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Non solo autismo e ADHD, l’aiuto della ppa è per tanti!

Spesso si pensa erroneamente che l’aiuto psicomotorio in piccolo gruppo o individuale sia riservato esclusivamente ai bambini che hanno una diagnosi, ad esempio bambini con disturbi del neurosviluppo, come autismo o ADHD o disturbi specifici a carico delle funzioni. Questa associazione deriva forse dal fatto che in molti contesti riabilitativi la psicomotricità è uno dei vari interventi proposti al bambino. Ma esistono diversi tipi di psicomotricità!

Anche la PPA, pur partendo da un approccio differente, è un ottimo aiuto per questi bambini, ma lo è anche per molti altri bambini che, pur non avendo delle difficoltà specifiche o diagnosi, mostrano nel corpo e/o nel comportamento dei segnali di malessere. Quali? Facciamo alcuni esempi:

  • eccessiva agitazione motoria con fatica a fermarsi e calmarsi o, al contrario, inibizione e chiusura in sé stessi;
  • difficoltà a giocare spontaneamente, a vivere nuove esperienze o a coinvolgersi nelle relazioni con i pari;
  • scoppi di rabbia eccessivi sul piano fisico o verbale, con passaggi all’aggressione verso se stessi o verso gli altri, o tendenza a rompere oggetti;
  • paure eccessive o inspiegabili;
  • sonno disturbato;
  • mancato controllo sfinterico (a un’età in cui solitamente il bambino dovrebbe averlo acquisito) o tendenza a trattenere urine e/o feci;
  • difficoltà nell’acquisizione o nella produzione del linguaggio verbale;
  • difficoltà scolastiche o di attenzione.

Questi sono solo alcuni dei segnali che uno psicomotricista può interpretare come un accumulo di tensione interna e una richiesta di aiuto alla maturazione psicologica attraverso la via del corpo. Sono situazioni che rappresentano dei veri e propri “intoppi” per il procedere del percorso di sviluppo del bambino, situazioni che perdurano nel tempo, che non cambiano, che frustrano molto i genitori o gli insegnanti. Perché non cambiano? In parte perché c’è alla base un sistema relazionale e ambientale che non permette l’evoluzione (stili educativi, idee sul bambino, aspettative, richieste o rigidità…), motivo per cui la collaborazione con famiglia e scuola è fondamentale per la buona riuscita dei percorsi. Inoltre, alcune modalità di comportamento non cambiano perché non basta lavorare ad un livello “educativo”, ma è necessario un lavoro più profondo sul bambino che va a toccare e coinvolgere il suo funzionamento inconscio. Questo è ciò che si fa con l’aiuto psicomotorio individuale o a piccolo gruppo proposto dal metodo Aucouturier.

Qual è il “modo” di lavorare specifico della PPA e che la rende diversa da altre psicomotricità?

L’approccio della PPA non tratta i segnali di malessere del bambino come sintomi da correggere o da associare necessariamente a una diagnosi, ma li accoglie e li interpreta come messaggi non verbali attraverso i quali il bambino esprime un suo bisogno più profondo. Lo psicomotricista è formato per comprendere tale bisogno e per offrire le condizioni migliori per soddisfarlo, evitando che la difficoltà permanga e condizioni l’itinerario di maturazione del bambino.

Il lavoro in piccolo gruppo o individuale nella sala di psicomotricità è un intervento molto specifico che offre un aiuto stabile e duraturo nel tempo. Sarà possibile apprezzare gradualmente, anche in altri contesti, comportamenti più armoniosi e, soprattutto, una maggiore distensione, disponibilità all’ascolto e all’apprendimento, oltre a un benessere generale del bambino. I segnali somatici di malessere potranno trovare una nuova via di espressione attraverso il gioco simbolico e la relazione con lo psicomotricista, elementi che le neuroscienze riconoscono come fondamentali per un sano sviluppo infantile.

L’aiuto nel piccolo gruppo e l’aiuto individuale potrebbero essere definiti come una “psicoterapia del corpo” proprio per il sostegno che offrono sul piano psicologico; tuttavia Bernard Aucouturier, l’ideatore della Pratica Psicomotoria, preferisce parlare di “terapia somatopsichica” per sottolineare il legame intrinseco tra corpo, mente ed emozioni. Aucouturier evidenzia come la relazione che il bambino intraprende con lo specialista e il lavoro che quest’ultimo svolge a partire dal corpo determinino in modo fondamentale tutti gli aspetti della persona in costruzione e, di conseguenza, il suo futuro.

