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Non solo autismo e ADHD, l’aiuto della ppa è per tanti!

Spesso si pensa erroneamente che l’aiuto psicomotorio in piccolo gruppo o individuale sia riservato esclusivamente ai bambini che hanno una diagnosi, ad esempio bambini con disturbi del neurosviluppo, come autismo o ADHD o disturbi specifici a carico delle funzioni. Questa associazione deriva forse dal fatto che in molti contesti riabilitativi la psicomotricità è uno dei vari interventi proposti al bambino. Ma esistono diversi tipi di psicomotricità!

Anche la PPA, pur partendo da un approccio differente, è un ottimo aiuto per questi bambini, ma lo è anche per molti altri bambini che, pur non avendo delle difficoltà specifiche o diagnosi, mostrano nel corpo e/o nel comportamento dei segnali di malessere. Quali? Facciamo alcuni esempi:

  • eccessiva agitazione motoria con fatica a fermarsi e calmarsi o, al contrario, inibizione e chiusura in sé stessi;
  • difficoltà a giocare spontaneamente, a vivere nuove esperienze o a coinvolgersi nelle relazioni con i pari;
  • scoppi di rabbia eccessivi sul piano fisico o verbale, con passaggi all’aggressione verso se stessi o verso gli altri, o tendenza a rompere oggetti;
  • paure eccessive o inspiegabili;
  • sonno disturbato;
  • mancato controllo sfinterico (a un’età in cui solitamente il bambino dovrebbe averlo acquisito) o tendenza a trattenere urine e/o feci;
  • difficoltà nell’acquisizione o nella produzione del linguaggio verbale;
  • difficoltà scolastiche o di attenzione.

Questi sono solo alcuni dei segnali che uno psicomotricista può interpretare come un accumulo di tensione interna e una richiesta di aiuto alla maturazione psicologica attraverso la via del corpo. Sono situazioni che rappresentano dei veri e propri “intoppi” per il procedere del percorso di sviluppo del bambino, situazioni che perdurano nel tempo, che non cambiano, che frustrano molto i genitori o gli insegnanti. Perché non cambiano? In parte perché c’è alla base un sistema relazionale e ambientale che non permette l’evoluzione (stili educativi, idee sul bambino, aspettative, richieste o rigidità…), motivo per cui la collaborazione con famiglia e scuola è fondamentale per la buona riuscita dei percorsi. Inoltre, alcune modalità di comportamento non cambiano perché non basta lavorare ad un livello “educativo”, ma è necessario un lavoro più profondo sul bambino che va a toccare e coinvolgere il suo funzionamento inconscio. Questo è ciò che si fa con l’aiuto psicomotorio individuale o a piccolo gruppo proposto dal metodo Aucouturier.

Qual è il “modo” di lavorare specifico della PPA e che la rende diversa da altre psicomotricità?

L’approccio della PPA non tratta i segnali di malessere del bambino come sintomi da correggere o da associare necessariamente a una diagnosi, ma li accoglie e li interpreta come messaggi non verbali attraverso i quali il bambino esprime un suo bisogno più profondo. Lo psicomotricista è formato per comprendere tale bisogno e per offrire le condizioni migliori per soddisfarlo, evitando che la difficoltà permanga e condizioni l’itinerario di maturazione del bambino.

Il lavoro in piccolo gruppo o individuale nella sala di psicomotricità è un intervento molto specifico che offre un aiuto stabile e duraturo nel tempo. Sarà possibile apprezzare gradualmente, anche in altri contesti, comportamenti più armoniosi e, soprattutto, una maggiore distensione, disponibilità all’ascolto e all’apprendimento, oltre a un benessere generale del bambino. I segnali somatici di malessere potranno trovare una nuova via di espressione attraverso il gioco simbolico e la relazione con lo psicomotricista, elementi che le neuroscienze riconoscono come fondamentali per un sano sviluppo infantile.

L’aiuto nel piccolo gruppo e l’aiuto individuale potrebbero essere definiti come una “psicoterapia del corpo” proprio per il sostegno che offrono sul piano psicologico; tuttavia Bernard Aucouturier, l’ideatore della Pratica Psicomotoria, preferisce parlare di “terapia somatopsichica” per sottolineare il legame intrinseco tra corpo, mente ed emozioni. Aucouturier evidenzia come la relazione che il bambino intraprende con lo specialista e il lavoro che quest’ultimo svolge a partire dal corpo determinino in modo fondamentale tutti gli aspetti della persona in costruzione e, di conseguenza, il suo futuro.

Martina Agnoli

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I bambini di oggi: corpi pieni, immaginari fragili

Non sono più i bambini di qualche anno fa, questo è poco ma sicuro.
Chi lavora quotidianamente con loro — nelle scuole, nei contesti educativi o nelle sale di psicomotricità — lo percepisce chiaramente: qualcosa è cambiato. Non nei bambini in sé, ma nel mondo in cui stanno crescendo.

Negli ultimi anni diversi fattori hanno contribuito a questo cambiamento. La pandemia ha lasciato tracce profonde nei processi di socializzazione e regolazione emotiva. Il mondo digitale, sempre più pervasivo, ha trasformato le modalità di relazione e di esperienza: lo schermo è diventato spesso un regolatore emotivo immediato, capace di calmare, intrattenere, distrarre. Allo stesso tempo, molti genitori appaiono oggi più informati e competenti sul piano teorico, ma talvolta meno sintonizzati con l’esperienza concreta e corporea del proprio bambino, come se l’accesso continuo a risposte rapide avesse progressivamente indebolito l’ascolto intuitivo.

Anche la struttura familiare è cambiata: sempre più spesso i nuclei sono soli, lontani da reti di supporto, e questo rende il compito genitoriale più complesso e, a tratti, più carico di ansia. Parallelamente, il tempo dei bambini si è intensificato. Le loro giornate sono fitte di attività, esperienze, stimoli. Sembra dominare l’idea che “più fanno, più imparano”, mentre la noia — elemento fondamentale per lo sviluppo dell’immaginazione — viene evitata e percepita come una perdita di tempo.

Viviamo inoltre in una cultura del “tutto e subito”, dove anche i confini legati all’età sembrano sfumare: contenuti pensati per adolescenti vengono proposti a bambini molto piccoli, come se la capacità di comprendere o di “non avere paura” fosse sufficiente a legittimarli. In questo scenario, anche la scuola, spesso costretta a rispondere a logiche di standardizzazione, fatica a tenere conto della complessità e della specificità dei bambini reali.

Ma allora, dentro questo scenario, come stanno i bambini?

Nella pratica psicomotoria emergono segnali sempre più ricorrenti. Si incontrano bambini con una forte carica pulsionale, corpi che cercano intensamente il contatto, la pressione, l’impatto. Bambini che chiedono di essere contenuti fisicamente — schiacciati nei materassi, avvolti, trattenuti — come se avessero bisogno di ritrovare i propri confini corporei per sentirsi esistere.

Accanto a questo, si osserva una crescente difficoltà ad accedere al gioco simbolico. Il gioco resta a lungo ancorato alla dimensione pulsionale oppure si appoggia a immagini già strutturate, spesso provenienti dal mondo digitale: personaggi di film, cartoni, videogiochi. Tuttavia, queste immagini, pur condivise, non diventano facilmente terreno di incontro. Due bambini possono “fare Spiderman”, ma senza costruire una vera trama relazionale: ciascuno resta nel proprio immaginario, senza intreccio.

