per sentire ancora il confine che tiene, per verificare ancora che ci siano due genitori presenti, che guardano, che guidano, che sappiano reggere lo scontro. Con l’adolescente lo spazio sicuro è quello in cui lui vuole avere l’ultima parola su tutto e tu, genitore, non scendi nemmeno in lotta, perché hai capito che il gusto della prova di forza è proprio potersi arrendere, cedere, sentirsi dire di “no” per rassicurarsi ancora dentro un confine che, in effetti, dice simbolicamente: “Non sei solo!”

Il genitore che si fa confine lungo l’arco della vita del figlio rimane come legge nel suo cuore anche quando il figlio esce di casa ed entra dentro di lui la vita. È il confine interiorizzato che fa sì che il figlio non si perda! Se questo invece non è accaduto, non bastano le parole per tenere, a quel punto le parole non incidono e non commuovono. Rimangono parole che vogliono spiegare la vita, cosa è giusto e cosa è sbagliato, vogliono addirittura spiegare le emozioni che senti, ma il genitore non è colui che spiega, è colui che trasmette. Il figlio che cresce allora non risponde più ai genitori, non c’è più legame… Il rapporto è funzionale: tu, genitore, mi servi!

Appartenere è un’altra cosa: sento che “qualcosa” mi tiene.

I bambini cercano spesso nella sala della Pratica Psicomotoria l’esperienza di essere tenuti, contenuti, la cercano come fonte di rassicurazione profonda, a volte di consolazione nei momenti più difficili. Se non c’è confine che segna un’appartenenza l’io non prende forma, la pulsione è l’unica guida e non si sviluppa il pensiero che permette di valutare l’azione da compiere.

La famiglia e la scuola dovrebbero essere i primi ambiti di appartenenza in cui i bambini fanno esperienza del confine che tiene e che aiuta l’identità a formarsi, ma spesso invece facciamo fatica a dire di no, scambiamo l’autonomia con il permissivismo, non definiamo un campo di scelta, diciamo ai bambini e ai ragazzi anche cosa devono pensare…non ci poniamo noi stessi dei limiti. E i bambini che ci osservano non sanno chi sono, non sanno di chi sono e crescono magari pieni di nozioni, intelligenti, capaci di fare tante cose, ma dentro di loro tutto è a pezzi, non unito, non tenuto.

Foto: Centro di PPA “Un passo alla volta”, Trovare nel tessuto appeso uno spazio simbolico di contenimento in cui lasciarsi andare sentendosi tenuti

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Il “tempo vuoto” è il regalo più grande per i nostri bambini

“Mamma, papà, mi annoio!”. Quante volte abbiamo sentito questa frase e, quasi in automatico, abbiamo avvertito una fitta di senso di colpa o di ansia? Come se il fatto che nostro figlio non sia “impegnato” in qualcosa di produttivo fosse una nostra mancanza, un fallimento educativo.

Nella nostra società frenetica, dominata dalla performance e dall’iper-connessione, il “tempo vuoto” è diventato il nemico pubblico numero uno. Un vuoto che, come adulti, ci affanniamo a riempire ossessivamente: costruiamo per i nostri figli agende sature di impegni, corsi, sport, e quando finalmente si presenta un momento di pausa, ecco pronto uno stimolo digitale – uno smartphone, un tablet, la tv – a fornire una gratificazione immediata. Ma cosa succede se, invece di tappare continuamente quel vuoto, impariamo a sostare al suo interno?

La noia come “Otium” filosofico: una risorsa da riscoprire

Recentemente, durante la quarta edizione del Festival “Cambio Gioco” (promosso a Padova dall’ULSS 6 Euganea in collaborazione con I AM), il professor Matteo Saudino ha tenuto un incontro dal titolo emblematico: “La noia può salvarci”. Le sue parole ci invitano a un profondo e necessario cambio di prospettiva: riscoprire il valore rivoluzionario dell’ozio.

Non stiamo parlando dell’ozio inteso come pigrizia o apatia, ma dell’otium filosofico. Nell’antichità, esisteva una chiara consapevolezza del valore di questo stato. L’otium era un tempo liberato dalle incombenze quotidiane, uno spazio dilatato e vitale in cui l’individuo poteva dedicarsi all’introspezione, alla creatività e alla cura di sé. Epicuro, figura emblematica di questa ricerca, scelse di abbandonare la velocità e il ritmo frenetico per fondare la sua scuola in un “giardino”. In quel luogo, le ore scorrevano con una lentezza diversa, lontane dalle logiche della produttività a tutti i costi.

Per i nostri bambini, questo “giardino” è fondamentale. È lo spazio in cui la mente smette di reagire agli stimoli esterni e inizia a generare mondi interni.

Il tempo vuoto nella crescita del bambino: la prospettiva psicomotoria

Se questo “giardino” interiore è essenziale per l’equilibrio degli adulti, per i bambini il tempo vuoto è letteralmente linfa vitale. Nella Pratica Psicomotoria osserviamo quotidianamente come il gioco spontaneo – quello vero, profondo, trasformativo – nasca quasi sempre da un momento di destrutturazione.

Quando un bambino non ha un’attività pre-organizzata dall’adulto, inizialmente può provare frustrazione. La noia punge, disorienta, a volte innervosisce. Ma è proprio tollerando e superando quell’istante di smarrimento che si attiva la magia: il bambino è costretto ad attingere alle proprie risorse interne. Senza un “dover fare” imposto dall’esterno, un semplice bastone diventa una bacchetta magica, un cuscino si trasforma in una zattera per solcare mari immaginari, i pensieri iniziano a vagare e a prendere forma.

La noia non è un vuoto esistenziale da fuggire; è il grembo stesso della creatività. È la condizione necessaria affinché il bambino impari ad ascoltarsi, a riconoscere i propri desideri autentici e a sviluppare un pensiero autonomo. È nel silenzio e nell’assenza di input che il bambino può finalmente “incontrare” se stesso.

La trappola digitale: l’anestetico della creatività

Oggi, il rischio più grande è quello di anestetizzare questa preziosa noia con la tecnologia. Gli schermi offrono una soluzione facile e indolore al “non so cosa fare”, ma derubano il bambino dell’opportunità di inventare, di muoversi, di sognare a occhi aperti.

Riempire ogni istante della loro giornata significa privarli dello spazio necessario per elaborare le esperienze vissute. Un bambino ha bisogno di fermarsi, di sdraiarsi sul tappeto della sua cameretta a guardare il soffitto, per sedimentare le emozioni della giornata e per costruire, pezzetto dopo pezzetto, la propria identità. Negare loro questo spazio significa ostacolare il loro naturale processo di maturazione psicologica e motoria. La tecnologia, in questo senso, agisce come un “tappo” che impedisce al potenziale creativo del bambino di emergere.

Un atto di coraggio educativo: il ruolo del genitore

Come genitori ed educatori, siamo chiamati a fare un passo indietro e a disinnescare l’ansia dell’intrattenimento continuo. Non abbiamo l’obbligo di essere gli animatori dei nostri figli in ogni momento della loro veglia.

Lasciare che si annoino, accogliere i loro sbuffi senza correre in soccorso con una soluzione preconfezionata o con un dispositivo digitale, è oggi un atto di coraggio e di profondo amore. Significa educarli all’autonomia. Significa restituire loro il “giardino” di Epicuro: uno spazio lento, libero e vuoto, dove poter finalmente incontrare se stessi e far fiorire la propria unicità.

La prossima volta che vostro figlio vi dirà “mi annoio”, provate a sorridere e a rispondere: “Che bello, allora hai tutto il tempo per scoprire cosa ti inventerai oggi”. Starete facendo loro il regalo più grande: la libertà di essere, finalmente, creatori del proprio mondo.

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Quale sport per il nostro bambino? Il diritto di giocare per puro piacere

“Quale sport dobbiamo far fare al nostro bambino?”