Martina Agnoli

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I bambini di oggi: corpi pieni, immaginari fragili

Non sono più i bambini di qualche anno fa, questo è poco ma sicuro.
Chi lavora quotidianamente con loro — nelle scuole, nei contesti educativi o nelle sale di psicomotricità — lo percepisce chiaramente: qualcosa è cambiato. Non nei bambini in sé, ma nel mondo in cui stanno crescendo.

Negli ultimi anni diversi fattori hanno contribuito a questo cambiamento. La pandemia ha lasciato tracce profonde nei processi di socializzazione e regolazione emotiva. Il mondo digitale, sempre più pervasivo, ha trasformato le modalità di relazione e di esperienza: lo schermo è diventato spesso un regolatore emotivo immediato, capace di calmare, intrattenere, distrarre. Allo stesso tempo, molti genitori appaiono oggi più informati e competenti sul piano teorico, ma talvolta meno sintonizzati con l’esperienza concreta e corporea del proprio bambino, come se l’accesso continuo a risposte rapide avesse progressivamente indebolito l’ascolto intuitivo.

Anche la struttura familiare è cambiata: sempre più spesso i nuclei sono soli, lontani da reti di supporto, e questo rende il compito genitoriale più complesso e, a tratti, più carico di ansia. Parallelamente, il tempo dei bambini si è intensificato. Le loro giornate sono fitte di attività, esperienze, stimoli. Sembra dominare l’idea che “più fanno, più imparano”, mentre la noia — elemento fondamentale per lo sviluppo dell’immaginazione — viene evitata e percepita come una perdita di tempo.

Viviamo inoltre in una cultura del “tutto e subito”, dove anche i confini legati all’età sembrano sfumare: contenuti pensati per adolescenti vengono proposti a bambini molto piccoli, come se la capacità di comprendere o di “non avere paura” fosse sufficiente a legittimarli. In questo scenario, anche la scuola, spesso costretta a rispondere a logiche di standardizzazione, fatica a tenere conto della complessità e della specificità dei bambini reali.

Ma allora, dentro questo scenario, come stanno i bambini?

Nella pratica psicomotoria emergono segnali sempre più ricorrenti. Si incontrano bambini con una forte carica pulsionale, corpi che cercano intensamente il contatto, la pressione, l’impatto. Bambini che chiedono di essere contenuti fisicamente — schiacciati nei materassi, avvolti, trattenuti — come se avessero bisogno di ritrovare i propri confini corporei per sentirsi esistere.

Accanto a questo, si osserva una crescente difficoltà ad accedere al gioco simbolico. Il gioco resta a lungo ancorato alla dimensione pulsionale oppure si appoggia a immagini già strutturate, spesso provenienti dal mondo digitale: personaggi di film, cartoni, videogiochi. Tuttavia, queste immagini, pur condivise, non diventano facilmente terreno di incontro. Due bambini possono “fare Spiderman”, ma senza costruire una vera trama relazionale: ciascuno resta nel proprio immaginario, senza intreccio.

Un altro aspetto rilevante è la crescente dipendenza dall’adulto. Molti bambini faticano a sostenere il gioco autonomo o tra pari e necessitano della presenza attiva dell’adulto per dare forma, continuità e senso all’esperienza. Chiedono di essere visti, riconosciuti, accompagnati costantemente. In questo contesto, lo psicomotricista non è più solo un osservatore o facilitatore, ma diventa spesso anche in sedute di pratica educativa e preventiva un partecipante attivo: entra nel gioco, assume ruoli, introduce elementi di rottura, funge da collante e da portatore di immagini, sostenendo il passaggio dalla pulsione al simbolico, altrimenti è come se tutto restasse nella confusione.

Anche il momento dell’ingresso in sala racconta qualcosa di importante. Sempre più bambini necessitano di tempi lunghi per separarsi dal genitore e fidarsi del nuovo ambiente. La soglia tra “dentro” e “fuori” diventa uno spazio delicato, da costruire con gradualità. Spesso è necessario mantenere un contatto visivo o simbolico con il genitore, lasciando la porta aperta, permettendo un passaggio progressivo. Ma questa fatica nella separazione non riguarda solo il bambino: anche l’adulto, a volte, ha bisogno di essere accompagnato a fidarsi, a lasciare spazio, a tollerare la distanza, a “so-stare” proprio li nella sala d’attesa.

Infine, mi sembra emerga con sempre maggiore frequenza un segnale corporeo specifico: la ritenzione fecale associata a episodi di encopresi. Bambini che trattengono la cacca, che poi si sporcano involontariamente, spesso negando l’accaduto. Non si tratta di capriccio o di mancanza di volontà, ma di un linguaggio del corpo che parla di controllo, di difficoltà nella separazione, di gestione delle emozioni.