Un altro aspetto rilevante è la crescente dipendenza dall’adulto. Molti bambini faticano a sostenere il gioco autonomo o tra pari e necessitano della presenza attiva dell’adulto per dare forma, continuità e senso all’esperienza. Chiedono di essere visti, riconosciuti, accompagnati costantemente. In questo contesto, lo psicomotricista non è più solo un osservatore o facilitatore, ma diventa spesso anche in sedute di pratica educativa e preventiva un partecipante attivo: entra nel gioco, assume ruoli, introduce elementi di rottura, funge da collante e da portatore di immagini, sostenendo il passaggio dalla pulsione al simbolico, altrimenti è come se tutto restasse nella confusione.

Anche il momento dell’ingresso in sala racconta qualcosa di importante. Sempre più bambini necessitano di tempi lunghi per separarsi dal genitore e fidarsi del nuovo ambiente. La soglia tra “dentro” e “fuori” diventa uno spazio delicato, da costruire con gradualità. Spesso è necessario mantenere un contatto visivo o simbolico con il genitore, lasciando la porta aperta, permettendo un passaggio progressivo. Ma questa fatica nella separazione non riguarda solo il bambino: anche l’adulto, a volte, ha bisogno di essere accompagnato a fidarsi, a lasciare spazio, a tollerare la distanza, a “so-stare” proprio li nella sala d’attesa.

Infine, mi sembra emerga con sempre maggiore frequenza un segnale corporeo specifico: la ritenzione fecale associata a episodi di encopresi. Bambini che trattengono la cacca, che poi si sporcano involontariamente, spesso negando l’accaduto. Non si tratta di capriccio o di mancanza di volontà, ma di un linguaggio del corpo che parla di controllo, di difficoltà nella separazione, di gestione delle emozioni.

Trattenere e lasciare sono atti profondamente simbolici. In un contesto percepito come poco prevedibile, molto stimolante o emotivamente complesso, il corpo può diventare il luogo in cui esercitare un controllo possibile. La difficoltà a “lasciare andare” può riflettere una più ampia fatica a separarsi, a fidarsi, a tollerare il cambiamento.

Il lavoro psicomotorio, in questo scenario, assume un valore ancora più centrale. Non si tratta di correggere comportamenti, ma di offrire esperienze che permettano al bambino di riconnettere corpo ed emozione, azione e rappresentazione. Di accompagnarlo, attraverso la relazione, verso la costruzione del simbolico.

Forse, allora, la domanda non è tanto cosa stia succedendo ai bambini, ma quali condizioni stiamo offrendo loro per crescere. I bambini di oggi non hanno meno risorse: hanno però meno spazi e tempi per trasformare ciò che sentono in esperienza integrata.

E quando questo non accade, è il corpo che parla. Sempre.

Silvia Nascinguerra, Psicologa dell’età Evolutiva, Specialista in Pratica Psicomotoria Aucouturier e titolare del Centro di PPA “Bum”

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Il confine

C’è uno spazio sicuro definito da un limite. Lì dentro posso lasciarmi andare, abbandonarmi, non preoccuparmi di nulla, avvertirmi protetto e tenuto, unito. Posso esistere.

In principio questo spazio è la pancia della mamma, poi diventano le sue braccia, ma quando lo spazio si allarga e io, piccolo bambino, comincio a esplorare il mondo, devo comunque percepire il confine che mi dice: “Non ti preoccupare, penso io a te”. Allora il mio agire è libero proprio perché limitato dall’adulto che si prende cura.

L’adulto osserva, delimita con criterio: non troppo vicino, non troppo lontano. L’adulto scorge il pericolo in modo da non dover consegnare al piccolo la tensione dell’imprevedibile.

Il bambino si muove sicuro nel campo tracciato, si sperimenta, gioca, si lascia andare, prova a scavalcare quel muretto invisibile oltre il quale il grande ha detto “No!”, ma trova qualcuno che lo ferma e lo riporta dentro. In questo modo il bambino impara che quel no è amore, si sente nuovamente tenuto e al sicuro. Fa un’esperienza di appartenenza che lo segna profondamente, un’esperienza che “dà forma” alla sua persona.

Il figlio cresce ancora e diventa adolescente, la sua lotta si fa nuovamente più accesa, ha bisogno di discutere con i genitori, di metterli alla prova, di contestarli…

Scrive Vittoria Maioli Sanese:

“L’adolescente è come un cavaliere che si prepara al torneo”: si veste da guerriero, con l’elmo, l’armatura, una lancia lunghissima, un cavallo tutto bardato – non si capisce nemmeno chi c’è sotto quell’armatura. Con aria truce, a tutta velocità, il cavaliere cavalca contro…E qual è il bello di tutto questo? È che quella lancia incontri un’altra lancia che la fermi”.

Questi attacchi con cui gli adolescenti arrivano servono per appagare ancora una volta il loro bisogno di contenimento, per sentire ancora il confine che tiene, per verificare ancora che ci siano due genitori presenti, che guardano, che guidano, che sappiano reggere lo scontro. Con l’adolescente lo spazio sicuro è quello in cui lui vuole avere l’ultima parola su tutto e tu, genitore, non scendi nemmeno in lotta, perché hai capito che il gusto della prova di forza è proprio potersi arrendere, cedere, sentirsi dire di “no” per rassicurarsi ancora dentro un confine che, in effetti, dice simbolicamente: “Non sei solo!”

Il genitore che si fa confine lungo l’arco della vita del figlio rimane come legge nel suo cuore anche quando il figlio esce di casa ed entra dentro di lui la vita. È il confine interiorizzato che fa sì che il figlio non si perda! Se questo invece non è accaduto, non bastano le parole per tenere, a quel punto le parole non incidono e non commuovono. Rimangono parole che vogliono spiegare la vita, cosa è giusto e cosa è sbagliato, vogliono addirittura spiegare le emozioni che senti, ma il genitore non è colui che spiega, è colui che trasmette. Il figlio che cresce allora non risponde più ai genitori, non c’è più legame… Il rapporto è funzionale: tu, genitore, mi servi!

Appartenere è un’altra cosa: sento che “qualcosa” mi tiene.

I bambini cercano spesso nella sala della Pratica Psicomotoria l’esperienza di essere tenuti, contenuti, la cercano come fonte di rassicurazione profonda, a volte di consolazione nei momenti più difficili. Se non c’è confine che segna un’appartenenza l’io non prende forma, la pulsione è l’unica guida e non si sviluppa il pensiero che permette di valutare l’azione da compiere.

La famiglia e la scuola dovrebbero essere i primi ambiti di appartenenza in cui i bambini fanno esperienza del confine che tiene e che aiuta l’identità a formarsi, ma spesso invece facciamo fatica a dire di no, scambiamo l’autonomia con il permissivismo, non definiamo un campo di scelta, diciamo ai bambini e ai ragazzi anche cosa devono pensare…non ci poniamo noi stessi dei limiti. E i bambini che ci osservano non sanno chi sono, non sanno di chi sono e crescono magari pieni di nozioni, intelligenti, capaci di fare tante cose, ma dentro di loro tutto è a pezzi, non unito, non tenuto.

Foto: Centro di PPA “Un passo alla volta”, Trovare nel tessuto appeso uno spazio simbolico di contenimento in cui lasciarsi andare sentendosi tenuti

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Quale sport per il nostro bambino? Il diritto di giocare per puro piacere

“Quale sport dobbiamo far fare al nostro bambino?”

È una delle domande più frequenti che i genitori si pongono, specialmente quando i figli iniziano a crescere e si affacciano all’età scolare. È un interrogativo che nasce da un profondo desiderio di cura, ma se ci fermiamo ad ascoltare con attenzione, ci accorgiamo che dietro questa domanda si nasconde spesso una richiesta molto più complessa.