È una delle domande più frequenti che i genitori si pongono, specialmente quando i figli iniziano a crescere e si affacciano all’età scolare. È un interrogativo che nasce da un profondo desiderio di cura, ma se ci fermiamo ad ascoltare con attenzione, ci accorgiamo che dietro questa domanda si nasconde spesso una richiesta molto più complessa.

Spesso, l’adulto cerca di individuare lo sport “più adatto” affinché il proprio figlio possa maturare delle abilità personali che magari ritiene essere un po’ carenti. Si cerca lo sport di squadra per il bambino timido affinché socializzi, le arti marziali per il bambino vivace affinché impari la disciplina, o un’attività rigorosa per correggere una postura. Oppure, si spera che attraverso l’attività sportiva il bambino possa raggiungere quegli obiettivi educativi che, a volte, nella quotidianità si fa fatica a consolidare.

Il principio del piacere come unica vera bussola

Di fronte a questa legittima preoccupazione genitoriale, la risposta più utile è in realtà un’altra domanda, molto semplice ma spiazzante: “avete mai chiesto al vostro bambino quale sport gli piacerebbe provare a fare?”.

Sembra una banalità, ma non lo è affatto. Perché in realtà lo sport, soprattutto nell’età della scuola dell’infanzia e della scuola primaria, dovrebbe essere basato esclusivamente su un unico, fondamentale pilastro: il principio del piacere.
“Che cosa ti piacerebbe fare?” dovrebbe essere l’unica vera bussola a guidare questa scelta.

Tutti gli altri obiettivi – la socializzazione, il rispetto delle regole, la gestione della frustrazione, la coordinazione motoria – si raggiungono secondariamente. Sono obiettivi nobili, certamente, ma non possiamo pensare di delegare all’attività sportiva il nostro compito educativo. Se lo facciamo, rischiamo di rinchiudere il bambino dentro una richiesta rigida, spesse volte prestazionale, caricandolo di aspettative che non gli appartengono.
Così facendo, gli neghiamo la possibilità più preziosa: quella di fare qualcosa che lo faccia stare bene davvero, in cui possa esprimersi liberamente, senza dover “dimostrare” nulla a nessuno, se non la propria gioia di muoversi.

Una lezione dal Nord: il “miracolo norvegese”

Se pensate che l’approccio centrato sul piacere e sul gioco spontaneo sia solo una visione romantica o limitata al mondo della psicomotricità, vi sorprenderà scoprire che è esattamente la filosofia alla base di quello che il mondo intero definisce il “miracolo norvegese”.

Come evidenziato da recenti e affascinanti analisi sportive e sociologiche, la Norvegia – una nazione di soli cinque milioni e mezzo di abitanti – è diventata una superpotenza sportiva globale. Domina i medaglieri delle Olimpiadi invernali e sforna talenti di calibro mondiale in innumerevoli discipline, dall’atletica al calcio, dal tennis al triathlon.

Qual è il loro segreto? Non risiede in laboratori all’avanguardia, in selezioni genetiche precoci o in allenamenti estenuanti fin dalla culla. Il segreto norvegese è scritto in un documento di poche pagine, tanto semplice quanto rivoluzionario: la “Carta dei Diritti del Bambino nello Sport”.

Questo documento stabilisce un principio inderogabile: l’attività sportiva deve essere un’esperienza gioiosa, sicura e inclusiva per tutti. Fino all’età di 13 anni, in Norvegia, non esistono campionati nazionali, non ci sono classifiche esasperate, non si tengono i punteggi ufficiali delle partite dei bambini e non si stilano graduatorie.
Il loro motto è illuminante: “Joy of Sport for All” (La gioia dello sport per tutti).

Restituire lo sport ai bambini: l’antidoto all’abbandono

Mentre in molti altri Paesi (incluso il nostro) i bambini vengono inseriti fin da piccolissimi in circuiti agonistici dove il risultato e la performance sembrano contare più del sorriso a fine allenamento, la Norvegia ha compreso che mettere il divertimento sopra il risultato non è un ostacolo all’eccellenza, ma ne è il prerequisito fondamentale.

I bambini norvegesi sono incoraggiati a provare tantissimi sport diversi, a cambiare, a sperimentare, senza l’ansia di doversi specializzare precocemente. Esplorano il proprio corpo e le proprie potenzialità mossi unicamente dal piacere della scoperta e dalla condivisione con i coetanei. Il risultato? Un tasso di abbandono sportivo (il cosiddetto drop-out) bassissimo. I ragazzi continuano a fare sport perché, semplicemente, si divertono. E, quasi per “effetto collaterale”, da questo immenso bacino di ragazzi felici e sani, emergono i grandi campioni.

La sintonia con la Pratica Psicomotoria

Questo modello virtuoso conferma su larga scala ciò che la Pratica Psicomotoria sostiene e promuove da sempre: il gioco spontaneo, il piacere dell’azione e la libertà di esplorazione sono i veri motori dello sviluppo infantile.

Quando un bambino gioca per il puro gusto di farlo, senza l’ansia della prestazione o l’ombra del giudizio dell’adulto, sta facendo un lavoro enorme su se stesso. Sta imparando a conoscere i propri limiti, sta elaborando le proprie emozioni, sta costruendo una solida autostima che lo accompagnerà per tutta la vita. La pressione agonistica precoce, al contrario, spegne la motivazione intrinseca, trasformando un’attività ludica in un “dovere” e allontanando i bambini dal contatto autentico con il proprio corpo.

Mettiamoci in ascolto!

Torniamo allora alla domanda iniziale: quale sport scegliere?
La prossima volta che vi porrete questo interrogativo, provate a fare un passo indietro. Sospendete le aspettative, mettete da parte il desiderio di “correggere” o “migliorare” vostro figlio attraverso lo sport. Mettetevi in ascolto.

Lasciate che sperimenti, che scelga, che si diverta. Offritegli un ventaglio di possibilità e osservate dove i suoi occhi si accendono di più. Non cerchiamo lo sport perfetto per il suo “futuro”, ma quello che lo rende felice nel suo “presente”.
Perché, come ci insegna il modello norvegese e come ci ricorda ogni giorno la pratica psicomotoria, i risultati più straordinari – nello sport come nella vita – nascono sempre dal sorriso di un bambino che gioca felice, sentendosi accolto e rispettato per quello che è.

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La fame silenziosa

Quando il cibo diventa il linguaggio del disagio

Nel panorama contemporaneo, caratterizzato da una crescente complessità sociale e da una trasformazione radicale delle modalità di interazione, il tema dei disturbi del comportamento alimentare (DCA) emerge non solo come una sfida clinica, ma come un segnale d’allarme pedagogico e culturale. Spesso, quando si parla di anoressia, bulimia o dipendenze da cibo, l’attenzione si focalizza erroneamente sul numero che appare sulla bilancia o sull’estetica corporea. Tuttavia, un’analisi approfondita rivela che tali manifestazioni sono, in realtà, il sintomo di una “fame” ben più profonda: una fame di relazioni autentiche e nutrienti.

La metafora del nutrimento: il cibo come legame

Per comprendere la natura di questi disturbi, è necessario ribaltare la prospettiva. L’atto del mangiare non è solo un bisogno biologico, ma il primo, fondamentale atto di conoscenza che l’essere umano compie fin dalla nascita. Attraverso l’oralità, il bambino inizia a distinguere il mondo esterno, a introiettare la storia, le culture e le tradizioni familiari.

In questo senso, il cibo diventa un potente significante. Quando un disturbo alimentare irrompe in una famiglia, la prima cosa a “saltare” è spesso la tavola, intesa come luogo di ritualità e condivisione. Questo accade perché il cibo è diventato il terreno su cui si proiettano le inquietudini, le paure e le fragilità. Se le relazioni umane diventano meno “nutrienti” – ovvero meno capaci di sostenere, ascoltare e validare l’individuo – il soggetto cerca risposte alternative. Il cibo, in questo contesto, viene utilizzato per “anestetizzare” il dolore, la solitudine o il senso di abbandono, diventando un feticcio su cui costruire una falsa sicurezza.