Trattenere e lasciare sono atti profondamente simbolici. In un contesto percepito come poco prevedibile, molto stimolante o emotivamente complesso, il corpo può diventare il luogo in cui esercitare un controllo possibile. La difficoltà a “lasciare andare” può riflettere una più ampia fatica a separarsi, a fidarsi, a tollerare il cambiamento.

Il lavoro psicomotorio, in questo scenario, assume un valore ancora più centrale. Non si tratta di correggere comportamenti, ma di offrire esperienze che permettano al bambino di riconnettere corpo ed emozione, azione e rappresentazione. Di accompagnarlo, attraverso la relazione, verso la costruzione del simbolico.

Forse, allora, la domanda non è tanto cosa stia succedendo ai bambini, ma quali condizioni stiamo offrendo loro per crescere. I bambini di oggi non hanno meno risorse: hanno però meno spazi e tempi per trasformare ciò che sentono in esperienza integrata.

E quando questo non accade, è il corpo che parla. Sempre.

Silvia Nascinguerra, Psicologa dell’età Evolutiva, Specialista in Pratica Psicomotoria Aucouturier e titolare del Centro di PPA “Bum”

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Il “tempo vuoto” è il regalo più grande per i nostri bambini

“Mamma, papà, mi annoio!”. Quante volte abbiamo sentito questa frase e, quasi in automatico, abbiamo avvertito una fitta di senso di colpa o di ansia? Come se il fatto che nostro figlio non sia “impegnato” in qualcosa di produttivo fosse una nostra mancanza, un fallimento educativo.

Nella nostra società frenetica, dominata dalla performance e dall’iper-connessione, il “tempo vuoto” è diventato il nemico pubblico numero uno. Un vuoto che, come adulti, ci affanniamo a riempire ossessivamente: costruiamo per i nostri figli agende sature di impegni, corsi, sport, e quando finalmente si presenta un momento di pausa, ecco pronto uno stimolo digitale – uno smartphone, un tablet, la tv – a fornire una gratificazione immediata. Ma cosa succede se, invece di tappare continuamente quel vuoto, impariamo a sostare al suo interno?

La noia come “Otium” filosofico: una risorsa da riscoprire

Recentemente, durante la quarta edizione del Festival “Cambio Gioco” (promosso a Padova dall’ULSS 6 Euganea in collaborazione con I AM), il professor Matteo Saudino ha tenuto un incontro dal titolo emblematico: “La noia può salvarci”. Le sue parole ci invitano a un profondo e necessario cambio di prospettiva: riscoprire il valore rivoluzionario dell’ozio.

Non stiamo parlando dell’ozio inteso come pigrizia o apatia, ma dell’otium filosofico. Nell’antichità, esisteva una chiara consapevolezza del valore di questo stato. L’otium era un tempo liberato dalle incombenze quotidiane, uno spazio dilatato e vitale in cui l’individuo poteva dedicarsi all’introspezione, alla creatività e alla cura di sé. Epicuro, figura emblematica di questa ricerca, scelse di abbandonare la velocità e il ritmo frenetico per fondare la sua scuola in un “giardino”. In quel luogo, le ore scorrevano con una lentezza diversa, lontane dalle logiche della produttività a tutti i costi.

Per i nostri bambini, questo “giardino” è fondamentale. È lo spazio in cui la mente smette di reagire agli stimoli esterni e inizia a generare mondi interni.

Il tempo vuoto nella crescita del bambino: la prospettiva psicomotoria

Se questo “giardino” interiore è essenziale per l’equilibrio degli adulti, per i bambini il tempo vuoto è letteralmente linfa vitale. Nella Pratica Psicomotoria osserviamo quotidianamente come il gioco spontaneo – quello vero, profondo, trasformativo – nasca quasi sempre da un momento di destrutturazione.

Quando un bambino non ha un’attività pre-organizzata dall’adulto, inizialmente può provare frustrazione. La noia punge, disorienta, a volte innervosisce. Ma è proprio tollerando e superando quell’istante di smarrimento che si attiva la magia: il bambino è costretto ad attingere alle proprie risorse interne. Senza un “dover fare” imposto dall’esterno, un semplice bastone diventa una bacchetta magica, un cuscino si trasforma in una zattera per solcare mari immaginari, i pensieri iniziano a vagare e a prendere forma.

La noia non è un vuoto esistenziale da fuggire; è il grembo stesso della creatività. È la condizione necessaria affinché il bambino impari ad ascoltarsi, a riconoscere i propri desideri autentici e a sviluppare un pensiero autonomo. È nel silenzio e nell’assenza di input che il bambino può finalmente “incontrare” se stesso.