Spesso, l’adulto cerca di individuare lo sport “più adatto” affinché il proprio figlio possa maturare delle abilità personali che magari ritiene essere un po’ carenti. Si cerca lo sport di squadra per il bambino timido affinché socializzi, le arti marziali per il bambino vivace affinché impari la disciplina, o un’attività rigorosa per correggere una postura. Oppure, si spera che attraverso l’attività sportiva il bambino possa raggiungere quegli obiettivi educativi che, a volte, nella quotidianità si fa fatica a consolidare.

Il principio del piacere come unica vera bussola

Di fronte a questa legittima preoccupazione genitoriale, la risposta più utile è in realtà un’altra domanda, molto semplice ma spiazzante: “avete mai chiesto al vostro bambino quale sport gli piacerebbe provare a fare?”.

Sembra una banalità, ma non lo è affatto. Perché in realtà lo sport, soprattutto nell’età della scuola dell’infanzia e della scuola primaria, dovrebbe essere basato esclusivamente su un unico, fondamentale pilastro: il principio del piacere.
“Che cosa ti piacerebbe fare?” dovrebbe essere l’unica vera bussola a guidare questa scelta.

Tutti gli altri obiettivi – la socializzazione, il rispetto delle regole, la gestione della frustrazione, la coordinazione motoria – si raggiungono secondariamente. Sono obiettivi nobili, certamente, ma non possiamo pensare di delegare all’attività sportiva il nostro compito educativo. Se lo facciamo, rischiamo di rinchiudere il bambino dentro una richiesta rigida, spesse volte prestazionale, caricandolo di aspettative che non gli appartengono.
Così facendo, gli neghiamo la possibilità più preziosa: quella di fare qualcosa che lo faccia stare bene davvero, in cui possa esprimersi liberamente, senza dover “dimostrare” nulla a nessuno, se non la propria gioia di muoversi.

Una lezione dal Nord: il “miracolo norvegese”

Se pensate che l’approccio centrato sul piacere e sul gioco spontaneo sia solo una visione romantica o limitata al mondo della psicomotricità, vi sorprenderà scoprire che è esattamente la filosofia alla base di quello che il mondo intero definisce il “miracolo norvegese”.

Come evidenziato da recenti e affascinanti analisi sportive e sociologiche, la Norvegia – una nazione di soli cinque milioni e mezzo di abitanti – è diventata una superpotenza sportiva globale. Domina i medaglieri delle Olimpiadi invernali e sforna talenti di calibro mondiale in innumerevoli discipline, dall’atletica al calcio, dal tennis al triathlon.

Qual è il loro segreto? Non risiede in laboratori all’avanguardia, in selezioni genetiche precoci o in allenamenti estenuanti fin dalla culla. Il segreto norvegese è scritto in un documento di poche pagine, tanto semplice quanto rivoluzionario: la “Carta dei Diritti del Bambino nello Sport”.

Questo documento stabilisce un principio inderogabile: l’attività sportiva deve essere un’esperienza gioiosa, sicura e inclusiva per tutti. Fino all’età di 13 anni, in Norvegia, non esistono campionati nazionali, non ci sono classifiche esasperate, non si tengono i punteggi ufficiali delle partite dei bambini e non si stilano graduatorie.
Il loro motto è illuminante: “Joy of Sport for All” (La gioia dello sport per tutti).

Restituire lo sport ai bambini: l’antidoto all’abbandono

Mentre in molti altri Paesi (incluso il nostro) i bambini vengono inseriti fin da piccolissimi in circuiti agonistici dove il risultato e la performance sembrano contare più del sorriso a fine allenamento, la Norvegia ha compreso che mettere il divertimento sopra il risultato non è un ostacolo all’eccellenza, ma ne è il prerequisito fondamentale.

I bambini norvegesi sono incoraggiati a provare tantissimi sport diversi, a cambiare, a sperimentare, senza l’ansia di doversi specializzare precocemente. Esplorano il proprio corpo e le proprie potenzialità mossi unicamente dal piacere della scoperta e dalla condivisione con i coetanei. Il risultato? Un tasso di abbandono sportivo (il cosiddetto drop-out) bassissimo. I ragazzi continuano a fare sport perché, semplicemente, si divertono. E, quasi per “effetto collaterale”, da questo immenso bacino di ragazzi felici e sani, emergono i grandi campioni.

La sintonia con la Pratica Psicomotoria

Questo modello virtuoso conferma su larga scala ciò che la Pratica Psicomotoria sostiene e promuove da sempre: il gioco spontaneo, il piacere dell’azione e la libertà di esplorazione sono i veri motori dello sviluppo infantile.

Quando un bambino gioca per il puro gusto di farlo, senza l’ansia della prestazione o l’ombra del giudizio dell’adulto, sta facendo un lavoro enorme su se stesso. Sta imparando a conoscere i propri limiti, sta elaborando le proprie emozioni, sta costruendo una solida autostima che lo accompagnerà per tutta la vita. La pressione agonistica precoce, al contrario, spegne la motivazione intrinseca, trasformando un’attività ludica in un “dovere” e allontanando i bambini dal contatto autentico con il proprio corpo.

Mettiamoci in ascolto!

Torniamo allora alla domanda iniziale: quale sport scegliere?
La prossima volta che vi porrete questo interrogativo, provate a fare un passo indietro. Sospendete le aspettative, mettete da parte il desiderio di “correggere” o “migliorare” vostro figlio attraverso lo sport. Mettetevi in ascolto.

Lasciate che sperimenti, che scelga, che si diverta. Offritegli un ventaglio di possibilità e osservate dove i suoi occhi si accendono di più. Non cerchiamo lo sport perfetto per il suo “futuro”, ma quello che lo rende felice nel suo “presente”.
Perché, come ci insegna il modello norvegese e come ci ricorda ogni giorno la pratica psicomotoria, i risultati più straordinari – nello sport come nella vita – nascono sempre dal sorriso di un bambino che gioca felice, sentendosi accolto e rispettato per quello che è.

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La fame silenziosa

Quando il cibo diventa il linguaggio del disagio

Nel panorama contemporaneo, caratterizzato da una crescente complessità sociale e da una trasformazione radicale delle modalità di interazione, il tema dei disturbi del comportamento alimentare (DCA) emerge non solo come una sfida clinica, ma come un segnale d’allarme pedagogico e culturale. Spesso, quando si parla di anoressia, bulimia o dipendenze da cibo, l’attenzione si focalizza erroneamente sul numero che appare sulla bilancia o sull’estetica corporea. Tuttavia, un’analisi approfondita rivela che tali manifestazioni sono, in realtà, il sintomo di una “fame” ben più profonda: una fame di relazioni autentiche e nutrienti.

La metafora del nutrimento: il cibo come legame

Per comprendere la natura di questi disturbi, è necessario ribaltare la prospettiva. L’atto del mangiare non è solo un bisogno biologico, ma il primo, fondamentale atto di conoscenza che l’essere umano compie fin dalla nascita. Attraverso l’oralità, il bambino inizia a distinguere il mondo esterno, a introiettare la storia, le culture e le tradizioni familiari.