I segnali d’allarme: oltre l’apparenza

Uno degli inganni più pericolosi in cui può cadere il mondo adulto – genitori e insegnanti – è quello di interpretare il successo scolastico come sinonimo di benessere. Al contrario, una ragazzina o un ragazzino che, all’esordio di un disturbo alimentare, inizia a esasperare la propria abnegazione allo studio, diventando ossessivamente perfezionista, sta spesso mettendo in atto un meccanismo di difesa.

La rigidità applicata ai voti e alla performance scolastica è la stessa che viene applicata al corpo e al peso. Quando si nota un’estremizzazione della performatività, unita a una ritrosia verso la socializzazione o a un cambiamento repentino nell’umore (diventando più irascibili o isolati), è necessario che scatti un campanello d’allarme. Non si tratta di demonizzare l’impegno, ma di cogliere il disagio sottostante: quel perfezionismo è un tentativo di anestetizzare un vuoto relazionale.

La responsabilità del mondo adulto

È tempo di affrontare con coraggio una verità scomoda: spesso, le più grandi discriminazioni rispetto all’immagine corporea avvengono proprio tra le mura domestiche o scolastiche. Il body shaming non è solo un fenomeno mediatico; si annida nelle battute improprie sul peso o sull’aspetto fisico fatte da genitori o insegnanti, spesso inconsapevoli del danno che arrecano.

Il mondo adulto, per essere davvero educativo, deve riscoprire la propria fragilità. Non esistono genitori o educatori infallibili. La tragedia non risiede nell’errore in sé, ma nell’incapacità di ammetterlo, nel tentativo di preservare un narcisismo che impedisce di vedere la sofferenza dell’altro. Quando un adulto non ammette i propri sbagli, crea un modello di rigidità che i figli, o gli allievi, finiscono per interiorizzare.

Verso una pedagogia della relazione

La sfida per il futuro non è clinica, ma culturale e politica. Dobbiamo ripartire dalla centralità della scuola come comunità, come baluardo del legame sociale che ancora funziona. È necessario costruire un sodalizio nuovo tra scuola e famiglia, basato sull’ascolto autentico.

Educare non significa solo far raggiungere obiettivi di apprendimento, ma capire chi sono le persone che abbiamo di fronte. Significa creare contesti in cui il ragazzo non si senta solo, in cui possa trovare soddisfazione nel legame con l’altro anziché nella gratificazione solitaria e autoreferenziale dei sintomi. Dobbiamo proporre ai giovani un mondo “più appetibile”, più saporito, dove la relazione sia il vero nutrimento. Solo riconoscendo la nostra fragilità e offrendo una presenza attenta e non giudicante, potremo aiutare le nuove generazioni a costruire un presente e un futuro in cui il valore di una persona non sia mai ridotto a un numero sulla bilancia.

Consigli pratici 

Affrontare il disagio giovanile e prevenire l’insorgere di un disturbo del comportamento alimentare richiede un cambio di prospettiva quotidiano. Ecco alcune indicazioni pratiche, emerse dall’analisi clinica e pedagogica, per aiutare i genitori a costruire un ambiente domestico e relazionale veramente “nutriente”.

  • Attenzione alle parole (stop al body shaming domestico): la casa deve essere un porto sicuro, non un tribunale. Evitate categoricamente battute, giudizi o commenti impropri sull’aspetto fisico, sul look o sul peso dei vostri figli. Molte delle discriminazioni più dolorose sull’immagine corporea nascono proprio all’interno delle mura domestiche, alimentando insicurezze profonde che i ragazzi cercheranno di “curare” attraverso il controllo del cibo.
  • Imparate a leggere i segnali “controintuitivi”: il disagio non si manifesta sempre con ribellione o brutti voti. Fate molta attenzione all’improvvisa “iper-performatività”. Se vostro figlio o vostra figlia diventa di colpo un perfezionista inflessibile, ossessionato dallo studio e dai risultati scolastici, e contemporaneamente inizia a isolarsi dai coetanei, non celebrate ciecamente questo cambiamento. Spesso, la stessa rigidità applicata ai voti viene applicata in segreto al controllo del corpo e delle calorie.
  • Non sottovalutate l’eccesso opposto: prestate attenzione anche a cambiamenti repentini verso l’iper-alimentazione, specialmente se accompagnati da un aumento di peso, irritabilità, nervosismo e tendenza a isolarsi. Anche il rifugiarsi compulsivamente nel cibo è un campanello d’allarme che indica il tentativo di anestetizzare un dolore o un vuoto relazionale.
  • Abbandonate il mito del genitore perfetto: i ragazzi hanno un disperato bisogno di adulti autentici, non di supereroi. Non abbiate paura di ammettere i vostri errori e di mostrare le vostre fragilità. Un genitore che difende a tutti i costi il proprio narcisismo e non sa chiedere scusa perde la fiducia del figlio. Mostrarsi umani e fallibili è il primo passo per ricostruire un dialogo sincero.
  • Fate squadra con la scuola, senza mettervi sulla difensiva: se un insegnante vi segnala un cambiamento nel comportamento o nell’umore di vostro figlio, evitate di chiudervi a riccio o di vivere la segnalazione come un’accusa alle vostre capacità genitoriali. Il senso di colpa paralizza. Accogliete l’osservazione e costruite un’alleanza educativa con i docenti: solo una rete solida può proteggere i ragazzi dall’isolamento.
  • Spostate il focus dal piatto alla relazione: ricordate sempre che il numero sulla bilancia o il cibo lasciato nel piatto sono solo la punta dell’iceberg. Il disturbo alimentare è un linguaggio, un modo per comunicare una fatica emotiva. Invece di ingaggiare battaglie quotidiane sulle calorie, investite tempo ed energie per capire cosa si è interrotto nel vostro legame. Offrite loro un mondo relazionale “appetibile”, fatto di ascolto e condivisione, affinché non abbiano più bisogno di cercare soddisfazione nel sintomo.
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Il mignolino – L’errore di chi educa con la paura

C’è un bambino (ce ne sono molti veramente!) che ha imparato che quando non si comporta bene, quando fa qualcosa di sbagliato, l’adulto che è con lui reagisce in modo aggressivo: gli urla contro, lo strattona, lo punisce e a volte lo malmena. Questo bambino ha tre anni e ha paura. A volte lanciare un gioco, urtare un compagno, combinare un guaio è inevitabile alla sua età, è letteralmente più forte di lui. Eppure chi è con lui gli ha fatto sentire tante volte, troppe volte, abitualmente, che è un “bambino cattivo”.

Questo bambino ha imparato che per far calmare l’adulto e “fare pace” può allungare il mignolino della mano destra in modo che l’altro possa stringerlo, allungando a sua volta il mignolo. Insomma un incrocio di dita che è un segnale di resa.

Giocavamo in sala, nella nostra ora settimanale di aiuto psicomotorio. Lui faceva il piccolo cagnolino assetato, io gli porgevo una ciotola piena di palline, l’acqua. Lui fingeva di bere, ma poi con gran piacere faceva volare tutte le palline in aria, lasciandole cadere sparpagliate nel pavimento. Io mi apprestavo a raccoglierle dicendo a voce alta: “Guarda qui che malanno, tutto il pavimento bagnato!” e lui rideva a crepapelle. Abbiamo ripetuto questa scena molte volte, poi a un tratto ho detto: “Se lo prendo eh!” e ho cominciato a fingere di acciuffarlo. Il mio volto non era minaccioso, sorridevo, e con le mani facevo come per prenderlo. Lui scappava, rideva. Poi svelto si è nascosto in un luogo che avevamo precedentemente costruito e io ho iniziato a cercarlo: passavo accanto, facevo sentire i miei passi, continuavo a ripetere: “Dove si è nascosto? Se lo prendo eh!”. Facevo appositamente salire la tensione, i bambini amano questo gioco, ma evidentemente ho fatto una previsione sbagliata rispetto a quanto potermi spingere in modo che per lui il livello di tensione fosse ancora assumibile. Quando mi sono accucciata vicino al suo nascondiglio lui era seduto, fermo, con gli occhi sbarrati e il mignolino teso nella mia direzione. Non stava più giocando.