La trappola digitale: l’anestetico della creatività

Oggi, il rischio più grande è quello di anestetizzare questa preziosa noia con la tecnologia. Gli schermi offrono una soluzione facile e indolore al “non so cosa fare”, ma derubano il bambino dell’opportunità di inventare, di muoversi, di sognare a occhi aperti.

Riempire ogni istante della loro giornata significa privarli dello spazio necessario per elaborare le esperienze vissute. Un bambino ha bisogno di fermarsi, di sdraiarsi sul tappeto della sua cameretta a guardare il soffitto, per sedimentare le emozioni della giornata e per costruire, pezzetto dopo pezzetto, la propria identità. Negare loro questo spazio significa ostacolare il loro naturale processo di maturazione psicologica e motoria. La tecnologia, in questo senso, agisce come un “tappo” che impedisce al potenziale creativo del bambino di emergere.

Un atto di coraggio educativo: il ruolo del genitore

Come genitori ed educatori, siamo chiamati a fare un passo indietro e a disinnescare l’ansia dell’intrattenimento continuo. Non abbiamo l’obbligo di essere gli animatori dei nostri figli in ogni momento della loro veglia.

Lasciare che si annoino, accogliere i loro sbuffi senza correre in soccorso con una soluzione preconfezionata o con un dispositivo digitale, è oggi un atto di coraggio e di profondo amore. Significa educarli all’autonomia. Significa restituire loro il “giardino” di Epicuro: uno spazio lento, libero e vuoto, dove poter finalmente incontrare se stessi e far fiorire la propria unicità.

La prossima volta che vostro figlio vi dirà “mi annoio”, provate a sorridere e a rispondere: “Che bello, allora hai tutto il tempo per scoprire cosa ti inventerai oggi”. Starete facendo loro il regalo più grande: la libertà di essere, finalmente, creatori del proprio mondo.

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Quale sport per il nostro bambino? Il diritto di giocare per puro piacere

“Quale sport dobbiamo far fare al nostro bambino?”

È una delle domande più frequenti che i genitori si pongono, specialmente quando i figli iniziano a crescere e si affacciano all’età scolare. È un interrogativo che nasce da un profondo desiderio di cura, ma se ci fermiamo ad ascoltare con attenzione, ci accorgiamo che dietro questa domanda si nasconde spesso una richiesta molto più complessa.

Spesso, l’adulto cerca di individuare lo sport “più adatto” affinché il proprio figlio possa maturare delle abilità personali che magari ritiene essere un po’ carenti. Si cerca lo sport di squadra per il bambino timido affinché socializzi, le arti marziali per il bambino vivace affinché impari la disciplina, o un’attività rigorosa per correggere una postura. Oppure, si spera che attraverso l’attività sportiva il bambino possa raggiungere quegli obiettivi educativi che, a volte, nella quotidianità si fa fatica a consolidare.

Il principio del piacere come unica vera bussola

Di fronte a questa legittima preoccupazione genitoriale, la risposta più utile è in realtà un’altra domanda, molto semplice ma spiazzante: “avete mai chiesto al vostro bambino quale sport gli piacerebbe provare a fare?”.

Sembra una banalità, ma non lo è affatto. Perché in realtà lo sport, soprattutto nell’età della scuola dell’infanzia e della scuola primaria, dovrebbe essere basato esclusivamente su un unico, fondamentale pilastro: il principio del piacere.
“Che cosa ti piacerebbe fare?” dovrebbe essere l’unica vera bussola a guidare questa scelta.

Tutti gli altri obiettivi – la socializzazione, il rispetto delle regole, la gestione della frustrazione, la coordinazione motoria – si raggiungono secondariamente. Sono obiettivi nobili, certamente, ma non possiamo pensare di delegare all’attività sportiva il nostro compito educativo. Se lo facciamo, rischiamo di rinchiudere il bambino dentro una richiesta rigida, spesse volte prestazionale, caricandolo di aspettative che non gli appartengono.
Così facendo, gli neghiamo la possibilità più preziosa: quella di fare qualcosa che lo faccia stare bene davvero, in cui possa esprimersi liberamente, senza dover “dimostrare” nulla a nessuno, se non la propria gioia di muoversi.

Una lezione dal Nord: il “miracolo norvegese”

Se pensate che l’approccio centrato sul piacere e sul gioco spontaneo sia solo una visione romantica o limitata al mondo della psicomotricità, vi sorprenderà scoprire che è esattamente la filosofia alla base di quello che il mondo intero definisce il “miracolo norvegese”.