In questo senso, il cibo diventa un potente significante. Quando un disturbo alimentare irrompe in una famiglia, la prima cosa a “saltare” è spesso la tavola, intesa come luogo di ritualità e condivisione. Questo accade perché il cibo è diventato il terreno su cui si proiettano le inquietudini, le paure e le fragilità. Se le relazioni umane diventano meno “nutrienti” – ovvero meno capaci di sostenere, ascoltare e validare l’individuo – il soggetto cerca risposte alternative. Il cibo, in questo contesto, viene utilizzato per “anestetizzare” il dolore, la solitudine o il senso di abbandono, diventando un feticcio su cui costruire una falsa sicurezza.

I segnali d’allarme: oltre l’apparenza

Uno degli inganni più pericolosi in cui può cadere il mondo adulto – genitori e insegnanti – è quello di interpretare il successo scolastico come sinonimo di benessere. Al contrario, una ragazzina o un ragazzino che, all’esordio di un disturbo alimentare, inizia a esasperare la propria abnegazione allo studio, diventando ossessivamente perfezionista, sta spesso mettendo in atto un meccanismo di difesa.

La rigidità applicata ai voti e alla performance scolastica è la stessa che viene applicata al corpo e al peso. Quando si nota un’estremizzazione della performatività, unita a una ritrosia verso la socializzazione o a un cambiamento repentino nell’umore (diventando più irascibili o isolati), è necessario che scatti un campanello d’allarme. Non si tratta di demonizzare l’impegno, ma di cogliere il disagio sottostante: quel perfezionismo è un tentativo di anestetizzare un vuoto relazionale.

La responsabilità del mondo adulto

È tempo di affrontare con coraggio una verità scomoda: spesso, le più grandi discriminazioni rispetto all’immagine corporea avvengono proprio tra le mura domestiche o scolastiche. Il body shaming non è solo un fenomeno mediatico; si annida nelle battute improprie sul peso o sull’aspetto fisico fatte da genitori o insegnanti, spesso inconsapevoli del danno che arrecano.

Il mondo adulto, per essere davvero educativo, deve riscoprire la propria fragilità. Non esistono genitori o educatori infallibili. La tragedia non risiede nell’errore in sé, ma nell’incapacità di ammetterlo, nel tentativo di preservare un narcisismo che impedisce di vedere la sofferenza dell’altro. Quando un adulto non ammette i propri sbagli, crea un modello di rigidità che i figli, o gli allievi, finiscono per interiorizzare.

Verso una pedagogia della relazione

La sfida per il futuro non è clinica, ma culturale e politica. Dobbiamo ripartire dalla centralità della scuola come comunità, come baluardo del legame sociale che ancora funziona. È necessario costruire un sodalizio nuovo tra scuola e famiglia, basato sull’ascolto autentico.

Educare non significa solo far raggiungere obiettivi di apprendimento, ma capire chi sono le persone che abbiamo di fronte. Significa creare contesti in cui il ragazzo non si senta solo, in cui possa trovare soddisfazione nel legame con l’altro anziché nella gratificazione solitaria e autoreferenziale dei sintomi. Dobbiamo proporre ai giovani un mondo “più appetibile”, più saporito, dove la relazione sia il vero nutrimento. Solo riconoscendo la nostra fragilità e offrendo una presenza attenta e non giudicante, potremo aiutare le nuove generazioni a costruire un presente e un futuro in cui il valore di una persona non sia mai ridotto a un numero sulla bilancia.

Consigli pratici 

Affrontare il disagio giovanile e prevenire l’insorgere di un disturbo del comportamento alimentare richiede un cambio di prospettiva quotidiano. Ecco alcune indicazioni pratiche, emerse dall’analisi clinica e pedagogica, per aiutare i genitori a costruire un ambiente domestico e relazionale veramente “nutriente”.

  • Attenzione alle parole (stop al body shaming domestico): la casa deve essere un porto sicuro, non un tribunale. Evitate categoricamente battute, giudizi o commenti impropri sull’aspetto fisico, sul look o sul peso dei vostri figli. Molte delle discriminazioni più dolorose sull’immagine corporea nascono proprio all’interno delle mura domestiche, alimentando insicurezze profonde che i ragazzi cercheranno di “curare” attraverso il controllo del cibo.
  • Imparate a leggere i segnali “controintuitivi”: il disagio non si manifesta sempre con ribellione o brutti voti. Fate molta attenzione all’improvvisa “iper-performatività”. Se vostro figlio o vostra figlia diventa di colpo un perfezionista inflessibile, ossessionato dallo studio e dai risultati scolastici, e contemporaneamente inizia a isolarsi dai coetanei, non celebrate ciecamente questo cambiamento. Spesso, la stessa rigidità applicata ai voti viene applicata in segreto al controllo del corpo e delle calorie.
  • Non sottovalutate l’eccesso opposto: prestate attenzione anche a cambiamenti repentini verso l’iper-alimentazione, specialmente se accompagnati da un aumento di peso, irritabilità, nervosismo e tendenza a isolarsi. Anche il rifugiarsi compulsivamente nel cibo è un campanello d’allarme che indica il tentativo di anestetizzare un dolore o un vuoto relazionale.
  • Abbandonate il mito del genitore perfetto: i ragazzi hanno un disperato bisogno di adulti autentici, non di supereroi. Non abbiate paura di ammettere i vostri errori e di mostrare le vostre fragilità. Un genitore che difende a tutti i costi il proprio narcisismo e non sa chiedere scusa perde la fiducia del figlio. Mostrarsi umani e fallibili è il primo passo per ricostruire un dialogo sincero.
  • Fate squadra con la scuola, senza mettervi sulla difensiva: se un insegnante vi segnala un cambiamento nel comportamento o nell’umore di vostro figlio, evitate di chiudervi a riccio o di vivere la segnalazione come un’accusa alle vostre capacità genitoriali. Il senso di colpa paralizza. Accogliete l’osservazione e costruite un’alleanza educativa con i docenti: solo una rete solida può proteggere i ragazzi dall’isolamento.
  • Spostate il focus dal piatto alla relazione: ricordate sempre che il numero sulla bilancia o il cibo lasciato nel piatto sono solo la punta dell’iceberg. Il disturbo alimentare è un linguaggio, un modo per comunicare una fatica emotiva. Invece di ingaggiare battaglie quotidiane sulle calorie, investite tempo ed energie per capire cosa si è interrotto nel vostro legame. Offrite loro un mondo relazionale “appetibile”, fatto di ascolto e condivisione, affinché non abbiano più bisogno di cercare soddisfazione nel sintomo.
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Il mignolino – L’errore di chi educa con la paura

C’è un bambino (ce ne sono molti veramente!) che ha imparato che quando non si comporta bene, quando fa qualcosa di sbagliato, l’adulto che è con lui reagisce in modo aggressivo: gli urla contro, lo strattona, lo punisce e a volte lo malmena. Questo bambino ha tre anni e ha paura. A volte lanciare un gioco, urtare un compagno, combinare un guaio è inevitabile alla sua età, è letteralmente più forte di lui. Eppure chi è con lui gli ha fatto sentire tante volte, troppe volte, abitualmente, che è un “bambino cattivo”.

Questo bambino ha imparato che per far calmare l’adulto e “fare pace” può allungare il mignolino della mano destra in modo che l’altro possa stringerlo, allungando a sua volta il mignolo. Insomma un incrocio di dita che è un segnale di resa.