Quando pensiamo che educare con la paura “non abbia mai fatto male a nessuno” stiamo commettendo un grave errore. Gli studi che abbiamo a disposizione ci dicono che:

  • la paura non serve a educare! La paura blocca, la paura agita, la paura genera nel bambino l’idea che è sbagliato, la paura mortifica, la paura lascia segni nel corpo sottoforma di tensione, rigidità, bisogno di controllo;
  • la paura viene generalizzata e quindi percepita anche in contesti diversi rispetto a quello in cui è stata appresa. Questo per un’associazione (anche inconscia) tra stimolo e risposta. Tanto per intenderci: il bambino riconosce la sala di PPA come un luogo di gioco, di sicurezza fisica e affettiva e di libera espressione del sé, un luogo in cui non ha mai sentito l’adulto alzare la voce, strattonare o punire, ma la sua esperienza in altri contesti è stata talmente pervasiva da portarlo a generalizzare l’apprendimento “se faccio qualcosa di sbagliato sarò punito fisicamente o verbalmente” e riattualizzarlo in un contesto che nulla ha a che fare con l’apprendimento originale;
  • una volta fissata la paura non se ne va da sola, non è solo “questione di tempo”, è necessario riscrivere nuove memorie di sicurezza con un lavoro molto profondo e specifico come quello che si fa nell’aiuto psicomotorio terapeutico.

Aggiungo ancora una riflessione: spesso gli adulti che reagiscono abitualmente in modo aggressivo di fronte ai comportamenti “pulsionali” dei bambini sono stati a loro volta bambini spaventati. L’urlo, il comportamento che esce dal prevedibile e dalla possibilità di controllo, la confusione tipica dei piccoli possono rappresentare ancora oggi una minaccia per quegli adulti.

Se queste parole ci toccano da vicino, soprattutto se siamo genitori o insegnanti, dobbiamo riflettere e scoprire come sia possibile e utile interrompere la catena. I bambini hanno bisogno di adulti che rispondono, non che reagiscono, che contengono con fermezza, non con violenza, che comprendono, non che giudicano.

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Piccoli campioni crescono

Mi è capitato di vedere recentemente un’intervista rilasciata dal campione olimpico Gianmarco Tamberi in un noto programma televisivo in cui l’atleta dichiarava che avrebbe preferito fare altro nella sua vita, che il salto in alto non è la sua passione e che probabilmente, se avesse praticato un altro sport, oggi sarebbe più felice. Verrebbe da chiedersi: perché Gianmarco allora si è avvicinato alla disciplina del salto in alto? Perché la famiglia ha voluto così. Il ragazzo racconta che il padre, in particolare, ha visto in lui un talento e ha voluto coltivarlo, nonostante questo abbia avuto un prezzo parecchio alto: l’infelicità di Gianmarco e la tensione sempre più sentita nel loro rapporto che nel tempo è andato a sgretolarsi completamente.

Questa vicenda mi fa pensare ad un tema che affronto in alcuni incontri con i genitori quando parliamo dei bisogni fondamentali dei bambini con riferimento agli stili di attaccamento. Tra questi bisogni c’è il bisogno di fiducia che vede una finestra di vulnerabilità nel periodo della vita che va all’incirca dall’anno e mezzo ai tre anni, un periodo ricco di cambiamenti per il bambino che ormai sa camminare e parlare, che può quindi esercitare sul mondo una presenza diversa e che generalmente comincia a fare più esperienze fuori casa. Tutto questo presuppone la fiducia nel fatto che il genitore, anche nella separazione, ci sarà. Potremmo tradurre così: io (bambino) in relazione alle esperienze di sicurezza, protezione e cura che ho fatto fino ad ora con te (genitore), ho fiducia del fatto che anche quando mi lascerai poi tornerai a prendermi, che anche quando cadrò mi aiuterai ad alzarmi, che ci sarai per me indipendentemente da tutto, da come mi comporterò, dagli errori che farò, dai voti che prenderò, dal tempo che impiegherò per imparare.

Talvolta però può accadere che i genitori si trovino a spingere un po’ troppo l’acceleratore sulla crescita del figlio, per fare in modo che impari tante cose in fretta. In questo modo il bambino sente che ci sono delle aspettative su di lui e su cosa può e sa fare. Si tratta spesso di aspettative di performance che di conseguenza fanno avvertire al piccolo che c’è un giudizio e un confronto con gli altri bambini. È come se il bambino percepisse che non va più bene per il genitore così com’è, ma che per andare bene (e mantenere l’amore e la stima del genitore) deve poter dimostrare di riuscire, di essere all’altezza, di non deludere. È come se l’amore fosse posto “sotto condizione”.

Un caso estremo è l’aspettativa del piccolo campione: il genitore che è appassionato o ha praticato un certo sport cerca di far avvicinare a quello sport anche il figlio il prima possibile aspettandosi che il bambino possa diventare, appunto, un campione. Lo stesso può accadere se si spinge sul cognitivo perché ci si aspetta un figlio “genio”, sulla bellezza portando la piccola figlia ai concorsi per fare pubblicità ecc. Ogni ambito può essere preso ad esempio se l’intenzione del genitore è quella di spingere su una certa performance aspettandosi che il figlio possa diventare “campione” in quell’ambito.

Il bambino, per il quale la cosa più importante al mondo è salvaguardare la relazione, non vuole deludere il genitore e sente che quella proposta è la migliore. Una proposta che però chiede di oscurare la parte vulnerabile e fragile che c’è in ognuno di noi e che piano piano viene vista come una debolezza, quindi si evita di sentirla. L’importante è riuscire, l’orientamento è verso i risultati. Di solito queste persone nella loro vita sono effettivamente persone di successo, competitive, che sentono di dover essere i migliori in tutto ciò che fanno.

E tutto funziona bene…finchè dura. Poi ad un tratto la competizione persa, il traguardo sfumato, l’infortunio, l’azienda che fallisce, la bellezza che sfiorisce mettono davanti alla verità e cioè che non possiamo basare la felicità sulla performance.

La vita non è fatta sempre e solo di obiettivi raggiunti e quando i risultati vengono meno abbiamo bisogno di qualcuno accanto che ci ami comunque. Noi per primi abbiamo bisogno di accogliere la nostra vulnerabilità e di avvertirla non come una debolezza, ma come l’unica possibilità che abbiamo per sentirci esseri umani.

Martina Agnoli

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Separarsi: una fatica per i genitori, una necessità per i bambini

Separarsi: una fatica per i genitori, una necessità per i bambini che dopo essere stati per nove mesi dentro la pancia della mamma e, se tutto va bene, per circa altrettanto tempo a stretto contatto con la stessa, piano piano cominciano a sentire il bisogno di prendere distanza. È una spinta evolutiva! Scoprono di potersi spostare nello spazio, di poter dire di no con il corpo, divincolandosi, spingendo via chi li vuole trattenere, affermando in vario modo la differenza che portano rispetto ai loro genitori. Questo non sempre piace alle mamme e ai papà, un po’ perché sentono di perdere il controllo sul figlio, un po’ perché in generale facciamo più fatica ad accettare ciò che è diverso da noi rispetto a ciò che è uguale. Ma è proprio nella differenza che si costruisce l’identità! Quindi favorire il processo di separazione-individuazione, riconoscendo i figli come persone diverse da noi, diverse dall’idea che avevamo di loro, lasciando progressivamente un maggior spazio di autonomia e di autoaffermazione se non è certo sempre facile e automatico, è tuttavia un regalo fondamentale che facciamo ai nostri figli!

Vittoria Maioli Sanese scrive che così come non può sopravvivere oltre i nove mesi un figlio dentro la pancia, allo stesso modo “muore” se non esce da quel rapporto fusionale dei primi tempi in quanto perde il suo sentimento di esistenza che deriva dal sentirsi protagonisti delle proprie azioni sul mondo.

Separarsi significa accettare di perdere un po’ il controllo, significa avere fiducia che il bambino senza di noi ce la farà, significa essere consapevoli che i figli sono fatti per andare e non per rimanere nel nido, significa essere consapevoli (e renderli consapevoli!) che hanno un corpo proprio e pensieri propri che man mano costruiscono in modo unico ed originale, se viene loro concesso.

Nella mia esperienza professionale e dal confronto con colleghi psicologi, psicoterapeuti, psicomotricisti ritrovo un filo rosso nelle varie situazioni di malessere del bambino: una difficile separazione. A volte si tratta di separazioni precoci, brusche, non elaborate come nel caso dei bambini nati molto prematuramente, ospedalizzati o di mamme che riportano problemi di salute in gravidanza o dopo (e su queste situazioni, ahimè, è spesso la vita che decide, noi possiamo al più lenire la ferita); altre volte però si tratta di separazioni mai avvenute per la necessità del genitore stesso di tenere il figlio vicino o per la paura di lasciare che il bambino vada per la sua strada, faccia la sua esperienza, incontri anche delle frustrazioni o delle difficoltà senza il bisogno di prevedere e prevenire tutto.

Per poter approfondire il tema ho chiesto al Dottor Alberto Pellai, ricercatore e docente presso il dipartimento di Scienze Biomediche dell’Università degli Studi di Milano, di poter rispondere ad alcune domande per aiutare i genitori a riflettere. Pellai è stato ospite a “Educhiamoci – giornate per l’educazione” e “Cambio Gioco”, iniziative organizzate rispettivamente dal Comune di Vittorio Veneto e dall’Ulss6 Euganea di Padova in collaborazione con noi di I AM servizi

Dottor Pellai da che cosa nasce la difficoltà dei genitori di permettere ad un bambino di separarsi da loro? 

Da una parte separarsi dal figlio significa perdere un pezzetto di nutrimento affettivo che per i genitori è anche identitario cioè mi dà un ruolo, mi dà una funzione, mi dà un significato e allo stesso tempo mi fa sentire bene, pensiamo ad esempio a come tenere il bambino nel lettone è una cosa che genera molta tenerezza, un senso di intimità col bambino, quindi c’è dentro una bellezza percepita, una piacevolezza percepita. Il secondo aspetto è che nella separazione il bambino aumenta la sua dimensione di autonomia e quindi perde la dipendenza e questo agli occhi del genitore lo espone ad una quantità maggiore di rischi e di pericoli che attivano i bisogni di protezione: se io ti tengo attaccato a me, se io sono dove sei tu, io sto tranquillo perché non ti succederà niente di male. Inoltre oggi gioca a sfavore la fragilità emotiva dell’adulto che regola male la propria ansia protettiva cercando di azzerare il più possibile qualsiasi genere di rischio e inconveniente nella vita dei propri figli.

A questo proposito che ruolo gioca nella separazione l’iperprotezione e la tendenza a sostituirsi al figlio per evitargli frustrazioni e cadute?

Nell’iperproteggere e nel fare al posto del bambino e risparmiargli l’errore il genitore si sente tranquillo e soddisfatto, gli sembra di rendere il suo bambino molto, molto felice. In effetti un bambino che non vive frustrazioni, cadute ed errori è un bambino che apparentemente sta sempre bene, a cui non è accaduto niente di male, tuttavia è allo stesso tempo un bambino fragile perché non si allena a tollerare e ad affrontare anche quelle esperienze che nella vita non sono piacevoli, ma disagevoli! Quindi un genitore dovrebbe mettere dentro al proprio mansionario del genitore che allenare alla vita non vuol dire solo preparare ai grandi salti nel territorio della bellezza e della collettività, ma anche preparare al tempo della sconfitta, al tempo della fatica, al tempo del disagio che è un compito fondamentale in età evolutiva.

Cosa ne pensa degli allattamenti prolungati e del cosleeping prolungato (spesso anche fino all’età della scuola primaria e oltre)? Concorda con me nel sostenere che queste scelte abbiano delle ricadute negative nella possibilità del bambino di costruirsi come un individuo separato e autonomo?

Questo è veramente uno di quei temi per i quali qualsiasi cosa dici avrai delle persone che ti dicono il contrario perché la ricerca dimostra tutto e il contrario di tutto. Infatti noi abbiamo ricerche che ci dicono che il cosleeping diventa una zona di co-dipendenza e allo stesso tempo abbiamo studi che misurando e valutando il cosleeping dicono l’esatto contrario. In generale quello che credo è che sia molto importante che l’adulto aiuti il bambino a costruirsi un’identità autonoma e in questo la separazione è un passaggio fondamentale! Lavorando con i genitori ci accorgiamo che a volte il cosleeping in realtà è uno dei modi con cui noi raccontiamo una certa impotenza ad educare il bambino al tempo dell’autonomia che è un’educazione impegnativa! A me verrebbe da dire che il cosleeping ha senso nel momento in cui abbiamo la certezza che il bambino sa dormire anche da solo, in autonomia. Se sa fare questo allora gli posso offrire anche il cosleeping nei momenti in cui è ammalato, nel momento in cui ha bisogno, ma se il bambino a cinque o sei anni non sa fare l’esperienza del dormire in autonomia il rischio è davvero grande: questo aspetto lo rende più fragile invece che più forte e allo stesso tempo non gli permette di conquistare quello spazio di crescita necessario per ampliare il suo potenziale di socializzazione, ad esempio non potrà andare a dormire a casa dei nonni, a casa degli zii, a casa di un amico, non potrà fare vacanze se non solo con la mamma e con il papà…Quindi dargli questa competenza e questa abilità del dormire da solo alla fine facilita molto nel bambino l’acquisizione di vantaggi che vanno oltre all’imparare a stare nel suo lettino.

La nostra esperienza ci dice che anche continuare ad allattare il bambino ormai cresciuto e svezzato lo tiene in qualche modo dipendente e quindi più fragile nel momento in cui deve affrontare degli aspetti di socialità che lo allontanano dalla famiglia. Cosa ne pensa?

È così e in realtà vengono spesso citate a questo proposito le linee guida dell’OMS che raccontano anche di un allattamento prolungato oltre i tre anni addirittura, ma quando noi parliamo di linee guida OMS dobbiamo considerare che sono create su scala globale cioè che servono anche per le mamme africane: il cibo più sicuro per un bambino che cresce in territori molto poveri resta il latte della sua mamma. Questa però non è un’urgenza che abbiamo noi nei paesi occidentali. Inoltre, sempre all’interno delle nostre abitudini, dei nostri costumi, del nostro contesto socio culturale, pensare di ridurre il ricorso all’allattamento entro il primo anno o il secondo anno di vita (ognuno poi fa le sue scelte) significa permettere sia al bambino che alla sua mamma di avere il proprio spazio di azione di vita e di esplorazione e questo è fondamentale rispetto al tema che stiamo trattando.

Alla luce di quanto detto fino a qui, quali sono le conseguenze che potrebbe avere a lungo andare il non permettere ai bambini di costruirsi come individui separati e autonomi rispetto ai genitori? In particolare c’è la possibilità di sviluppare altri tipi di dipendenze potenzialmente pericolose o problemi in età adolescenziale o adulta?  

In generale direi che tutte le volte che la protezione è troppa, l’esplorazione diventa ridotta e quindi più noi teniamo un bambino in un territorio dove è molto protetto, più automaticamente limitiamo l’espansione verso quelle zone in cui può scoprirsi autonomo, può scoprirsi se stesso e non invece “se stesso-inglobato-dentro- al-corpo-e-all’esperienza-dell’adulto” che per lui è base sicura! Cioè il concetto di base sicura è un concetto importantissimo che non serve però a tenere appiccicato il figlio a sé: se tu sei una base sicura la prima cosa che senti è la tranquillità nel vedere il tuo bambino che si stacca da te che è l’esatto contrario di molti, molti modelli attuali per cui la base sicura è appiccicata al bambino a cui viene offerta.