Giocavamo in sala, nella nostra ora settimanale di aiuto psicomotorio. Lui faceva il piccolo cagnolino assetato, io gli porgevo una ciotola piena di palline, l’acqua. Lui fingeva di bere, ma poi con gran piacere faceva volare tutte le palline in aria, lasciandole cadere sparpagliate nel pavimento. Io mi apprestavo a raccoglierle dicendo a voce alta: “Guarda qui che malanno, tutto il pavimento bagnato!” e lui rideva a crepapelle. Abbiamo ripetuto questa scena molte volte, poi a un tratto ho detto: “Se lo prendo eh!” e ho cominciato a fingere di acciuffarlo. Il mio volto non era minaccioso, sorridevo, e con le mani facevo come per prenderlo. Lui scappava, rideva. Poi svelto si è nascosto in un luogo che avevamo precedentemente costruito e io ho iniziato a cercarlo: passavo accanto, facevo sentire i miei passi, continuavo a ripetere: “Dove si è nascosto? Se lo prendo eh!”. Facevo appositamente salire la tensione, i bambini amano questo gioco, ma evidentemente ho fatto una previsione sbagliata rispetto a quanto potermi spingere in modo che per lui il livello di tensione fosse ancora assumibile. Quando mi sono accucciata vicino al suo nascondiglio lui era seduto, fermo, con gli occhi sbarrati e il mignolino teso nella mia direzione. Non stava più giocando.

Quando pensiamo che educare con la paura “non abbia mai fatto male a nessuno” stiamo commettendo un grave errore. Gli studi che abbiamo a disposizione ci dicono che:

  • la paura non serve a educare! La paura blocca, la paura agita, la paura genera nel bambino l’idea che è sbagliato, la paura mortifica, la paura lascia segni nel corpo sottoforma di tensione, rigidità, bisogno di controllo;
  • la paura viene generalizzata e quindi percepita anche in contesti diversi rispetto a quello in cui è stata appresa. Questo per un’associazione (anche inconscia) tra stimolo e risposta. Tanto per intenderci: il bambino riconosce la sala di PPA come un luogo di gioco, di sicurezza fisica e affettiva e di libera espressione del sé, un luogo in cui non ha mai sentito l’adulto alzare la voce, strattonare o punire, ma la sua esperienza in altri contesti è stata talmente pervasiva da portarlo a generalizzare l’apprendimento “se faccio qualcosa di sbagliato sarò punito fisicamente o verbalmente” e riattualizzarlo in un contesto che nulla ha a che fare con l’apprendimento originale;
  • una volta fissata la paura non se ne va da sola, non è solo “questione di tempo”, è necessario riscrivere nuove memorie di sicurezza con un lavoro molto profondo e specifico come quello che si fa nell’aiuto psicomotorio terapeutico.

Aggiungo ancora una riflessione: spesso gli adulti che reagiscono abitualmente in modo aggressivo di fronte ai comportamenti “pulsionali” dei bambini sono stati a loro volta bambini spaventati. L’urlo, il comportamento che esce dal prevedibile e dalla possibilità di controllo, la confusione tipica dei piccoli possono rappresentare ancora oggi una minaccia per quegli adulti.

Se queste parole ci toccano da vicino, soprattutto se siamo genitori o insegnanti, dobbiamo riflettere e scoprire come sia possibile e utile interrompere la catena. I bambini hanno bisogno di adulti che rispondono, non che reagiscono, che contengono con fermezza, non con violenza, che comprendono, non che giudicano.

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Il potere delle storie

Le storie sono per me un pane quotidiano. Ne ascolto, ne racconto, ne leggo, ne invento. È importante saper ascoltare le storie per poter aiutare ed è importante saper raccontare storie che diventano spesso cura, riparazione, trasformazione di ciò che nella persona ha generato dolore.

Uno dei più importanti poteri delle storie è infatti proprio quello di trasformarci, nel corpo e nella mente.

Per i bambini è naturale raccontare storie mentre giocano, ad esempio prendendo dei ruoli, diventando un personaggio piuttosto che un altro, correndo, saltando, arrampicandosi…Più complicato è trovare invece le parole per raccontare quello che sentono nel loro profondo, ma in questo senso l’ascolto di una storia raccontata da un adulto può essere di grande aiuto. Infatti le storie, esattamente come il gioco spontaneo dei bambini, ci permettono di far emergere parti molto profonde di noi utilizzando delle metafore e dei simboli.

Ascoltare una storia tuttavia non è sempre facile perché l’ascolto richiede di fermare il corpo e lasciare che le immagini si muovano solo nella mente. Alcuni bambini ci impiegano molto tempo (lo sanno bene le insegnanti del nido o della scuola dell’infanzia!), ma ci sono degli accorgimenti che possiamo tenere presente se vogliamo aiutare un bambino ad interessarsi all’ascolto di una storia.

Innanzitutto molto dipende dal narratore e dalla sua capacità di coinvolgere il bambino emotivamente: chi racconta dovrà scegliere un argomento che sia vicino alle sfide, alle emozioni, ai vissuti del bambino che naturalmente cambiano a seconda delle diverse età.  Inoltre è fondamentale il modo di raccontare: la postura, il tono della voce, le pause…la capacità di creare dei momenti di tensione a cui far seguire la rassicurazione. Infine un buon narratore deve ricordare che quanto più i bambini sono piccoli, tanto più si dovranno usare parole “vicine al corpo”, parole che i bambini conoscono bene perché parte integrante della loro esperienza e che quindi li toccano nel profondo e danno una forma concreta alle loro emozioni, specialmente alle loro paure. Si potrà descrivere per esempio la bocca del lupo, i suoi grandi occhi…e questo aiuterà i bambini a immaginare.

Dare forma alla paura non è in realtà solo un’esigenza dei bambini, ma di ogni essere umano. Provate a pensare quando avete una preoccupazione e non riuscite a parlarne con nessuno, immaginate il malessere che sentite dentro di voi (mal di testa, mal di pancia…). Quando potete parlarne, quindi dare forma con le parole al vostro stato interno, è come se il groviglio si sciogliesse, ci si sente più rilassati, lucidi, concentrati e sicuri di sé. Per il bambino è lo stesso!

Ho sentito recentemente descrivere la paura come “una piccola bambina che bussa alla porta”: se non apriamo la porta continueremo a sentir bussare e a pensare che al di là ci sia un terribile mostro, ma se invece abbiamo il coraggio di aprire e di guardare in faccia ciò che ci spaventa ecco che immediatamente scopriremo di non avere più nulla da temere.

Le principali paure dei bambini che possono trovare una profonda rassicurazione grazie alle storie sono essenzialmente due: perdere il proprio corpo (cioè andare a pezzi) e perdere l’altro o perdersi.

La paura di perdere il proprio corpo ha a che fare con la nostra nascita e i primi mesi della nostra vita. Quando veniamo al mondo infatti noi perdiamo quell’involucro contenente che sentivamo nella pancia di nostra madre e viviamo la sensazione di andare a pezzi. La necessità è quella di vivere sensazioni di riunificazione che derivano dalla qualità delle interazioni primarie che vivremo con le nostre figure di cura. I primi sei mesi di vita in questo senso sono fondamentali. In base alle esperienze che farà il bambino in questi sei mesi possiamo dire che si formerà la sicurezza di avere un corpo proprio e progressivamente potrà quindi separarsi dalla madre e raggiungere la propria autonomia. Per i bambini che hanno fatto esperienza di sufficiente sicurezza giocare a “perdere il proprio corpo” (saltare, rotolare, cadere ecc.) è molto piacevole perché sentono di perdere per qualche istante il controllo per poi ritrovarsi interi. Per altri bambini che invece devono ancora lavorare bene questa unità anche una puntura, una sbucciatura, togliere un cerotto, persino sporcarsi le mani o i vestiti ecc. possono rappresentare una grande paura.

Quali storie allora possiamo raccontare ai bambini per rinforzare la possibilità di sentirsi uniti e sicuri?