Come possono i genitori orientarsi tra tante diverse teorie e tanti diversi modelli?

È molto difficile perché comunque la dici, la sbagli! È come se la stessa scienza non avesse generato una veduta comune. Questo oggi rimane un rischio enorme credo su tutti i temi dell’età evolutiva perché anche se dici ad un genitore (magari anche in una prospettiva molto clinica o scientifica) che la cosa che sta facendo non è la cosa migliore, lui comunque troverà da qualche parte scritto che sta facendo bene, che va bene come sta facendo e quindi non riuscirà veramente ad avere neanche nello scambio con il pedagogista o lo psicologo il sostegno che gli serve perché c’è troppo che viene detto, non sempre da persone competenti, non sempre a ragion veduta e non è una visione comune.

Il Dottor Pellai tratta il tema della separazione anche in alcuni dei suoi libri come “Io gomitolo, tu filo” e “Le mie mani sono le tue ali”. Ne ricaviamo l’urgenza di considerare questo argomento come centrale per il sano sviluppo del bambino e della persona, poiché un mancato raggiungimento dell’autonoma si ripercuote più di quanto potremmo immaginare su molti ambiti della vita tra cui anche la scuola e i rapporti con gli altri, limitandoli e impoverendoli.

A questo proposito il Dottor Stefano Vicari, Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Neuropsichiatria Infantile dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, in un recente articolo scrive: “L’ansia scolastica è un fenomeno in crescita: ne soffre una percentuale compresa tra il 5 e il 28 per cento di bambini e adolescenti. Ma l’ansia che attraversa bambini e adolescenti non è legata, alimentata solo dal contesto scolastico che esaspera la competizione e richiede continue prestazioni. Ha anche a che fare con la difficoltà a confrontarsi con i coetanei, dalla paura del giudizio, di non sentirsi all’altezza del gruppo. Non va nemmeno sottovalutata, tra i possibili fattori dell’ansia scolastica, anche la difficoltà che molti ragazzi manifestano nel separarsi dai genitori, i quali spesso favoriscono poco le autonomie dei propri figli”.

Concludiamo con Kalil Gibran, che nella poesia “I vostri figli”, uno dei suoi componimenti più conosciuti, ci invita ad accettare e incoraggiare la differenza che i figli portano in sé, a lasciarli andare, riconoscendo il loro diritto di essere dissimili rispetto a noi.

I vostri figli non sono figli vostri.
Sono i figli e le figlie del desiderio che la vita ha di sé stessa.
Essi non provengono da voi, ma attraverso di voi.
E sebbene stiano con voi, non vi appartengono.

Potete dar loro tutto il vostro amore, ma non i vostri pensieri.
Perché essi hanno i propri pensieri.

Potete offrire dimora ai loro corpi,
ma non alle loro anime.
Perché le loro anime abitano la casa del domani,
che voi non potete visitare, neppure nei vostri sogni.

Potete sforzarvi di essere simili a loro,
ma non cercare di renderli simili a voi.
Perché la vita non torna indietro e non si ferma a ieri.

Voi siete gli archi dai quali i vostri figli, come frecce viventi, sono scoccati.
L’Arciere vede il bersaglio sul percorso dell’infinito, e con la Sua forza vi piega affinché le Sue frecce vadano veloci e lontane.

Lasciatevi piegare con gioia dalla mano dell’Arciere.
Poiché così come ama la freccia che scocca, così Egli ama anche l’arco che sta saldo.

Dovremmo fare nostre queste parole e trattenere il messaggio importante che veicolano ricordando che se anche potessimo giustificare la preoccupazione dell’arciere di indirizzare la sua freccia nella giusta direzione, per fare centro nella vita, non potremmo mai giustificare la pretesa di rendere uguale la freccia con l’arco.

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Il corpo ha memoria di relazione

Ciascuno di noi è il risultato di una storia, una storia di relazione, che inizia in un tempo molto remoto, indicativamente dalla gravidanza (ma anche prima, nei desideri dei nostri genitori) e che non è dimenticata, ma inscritta dentro di noi, in una memoria arcaica, definita anche memoria implicita o somatica. Questa memoria si forma quando le strutture cerebrali non sono ancora mature per poter produrre un ricordo recuperabile attraverso la parola, più o meno fino al secondo anno di vita, ed è costituita dalle nostre sensazioni amalgamate con le sensazioni di chi in quel tempo si è occupato di noi, primariamente di chi ci ha dapprima sognati, poi concepiti, poi portati in grembo e dati alla luce. È una memoria che conserva quelle che vengono definite oggi dalla psicologia e dalle neuroscienze delle “impronte” che proprio per il loro carattere esclusivamente biologico non possono emergere ed essere recuperate se non attraverso una via simbolica o un canale non verbale come il gioco e tutti gli altri “atti creativi” che servono ad attenuare le tensioni del corpo, sia nel bambino che nell’adulto. Pensiamo ad esempio come dedicarci alla musica, alla pittura, alla fotografia, alla cucina ecc. possa a volte diventare “terapeutico” per la persona! Ognuno sarà più portato verso una o l’altra di queste attività a seconda della predominanza a livello di memoria implicita di sensazioni legate alla vista, al tatto, al gusto, all’olfatto, all’udito, al movimento. Qualcuno arriva a farne addirittura una professione! Ma pensiamo anche alle nostre paure e angosce a cui spesso non sappiamo dare un nome e che comunque ci condizionano, anche se spesso in modo inconsapevole, creando delle tensioni croniche nel corpo.

Le esperienze precoci di relazione e attaccamento sono l’elemento fondamentale per dire come starà al mondo quella persona, come percepirà il mondo, perché al di là del patrimonio genetico con cui ognuno di noi arriva, il bambino alla sua nascita è anche già frutto di una relazione!

E se qualcosa in quel tempo è andato storto? Molti sono i motivi per cui questo può accadere, ad esempio problemi di salute del bambino o della mamma, grandi prematurità che portano a lunghi ricoveri e conseguenti separazioni precoci, situazioni socio-culturali difficili, inadeguatezza nelle cure al nuovo nato ecc. Tutto ciò può portare a delle tensioni nel corpo del neonato e del bambino che difficilmente si distendono in modo spontaneo e che se ripetute possono generare degli affetti di dispiacere che pervadono le varie aree di sviluppo della persona.

Ma per fortuna tutto è plastico, tutto si può riparare. Immaginiamo il nostro cervello come un bosco fatto di tanti sentieri ed immaginiamo cosa accade se percorriamo sempre lo stesso sentiero: quella strada risulterà marcata ed evidente. Ma se noi provassimo a cambiare percorso, scegliendo un’altra via sicuramente sarà quest’ultima a risultare la più battuta, mentre la prima, certo, non scomparirà del tutto, ma non sarà nemmeno più così importante. Uscendo dalla metafora possiamo dire che più ripetiamo esperienze (soprattutto relazionali) che mantengono vive delle memorie arcaiche non funzionali al nostro sano sviluppo, alla nostra distensione, alla nostra apertura agli altri e alla vita, più permettiamo a quegli eventi che ci sono capitati nei nostri primi tempi di definirci. Viceversa, grazie alla neuroplasticità di cui disponiamo, se creiamo nuove modalità, attraverso esperienze di piacere tonico ed emozionale (che sono quelle fondanti la nostra persona!) queste possono sedimentarsi dentro di noi e permetterci non certo di cancellare il passato, ma di non farci troppo condizionare da esso, in particolare di distendere progressivamente le tensioni, permettendoci delle traiettorie di sviluppo più adeguate, sane e armoniose.

Questo è l’obiettivo della PPA, soprattutto a livello di aiuto ed il motivo per cui personalmente la considero una speranza per tutti i bambini, anche per quelli con una storia di dolore molto forte. Ma anche a livello educativo la PPA offre queste opportunità grazie alle possibilità di distensione che vivono i bambini nella sala.