Per i piccolissimi sono molto utili le storie “riparatrici” che parlano di piccole ferite o cadute di cui la mamma del protagonista si prenderà amorevolmente cura. Dai tre anni potremmo raccontare storie di lupi, balene, coccodrilli ecc. che proveranno a mangiare il bambino, ma senza riuscirci. Infine per i bambini un po’ più grandi, potremmo usare le storie che raccontano di streghe, mostri, ladri ecc. che vogliono impossessarsi del bambino.

Sarà sempre importante caratterizzare bene questi personaggi, dare forma alle paure dei bambini, creare una tensione crescente, ma poi sempre un vissuto di rassicurazione profonda che viene dalla salvezza.

Rispetto invece all’altra grande paura, ossia quella di perdere l’altro, essa affonda le sue radici nel secondo semestre del primo anno di vita e ha a che fare con il concetto psicologico della permanenza dell’oggetto e la formazione dell’oggetto interno. Cosa significa? Fino a circa 8 mesi se il bambino perde di vista un oggetto con cui stava giocando è come se quell’oggetto fosse per lui scomparso e noi lo capiamo dal fatto che il bambino non lo cerca più. Lo stesso accade se la mamma cambia stanza e sparisce dal campo visivo del bambino. Tuttavia intorno agli 8 mesi accade qualcosa di nuovo: ci accorgiamo che il bambino inizia a cercare l’oggetto perso a dimostrazione che inizia a tenere in mente la sua rappresentazione e a pensare l’oggetto anche in sua assenza. Questo è un passaggio importantissimo dello sviluppo psicologico che si consolida tra i 12 e i 18 mesi: pensate cosa potrebbe voler dire per un bambino salutare i genitori che lo lasciano a scuola pensando di non rivederli mai più! Invece, crescendo e grazie alle ripetute esperienze che forgiano la fiducia che l’altro c’è per lui, il bambino mette dentro di sé la certezza che la mamma “continua ad esistere” anche quando non la vede e che tornerà sempre anche quando, per vari motivi, dovrà separarsi da lui.

Tuttavia è normale, soprattutto per i più piccoli, che quando la mamma si allontana il bambino tema di perderla. Per rinforzare la sicurezza potranno allora tornare utili alcuni giochi (come quello del nascondino e “del cucù”) e alcune storie. Sono le storie che raccontano la dinamica di perdere e ritrovare qualcuno o qualcosa, storie che raccontano di perdersi nel bosco o in altri luoghi spaventosi, storie che parlano del coraggio di separarsi per un po’ dalla mamma o dal papà e fare qualcosa per la prima volta da soli o ancora, per i più grandi, le storie che rassicurano rispetto al fatto che l’altro continuerà ad amarci anche se abbiamo litigato o se non abbiamo sempre rispettato le regole.

Molti sono i libri che contengono questi racconti, ma infiniti sono i racconti che possiamo inventare mettendo in gioco le nostre immagini più profonde, di paure e rassicurazioni e invitando progressivamente i bambini a portare le proprie personali immagini di paure e rassicurazioni. In questo modo, mentre il bambino dà forma alla paura le toglie potere, diventa attivo nei suoi confronti, non la subisce più e la paura…fa meno paura!

Il racconto della storia è un momento fondamentale anche della seduta di pratica psicomotoria, il momento che fa da ponte tra il gioco con il corpo e la creazione attraverso il disegno, le costruzioni, la plastilina. La storia dà avvio a quel processo di decentramento tonico ed emozionale necessario per prendere un po’ di distanza dal sentire del corpo e arrivare a pensare e ad esprimersi con il linguaggio verbale.

Martina Agnoli

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Il valore del gioco

Le neuroscienze hanno riconosciuto il valore terapeutico del gioco e dell’arte.

Da sempre essi fanno parte della costruzione teorica e pratica di Bernard Aucouturier. Nella PPA la seduta è divisa in tre parti: nella prima prevale il gioco libero, mentre nella seconda e nella terza prevale l’arte attraverso il costruire o il disegnare o il raccontare.

Vorrei partire da una frase di una psicologa tedesca, Dorothee Solle, alla quale un giorno è stato chiesto come spiegherebbe la felicità a un bambino. Lei rispose: “Non gliela spiegherei, gli darei un pallone per giocare.”

Il gioco è presente nella storia dell’umanità da millenni. I primi giocattoli trovati risalgono al 3500 A.C. e sono stati scoperti in Turchia; si trattava di bamboline e carri. È interessante notare che questi giochi sono di poco successivi all’epoca in cui venne scoperta la ruota stessa, quindi potremmo dire che, appena venne scoperta della ruota, essa venne subito anche rappresentata nei giochi.

Il gioco è presente da migliaia di anni, in tutte le popolazioni e in tutte le culture.

In un libro che si intitola “Il grande viaggio in slitta”, Knud Rasmussen, un danese che ha attraversato la Groenlandia da est a ovest e che ha avuto contatti con le popolazioni autoctone, durante una conversazione con uno sciamano, chiede allo sciamano: “Dove vanno gli uomini quando muoiono?” e lo sciamano risponde: “Alcuni vanno in cielo e diventano ‘il popolo del giorno’, il loro paese è nella direzione in cui nasce il giorno; altri vanno sotto il mare, dove c’è una terra sottile che ha il mare da entrambi i lati. Questi vengono chiamati ‘il popolo della lingua di terra stretta’. Nel paese del giorno risorgono solo le persone che perdono la vita per sventura, per annegamento o omicidio. È un grande paese, si sta bene; c’è molta gioia, si gioca quasi sempre a palla in gruppi che gridano, cantano e giocano con il cranio di un tricheco. Quando i morti giocano a palla in cielo, sulla terra si illumina una meravigliosa aurora boreale.”

Per venire ai giorni nostri ricordo la prima pagina della rivista dell’Accademia Americana di Pediatria del 2018 che si intitola: “Volete bambini creativi, curiosi e più sani? Lasciateli giocare!”. Questa rivista spiega tutte le funzioni importanti che si sviluppano grazie al gioco, il gioco naturale, quello che esiste da migliaia di anni.

L’importanza del gioco per una buona crescita non è una scoperta recente dell’Accademia né delle neuroscienze. Il primo accenno risale al 348 a.C. ed è stato fatto da Platone in un dialogo intitolato “Leggi” e rimasto incompiuto, in cui si dice quanto segue: “Ci sarebbe bisogno di giochi per il carattere dell’anima del bambino di tre, quattro e cinque anni, anche se per i bambini di tale età certi giochi sono spontanei; quando si ritrovano insieme, per così dire, essi stessi li scoprono. Tutti questi bambini di età compresa tra i tre e i sei anni devono riunirsi in luoghi sacri di ogni villaggio, ciascuno degli appartenenti al villaggio nello stesso luogo. Inoltre, le nutrici dei bambini di tale età devono prendersi cura del buon ordine e dell’ottemperanza”.

Vorrei sottolineare brevemente due concetti: il primo è che i giochi sono importanti “per il carattere dell’anima”; il secondo, è che devono esserci “delle nutrici che si prendano cura del buon ordine e dell’ottemperanza”.  Il ruolo di uno psicomotricista formato alla PPA è proprio quello di dare ordine e protezione anche al bambino che non riesce a contenersi nel gioco.

Il gioco è, poi, legato all’arte nel senso che i bambini non solo giocano spontaneamente (non c’è bisogno di corromperli per farli giocare; per mangiare le verdure c’è bisogno di corromperli!), ma quando si ritrovano insieme a giocare spontaneamente, costruiscono anche storie, interagiscono fra loro e creano mondi. Sviluppano fantasia, immaginazione e una serie di funzioni della mente che sono fondamentali per la crescita.

A questo punto sorge la domanda: perché noi esseri umani abbiamo mantenuto questa capacità, questo interesse e questo piacere? Perché questi aspetti sono stati preservati mentre tanti altri sono stati persi nel tempo? Tra l’altro è interessante notare che il gioco non è presente solo negli esseri umani, è presente anche negli animali, sicuramente in tutti i mammiferi e, forse, anche in qualche uccello.

Nel 2011, Jaak Panksepp ha identificato, a livello sottocorticale, cioè in quelle strutture nervose che stanno sotto alla corteccia cerebrale, sette circuiti, che oggi vengono considerati importanti almeno alla pari della corteccia cerebrale stessa e che sono legati alla sopravvivenza. Tra questi circuiti troviamo quello della ricerca di cibo e di accoppiamento, quello della cura (senza la cura dei piccoli, la specie non potrebbe sopravvivere), quello dell’aggressività (che serve per difendere il territorio, i figli ecc. quindi è qualcosa di diverso dalla violenza) e anche il circuito del gioco. Pertanto, il gioco è in qualche modo inscritto nel nostro corpo.

Negli animali da esperimento si è osservato che, come nei bambini, il gioco più importante è quello della lotta e del corpo a corpo (tra l’altro, la parola “palestra” deriva dal greco “palé”, che significa lottare). Si è visto che gli animali che giocano, anche quelli perdenti, apprendono meglio di quelli a cui è vietato giocare. Inoltre, se tra due animali che giocano vince sempre lo stesso, a un certo punto quello che vince smetterà di vincere per timore che l’altro si stanchi e smetta di giocare.

Il gioco, quindi, non vale solo come fonte di piacere, ma anche come strumento per lo sviluppo psicologico e affettivo.

Dal punto di vista neurologico, è stato dimostrato che il gioco stimola il GNF, il fattore di crescita nervosa descritto da Rita Levi Montalcini, la cui scoperta l’ha portata a ricevere il premio Nobel. Questo fattore di crescita nervosa viene stimolato non solo da una serie di sostanze proteiche, ma anche appunto dal gioco.

Antonio Damasio, un neuroscienziato portoghese che lavora negli Stati Uniti, sostiene che le storie sono un modo per esplorare la nostra mente. Pensiamo alla tragedia greca, dalla quale gli spettatori erano coinvolti emotivamente e grazie alla quale riuscivano a comprendere qualcosa di più del loro essere, della loro esistenza.

Il gioco e le storie interagiscono con la cognitività e l’affettività. Ma in che modo?

Il gioco apre spazi allo sviluppo della fantasia. Attraverso il gioco, i bambini possono sperimentare la realtà ed esprimere sentimenti vitali in un contesto controllato e, ripetendo le esperienze simbolicamente in diversi modi, possono elaborare conflitti e sentimenti dolorosi.

Questo significa che le storie che i bambini creano attraverso il gioco ci raccontano qualcosa di loro e costituiscono un modo per elaborare le emozioni. Inoltre, come affermava Allan Schore, il gioco ha anche la caratteristica di favorire la maturazione del sistema nervoso. I bambini traumatizzati mostrano problematiche sia nel gioco che nella maturazione psichica.

Dunque, possiamo affermare che il gioco può aiutare i bambini a maturare alcune strutture nervose e, quindi, a leggere la loro mente, a rielaborare i conflitti.

A questo proposito è fondamentale ricordare Eric Kandel, che nel 2000 ha vinto il premio Nobel per la medicina grazie ai suoi studi nei quali ha dimostrato che l’ambiente è in grado di modulare l’espressione genetica, sia in senso positivo che negativo. Un ambiente abbandonico e trascurante compromette lo sviluppo di un bambino, mentre un ambiente ricco e affettivamente nutriente lo sostiene nella crescita. Di conseguenza, anche in situazioni difficili, ridefinendo l’ambiente e le esperienze, si può in qualche modo aiutare il DNA a esprimere parti “costruttive” piuttosto che “distruttive”. E’ quell’ambito della medicina, che chiamiamo “epigenetica”.

Ci sono esempi di epigenetica particolarmente significativi. Ad esempio, è stata condotta una ricerca sull’età neurologica di due fratelli gemelli, di cui uno vive nel Wisconsin e gestisce una fattoria, mentre l’altro risiede a New York e lavora in borsa. Dallo studio è emerso che presentano una differenza di età genetica 10-15 anni a favore del gemello che lavora in fattoria.

Questo lavoro di Kandel ha conferito valore scientifico alla psicologia, alla pedagogia, alla psicoterapia, e anche alla PPA.

Nella Pratica Psicomotoria Aucouturier troviamo due elementi fondamentali:

  1. un’ampia parte di gioco motorio spontaneo, in cui i bambini esprimono liberamente le proprie emozioni;
  2. una componente artistica, che include disegni e costruzioni, in cui ci si sperimenta e l’emozione si apre all’affetto.

Cosa significa questo? Secondo molti neuroscienziati, possiamo parlare di emozione fin quando essa rimane nel cuore. Tuttavia, quando l’emozione viene pensata, rielaborata e compresa, si trasforma in affetto. Quindi, disegnando e osservando ciò che si è disegnato, costruendo e vedendo ciò che si è costruito, i bambini possono rendersi conto di ciò che hanno dentro di loro e iniziare a dare un nome a queste sensazioni. Tutto ciò avviene in presenza di un adulto che, come ha scritto Platone, si occupa del “buon ordine”.

Daniel Stern nel 2019 ha scritto che le reti neurali funzionano in modo tale che ogni traccia dell’esperienza – sia essa di natura cognitiva, emotiva, sensoriale o motoria – può modificare e ricodificare le tracce precedenti. Le reti neurali sono dunque incessantemente modellate dall’esperienza.

Una seduta di psicomotricità mobilita aspetti cognitivi, emotivi, sensoriali, motori e affettivi, permettendo di modellare continuamente le reti neurali del bambino.

Mi sembra particolarmente affascinante il fatto che il nostro cervello contenga strutture per il gioco, la storia e l’arte e che possa al tempo stesso essere modificato dal gioco, dalle storie e dall’arte.

Mauro Polacco, Neuropsichiatra infantile

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Testimonianze di fiducia e pazienza

In questo tempo che precede il Natale, periodo in cui tradizionalmente prendo una pausa dal lavoro per stare in famiglia, voglio condividere un ringraziamento a quei genitori che, più o meno consapevolmente, in questi giorni, mentre ci salutiamo e ci auguriamo buone feste, mi lasciano una testimonianza della “bontà” del lavoro fatto con i loro figli e per i loro figli.

Lo faccio perché queste testimonianze sono luce e linfa per continuare sempre.

Io lo so che è come dite, cari genitori, ma quando me lo dite voi, lo so ancora meglio e lo voglio condividere per raggiungere anche chi rimane ancora nel dubbio.

“Non so se sia stato questo percorso, ma noi lo vediamo cambiato, ha fatto tanti progressi.”

“La maestra mi ha avvicinato e mi ha detto che è il bambino tra tutti che ha fatto il cambiamento più grande e positivo.”

“Ogni settimana è sempre contento di venire qui.”

“Mi hanno detto che ora è prontissimo per la scuola primaria.”

“Quest’anno finalmente è riuscito a praticare uno sport di gruppo, ti ricordi all’inizio che era impossibile?”