E per gli adulti? A volte capita che i genitori, quando spiego loro cosa sia la pratica psicomotoria, facciano una battuta e dicano: “Servirebbe a me!”. Ebbene, per gli adulti un’attività che offre dei benefici simili è la bioenergetica (Alexander Lowen e Leslie Lowen) che parte dal presupposto secondo cui la nostra risposta alle situazioni della vita dipende dalla quantità di energia di cui disponiamo e da come la utilizziamo. I processi energetici del corpo, ossia la produzione di energia attraverso la respirazione e il metabolismo e la scarica di energia nel movimento, sono in relazione con lo stato di vitalità del corpo, pertanto tensioni croniche o rigidità persistenti (anche a livello inconscio, come quelle registrate appunto nei primi anni di vita), diminuiscono la vitalità, disturbano la salute emotiva e impediscono il naturale e spontaneo movimento della muscolatura e l’autoespressione. Questo sempre partendo dal presupposto, condiviso con la PPA, secondo cui quello che succede nella mente riflette quello che succede nel corpo e viceversa. La bioenergetica diventa quindi anche una forma di terapia che associa il lavoro sul corpo con quello sulla mente per aiutare le persone, attraverso esercizi specifici che coinvolgono il corpo e il respiro, a liberarsi dai blocchi profondi e liberare il proprio potenziale espressivo, fonte di piacere e gioia di vivere.

È bello poter constatare come discipline apparentemente molto diverse tra loro abbiano in realtà finalità comuni e offrano all’individuo, sia adulto che bambino, la possibilità di accedere ad un’esperienza di vita più piena e gratificante! Inoltre anche la bioenergetica, come la PPA, non “attacca il sintomo”, ma piuttosto lo “aggira”, considerando la persona come un intero e non come una somma di funzioni da riabilitare, sostenendo che “ogni stress produce uno stato di tensione nel corpo la quale scompare quando lo stress è stato eliminato. Le tensioni croniche tuttavia persistono anche dopo la scomparsa dello stress che le ha provocate come atteggiamento corporeo o assetto muscolare inconsci. […] Diventa necessario dunque alleggerire questa tensione cronica se si vuole che la persona riacquisti piena vitalità e benessere emotivo” (A. e L. Lowen, “Espansione e integrazione del corpo in bioenergetica”). Inoltre afferma in modo chiaro che è fondamentale il lavoro corporeo per poter far affiorare le memorie arcaiche che con il solo lavoro sul piano verbale non sono recuperabili.

Per concludere possiamo dire che anche quando parliamo di educazione, in tutti i contesti, da quello familiare a quello scolastico, dobbiamo tenere presente quanto riportato fino a qui e confermato dalle neuroscienze negli anni e cioè che non possiamo prescindere dalla relazione con l’altro come non possiamo prescindere dall’unità mente-corpo.

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Crescere con gli schermi digitali

L’uso dei device in età evolutiva rappresenta un problema di salute, laddove per salute intendiamo, come da definizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, uno stato di totale benessere fisico, mentale e sociale, aspetti interconnessi e non separati. Gli schermi interferiscono con la salute a tutti questi livelli: a livello fisico determinano il rilascio di una serie di sostanze che vanno a modificare l’assetto neurobiologico dell’individuo, causando, a livello mentale, una situazione di dipendenza e, sul piano sociale, la tendenza a chiudersi in se stessi per continuare a fruire di quel tipo di stimolazione piuttosto che aprirsi alle relazioni.

Quindi non ci sono dubbi sul fatto che permettere ai bambini di usare i device sia molto rischioso per il loro benessere, ma purtroppo spesso i genitori non ne sono consapevoli, non sono informati e di conseguenza operano delle scelte che hanno delle ricadute importanti sullo sviluppo.

Marco Grollo, insieme ai colleghi con cui ha scritto il libro “Crescere con gli schermi digitali” e il libro “Pediatri custodi digitali” (ed: I AM Edizioni, info@iamedizioni.com), ha ben colto questo bisogno di informare i genitori in modo semplice e immediato e ha avuto l’eccezionale intuizione di coinvolgere nel suo intento divulgativo figure che per la loro professione si interfacciano quotidianamente con i genitori come i pediatri, gli educatori, gli insegnanti per renderli dei preziosi alleati nel far arrivare i messaggi contenuti in queste guide a più genitori possibili e creare una comunità educante consapevole, che tenga una linea comune rispetto ad un tema così importante.

Nella mia esperienza di psicomotricista incontro spesso bambini che mi vengono presentati dai genitori come in difficoltà sul piano del comportamento, della regolazione delle emozioni, ma anche sul piano delle relazioni o degli apprendimenti scolastici. Mano a mano che lavoro con loro, mi trovo quasi sempre (o forse sempre) a constatare che gli stessi bambini utilizzano in modo eccessivo gli schermi, soprattutto i videogiochi, spesso senza alcun controllo da parte degli adulti. Certo, non è questa la sola causa delle loro difficoltà, ma sono convinta ne sia un potente amplificatore.

Gli schermi vanno ad alterare la soglia che deve avere uno stimolo per risultare interessante, propongono immagini colorate, luminose, sonore, in movimento, tutte caratteristiche che attraggono enormemente i bambini, ma che impediscono al contempo di interessarsi a degli stimoli meno “accattivanti” dal punto di vista percettivo, ma certamente più adeguati e utili per lo sviluppo dei piccoli. Il bambino ad esempio perderà interesse per andare a scoprire il mondo attraverso i cinque sensi, aspetto che sappiamo essere fondamentale affinchè si possa risvegliare in lui tutto l’immaginario e il simbolico alla base dei suoi giochi spontanei. Perderà interesse nell’incontrare altri bambini e interagire con loro, sviluppando così una chiusura e una mancanza di scambi importanti per la sua crescita e il suo benessere.

Inoltre la capacità che i bambini hanno fin da piccolissimi di scorrere con il ditino sullo schermo per cambiare contenuto ancor prima che sia terminato ciò che stanno guardando non permette di allenare una funzione fondamentale dell’attenzione che è la persistenza sul contenuto. Questo ha delle ripercussioni in molti aspetti della vita quotidiana che richiedono di rimanere concentrati e anche, naturalmente, sugli apprendimenti scolastici: l’attenzione è come un muscolo, funziona bene se viene correttamente esercitata e potenziata!

Infine i bambini che utilizzano per molto tempo i device diventano dipendenti dagli stessi: l’attivazione del circuito della dopamina farà sentire al bambino di non poter più fare a meno di quella stimolazione e si andrà incontro a vere e proprie crisi inconsolabili nel momento in cui, per esempio, gli adulti negheranno la possibilità di fruizione.

Tutto questo ha delle ricadute importanti sul gioco spontaneo del bambino, che come sappiamo è uno strumento fondamentale per la costruzione della persona e dei pensieri. Ribadiamo ancora una volta che solo il coinvolgimento corporeo ed emotivo sostiene e permette tutti gli apprendimenti, l’immobilità davanti agli schermi, al contrario, è da vedersi come passività che compromette tutto il percorso evolutivo del bambino. Se normalmente un bambino dovrebbe poter giocare attingendo alle sue idee e alle sue emozioni più profonde, quando c’è un uso eccessivo e smodato dei device il bambino tende quasi esclusivamente a riprodurre immagini che ha visto e le riproduce tali e quali! Non c’è trasformazione, non c’è evoluzione, non c’è pensiero, non c’è rassicurazione, se non (forse) una falsa rassicurazione. Il bambino rimane nell’eccitazione del personaggio che imita, rimane nel groviglio dell’emozione che lo porta generalmente a muoversi continuamente e senza scopo. Inoltre non c’è attesa, non c’è possibilità di differire il soddisfacimento del desiderio, quindi non c’è simbolico! C’è tutto e subito! Come nel digitale che non offre possibilità di crescere!