Sono le parole dei genitori di bambini che partecipano a dei percorsi di aiuto terapeutico, che quindi hanno avuto bisogno di un lavoro lungo e molto specifico per poter stare meglio con se stessi, con gli altri, in famiglia e a scuola.

Ringrazio per la fiducia e la pazienza, qualità dell’animo per niente scontate che personalmente ho imparato a coltivare nella mia vita, soprattutto attraversando momenti di grande dolore, in cui non ho potuto far altro che fidarmi, con pazienza e non senza fatica, dell’aiuto di qualcuno, sentendo però da qualche parte dentro di me una certa sicurezza e tranquillità di essere in buone mani. In fondo come dice Stefania Andreoli, psicologa e psicoterapeuta: “Non arrivi a fare il mio lavoro se la vita ti è andata sempre bene”.

Quando allora fiducia e pazienza vengono riservate a me sento che mi viene concessa la chance di mantenere la promessa di aiuto, consapevole dell’impegno e della responsabilità che mi assumo. I bambini non sono oggetti che si aggiustano o si riparano, si riportano a casa e tutto è apposto. I bambini hanno a volte ferite profonde che si leniscono con un lavoro lungo e meticoloso, che non lascia nulla al caso, che richiede di andare oltre al sintomo, di fare un giro completamente diverso, di non tralasciare neanche una piccola parte di loro, di guardare sotto quella punta di iceberg che è il comportamento per coglierne il senso e partire da lì, ritornando all’origine, al preverbale, al corpo in relazione per poter poi stare meglio. Se ci fermiamo alla punta, a ciò che è “manifesto”, continuiamo a vedere solo quello: il bambino che non sta fermo, che non molla il ciuccio, che non toglie il pannolino, che non sa stare in gruppo, che disturba, che non sta attento ecc…Ma intanto che cerchiamo etichette per capire che nome dare a questo “modo di stare al mondo” perdiamo di vista le persone che ci sono lì sotto, le loro emozioni, le loro storie e i loro pensieri e le priviamo della possibilità di costruirsi come un “intero”, un “tutto unico” e non come un insieme di parti attaccate precariamente tra loro.

“Ma è facile per te che li vedi uno alla volta!” No, non è facile affatto! Richiede molta preparazione, molto studio, richiede una formazione continua, una quotidiana disponibilità corporea, emozionale e mentale ad incontrare l’altro, richiede anche di assumersi il rischio di sentirsi dire: “Andiamo altrove, questo lavoro non porta a nulla!” e di sopportare a volte un certo senso di solitudine per la visione che tengo del bambino e del suo stare bene!

Bernard Aucouturier dice: “Non so come evolverai, ma conosco i mezzi perché tu possa farlo al massimo delle tue possibilità”.

Questa “conoscenza” non è presunzione, deriva dallo studio, ma anche e soprattutto dall’aver sentito dentro di sé attraverso una continua formazione personale quale risposta si può dare alla domanda profonda e nascosta di quel bambino.

Ogni bambino è un essere di azione e trasformazione, dobbiamo credere in lui!

“Si può venire anche il prossimo anno da te o sono troppo grande? Perché io ho detto alla mamma che voglio tornare!”

“Io vorrei venire qui per sempre!”

I bambini lo sanno.

Martina Agnoli

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Piccoli campioni crescono

Mi è capitato di vedere recentemente un’intervista rilasciata dal campione olimpico Gianmarco Tamberi in un noto programma televisivo in cui l’atleta dichiarava che avrebbe preferito fare altro nella sua vita, che il salto in alto non è la sua passione e che probabilmente, se avesse praticato un altro sport, oggi sarebbe più felice. Verrebbe da chiedersi: perché Gianmarco allora si è avvicinato alla disciplina del salto in alto? Perché la famiglia ha voluto così. Il ragazzo racconta che il padre, in particolare, ha visto in lui un talento e ha voluto coltivarlo, nonostante questo abbia avuto un prezzo parecchio alto: l’infelicità di Gianmarco e la tensione sempre più sentita nel loro rapporto che nel tempo è andato a sgretolarsi completamente.

Questa vicenda mi fa pensare ad un tema che affronto in alcuni incontri con i genitori quando parliamo dei bisogni fondamentali dei bambini con riferimento agli stili di attaccamento. Tra questi bisogni c’è il bisogno di fiducia che vede una finestra di vulnerabilità nel periodo della vita che va all’incirca dall’anno e mezzo ai tre anni, un periodo ricco di cambiamenti per il bambino che ormai sa camminare e parlare, che può quindi esercitare sul mondo una presenza diversa e che generalmente comincia a fare più esperienze fuori casa. Tutto questo presuppone la fiducia nel fatto che il genitore, anche nella separazione, ci sarà. Potremmo tradurre così: io (bambino) in relazione alle esperienze di sicurezza, protezione e cura che ho fatto fino ad ora con te (genitore), ho fiducia del fatto che anche quando mi lascerai poi tornerai a prendermi, che anche quando cadrò mi aiuterai ad alzarmi, che ci sarai per me indipendentemente da tutto, da come mi comporterò, dagli errori che farò, dai voti che prenderò, dal tempo che impiegherò per imparare.

Talvolta però può accadere che i genitori si trovino a spingere un po’ troppo l’acceleratore sulla crescita del figlio, per fare in modo che impari tante cose in fretta. In questo modo il bambino sente che ci sono delle aspettative su di lui e su cosa può e sa fare. Si tratta spesso di aspettative di performance che di conseguenza fanno avvertire al piccolo che c’è un giudizio e un confronto con gli altri bambini. È come se il bambino percepisse che non va più bene per il genitore così com’è, ma che per andare bene (e mantenere l’amore e la stima del genitore) deve poter dimostrare di riuscire, di essere all’altezza, di non deludere. È come se l’amore fosse posto “sotto condizione”.

Un caso estremo è l’aspettativa del piccolo campione: il genitore che è appassionato o ha praticato un certo sport cerca di far avvicinare a quello sport anche il figlio il prima possibile aspettandosi che il bambino possa diventare, appunto, un campione. Lo stesso può accadere se si spinge sul cognitivo perché ci si aspetta un figlio “genio”, sulla bellezza portando la piccola figlia ai concorsi per fare pubblicità ecc. Ogni ambito può essere preso ad esempio se l’intenzione del genitore è quella di spingere su una certa performance aspettandosi che il figlio possa diventare “campione” in quell’ambito.

Il bambino, per il quale la cosa più importante al mondo è salvaguardare la relazione, non vuole deludere il genitore e sente che quella proposta è la migliore. Una proposta che però chiede di oscurare la parte vulnerabile e fragile che c’è in ognuno di noi e che piano piano viene vista come una debolezza, quindi si evita di sentirla. L’importante è riuscire, l’orientamento è verso i risultati. Di solito queste persone nella loro vita sono effettivamente persone di successo, competitive, che sentono di dover essere i migliori in tutto ciò che fanno.

E tutto funziona bene…finchè dura. Poi ad un tratto la competizione persa, il traguardo sfumato, l’infortunio, l’azienda che fallisce, la bellezza che sfiorisce mettono davanti alla verità e cioè che non possiamo basare la felicità sulla performance.

La vita non è fatta sempre e solo di obiettivi raggiunti e quando i risultati vengono meno abbiamo bisogno di qualcuno accanto che ci ami comunque. Noi per primi abbiamo bisogno di accogliere la nostra vulnerabilità e di avvertirla non come una debolezza, ma come l’unica possibilità che abbiamo per sentirci esseri umani.

Martina Agnoli