Le neuroscienze hanno confermato che per pensare il bambino deve prima poter agire, ma per poter agire (e quindi sentire di esistere!) deve prima poter immaginare, deve avere accesso a quel serbatoio inconscio di immagini ed emozioni proprie che si formano a partire dalle primissime interazioni, nel tempo della gravidanza e nei primi anni di vita del bambino.

Ecco dunque che ritorna centrale il tema della relazione. È importante poter condurre i genitori ad una duplice riflessione: per prima cosa ricordare che i bambini imparano dall’esempio, quindi chiedere loro se sanno porsi dei limiti nell’uso del telefono, della televisione, del tablet, soprattutto quando sono in casa con i loro figli; e poi far presente che spesso gli schermi diventano dei sostituti di relazione. Immaginiamo una mamma che sta allattando il suo bambino neonato e invece di guardarlo, dirige la sua attenzione al cellulare, scorrendo le pagine social o parlando con un’amica: quel bambino vivrà una mancanza di sguardo, un potente interruttore emozionale di relazione che ci permette di costruire la nostra identità nel tempo. Immaginiamo un bambino di un anno che ancora non sa parlare, ma che cerca di comunicare con i suoi genitori e pensiamo a cosa può sentire dentro di sé se mamma e papà sono impegnati a guardare il telegiornale o un programma televisivo: probabilmente, oltre alla mancanza dello sguardo, vivrà anche una mancanza a livello di ascolto e di attenzione, aspetti fondamentali dell’interazione, della comunicazione, della percezione del valore di sè. Immaginiamo ancora un bambino di due o tre anni che sta inscenando un grande “capriccio” perché non può fare come vuole e per calmarsi i suoi genitori gli offrono uno schermo. Certo, presto quel bambino smetterà di piangere e i genitori si sentiranno sollevati, ma a che prezzo?

Come ha detto Marco Grollo nel suo intervento durante la giornata della salute mentale: “offrire gli schermi ai figli permette ai genitori di non pensarli”. Ma i device non possono essere strumenti che riempiono il vuoto relazionale!I bambini devono poter trovare nei genitori persone che intercettano e rispondono ai loro reali bisogni e che, attraverso la cura e l’amore, ricostruiscono simbolicamente quell’involucro di protezione di cui ciascuno ha bisogno per stare bene, sentirsi sicuro e aprirsi al mondo.

Su questo tema vi invitiamo a vedere anche il video: “Gli schermi: un pericolo per le immagini dei bambini” nella sezione “video” di questo sito (clicca qui!).

Martina Agnoli

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Perché un sito sulla pratica psicomotoria?

Il sito www.praticapsicomotoria.it nasce dall’intenzione di far conoscere in modo semplice, a chiunque ne sia interessato, vari aspetti dello sviluppo infantile e della genitorialità, con un focus particolare su un’attività che rappresenta uno straordinario aiuto alla maturazione psicologica di ogni bambino, ma che è ancora oggi, a mio sentire, poco conosciuta e ancor meno compresa, motivo per cui spesso non le viene riconosciuta la giusta importanza e il giusto valore. Si tratta della Pratica Psicomotoria alla quale ho iniziato ad interessarmi e formarmi agli anni dell’Università, mentre studiavo Psicologia nell’Ateneo di Padova e alla quale nel tempo mi sono appassionata a tal punto da renderla oggi uno degli strumenti principali del mio lavoro. Questo perché c’è stato un momento in cui ho sentito chiaro dentro di me che lavorare “a tavolino” con bambini in difficoltà non mi permetteva di aiutarli come avrei voluto e non mi permetteva soprattutto di raggiungere uno degli obiettivi principali che mi proponevo come psicologa dello sviluppo, ossia prevenire, se possibile, quel malessere causa di grande sofferenza.

Ho ripreso così la formazione alla Pratica Psicomotoria, in particolare alla Pratica Psicomotoria Aucouturier, che inizialmente avevo abbracciato fermandomi al livello educativo, approfondendo il campo dell’aiuto e della terapia somato-psichica e ho trovato in essa uno strumento eccezionale che partendo dal corpo, in particolare dal corpo in relazione, si prende cura della salute psichica del bambino che si esprime attraverso le vie del gioco e dell’azione, canali con cui egli può “dar voce” alle sue emozioni e ai suoi pensieri più profondi e parlare senza parole di se stesso. Mi occupo di quelle “impronte” inscritte nella memoria del corpo, una memoria dal carattere esclusivamente biologico, che si forma quando ancora le strutture cerebrali non sono mature per poter tenere ricordi recuperabili a parole. Oggi sappiamo che queste impronte sono responsabili, più di qualunque altra esperienza, nel determinare la persona che diventeremo, il nostro benessere, i nostri bisogni, le nostre ambizioni, le nostre scelte ed anche, appunto, il nostro malessere.

A volte è sufficiente accompagnare il bambino a trovare soluzioni a delle piccole difficoltà affinché il corso del suo sviluppo possa procedere senza particolari intoppi, altre volte è necessario “riparare” le ferite o mancanze per prevenire che esse si sedimentino in modo stabile come tracce dolorose nel corpo.

La Pratica Psicomotoria Aucouturier riesce in questo senso ad offrire una speranza ad ogni bambino, anche a quelli in estrema difficoltà, ascoltando, trasformando e dando un senso a quanto viene espresso dal “non verbale”, dalle vie simboliche del gioco e della creazione e ritornando al corpo e alle sue memorie, là dove nessuna terapia che si basa solo sulla parola può arrivare.

Proprio per questi motivi credo valga la pena di farla conoscere il più possibile, cercando di farne comprendere il valore e l’utilità, con degli approfondimenti che possono aiutare genitori, educatori, insegnanti, ma anche altre figure professionali che si occupano di infanzia a capire i bisogni dei bambini, le loro modalità comunicative, i segnali di malessere che ci inviano e molti altri aspetti del loro sviluppo per essere adulti in connessione con loro, presenti nel loro percorso di crescita, attenti alla loro salute.

Sono oggi una Psicologa dello sviluppo e dell’intervento nella scuola, iscritta all’Albo degli psicologi del Veneto dal 2010 e una Psicomotricista formata alla Pratica Psicomotoria Aucouturier e riconosciuta Specialista presso l’EIA (Ecole International Aucouturier). Integrando le conoscenze provenienti da questi percorsi di studi e dalla formazione continua in entrambi gli ambiti con quelle interessantissime provenienti dal settore delle neuroscienze, soprattutto delle neuoroscienze affettive, sono giunta ad occuparmi di prevenzione e di aiuto, intendendo il mio lavoro come una modalità di “prendersi cura” del bambino e non semplicemente di “curare” il suo malessere o la sua patologia, il che mi permette di guardare alla persona e di andare oltre al concetto di remissione dei sintomi. Nella nostra formazione impariamo ad accogliere, ad ascoltare, a riconoscere l’altro e a restituire a ciascuno la propria dignità e la speranza necessaria per il proprio futuro.

Proprio per questo ho il desiderio che la Pratica Psicomotoria possa entrare nella vita di quanti più bambini possibile, valorizzandoli nella loro essenza, con la promessa di provare a stare meglio, insieme. Infatti, solo insieme ad uno specialista che possa meravigliarsi con lui e essere per lui specchio del piacere che egli prova nel poter dare ascolto alla propria interiorità e nel poterla esprimere attraverso la propria azione sul mondo, il bambino sente di esistere e vive una profonda trasformazione a livello neurobiologico che lo cambia nel corpo, nelle emozioni, nella sua possibilità di crescere come una persona intera e integra, che sta bene con sé e con gli altri.

“Diventa chi sei” diceva Jung alludendo alla possibilità per ciascuno di poter manifestare il proprio potenziale se gli viene concesso di esprimersi. Questa la speranza che vorrei dare ad ogni bambino, questo l’intento con cui giorno dopo giorno io mi realizzo nel lavoro che faccio.

Martina Agnoli