Come evidenziato da recenti e affascinanti analisi sportive e sociologiche, la Norvegia – una nazione di soli cinque milioni e mezzo di abitanti – è diventata una superpotenza sportiva globale. Domina i medaglieri delle Olimpiadi invernali e sforna talenti di calibro mondiale in innumerevoli discipline, dall’atletica al calcio, dal tennis al triathlon.

Qual è il loro segreto? Non risiede in laboratori all’avanguardia, in selezioni genetiche precoci o in allenamenti estenuanti fin dalla culla. Il segreto norvegese è scritto in un documento di poche pagine, tanto semplice quanto rivoluzionario: la “Carta dei Diritti del Bambino nello Sport”.

Questo documento stabilisce un principio inderogabile: l’attività sportiva deve essere un’esperienza gioiosa, sicura e inclusiva per tutti. Fino all’età di 13 anni, in Norvegia, non esistono campionati nazionali, non ci sono classifiche esasperate, non si tengono i punteggi ufficiali delle partite dei bambini e non si stilano graduatorie.
Il loro motto è illuminante: “Joy of Sport for All” (La gioia dello sport per tutti).

Restituire lo sport ai bambini: l’antidoto all’abbandono

Mentre in molti altri Paesi (incluso il nostro) i bambini vengono inseriti fin da piccolissimi in circuiti agonistici dove il risultato e la performance sembrano contare più del sorriso a fine allenamento, la Norvegia ha compreso che mettere il divertimento sopra il risultato non è un ostacolo all’eccellenza, ma ne è il prerequisito fondamentale.

I bambini norvegesi sono incoraggiati a provare tantissimi sport diversi, a cambiare, a sperimentare, senza l’ansia di doversi specializzare precocemente. Esplorano il proprio corpo e le proprie potenzialità mossi unicamente dal piacere della scoperta e dalla condivisione con i coetanei. Il risultato? Un tasso di abbandono sportivo (il cosiddetto drop-out) bassissimo. I ragazzi continuano a fare sport perché, semplicemente, si divertono. E, quasi per “effetto collaterale”, da questo immenso bacino di ragazzi felici e sani, emergono i grandi campioni.

La sintonia con la Pratica Psicomotoria

Questo modello virtuoso conferma su larga scala ciò che la Pratica Psicomotoria sostiene e promuove da sempre: il gioco spontaneo, il piacere dell’azione e la libertà di esplorazione sono i veri motori dello sviluppo infantile.

Quando un bambino gioca per il puro gusto di farlo, senza l’ansia della prestazione o l’ombra del giudizio dell’adulto, sta facendo un lavoro enorme su se stesso. Sta imparando a conoscere i propri limiti, sta elaborando le proprie emozioni, sta costruendo una solida autostima che lo accompagnerà per tutta la vita. La pressione agonistica precoce, al contrario, spegne la motivazione intrinseca, trasformando un’attività ludica in un “dovere” e allontanando i bambini dal contatto autentico con il proprio corpo.

Mettiamoci in ascolto!

Torniamo allora alla domanda iniziale: quale sport scegliere?
La prossima volta che vi porrete questo interrogativo, provate a fare un passo indietro. Sospendete le aspettative, mettete da parte il desiderio di “correggere” o “migliorare” vostro figlio attraverso lo sport. Mettetevi in ascolto.

Lasciate che sperimenti, che scelga, che si diverta. Offritegli un ventaglio di possibilità e osservate dove i suoi occhi si accendono di più. Non cerchiamo lo sport perfetto per il suo “futuro”, ma quello che lo rende felice nel suo “presente”.
Perché, come ci insegna il modello norvegese e come ci ricorda ogni giorno la pratica psicomotoria, i risultati più straordinari – nello sport come nella vita – nascono sempre dal sorriso di un bambino che gioca felice, sentendosi accolto e rispettato per quello che è.

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Piccoli campioni crescono

Mi è capitato di vedere recentemente un’intervista rilasciata dal campione olimpico Gianmarco Tamberi in un noto programma televisivo in cui l’atleta dichiarava che avrebbe preferito fare altro nella sua vita, che il salto in alto non è la sua passione e che probabilmente, se avesse praticato un altro sport, oggi sarebbe più felice. Verrebbe da chiedersi: perché Gianmarco allora si è avvicinato alla disciplina del salto in alto? Perché la famiglia ha voluto così. Il ragazzo racconta che il padre, in particolare, ha visto in lui un talento e ha voluto coltivarlo, nonostante questo abbia avuto un prezzo parecchio alto: l’infelicità di Gianmarco e la tensione sempre più sentita nel loro rapporto che nel tempo è andato a sgretolarsi completamente.

Questa vicenda mi fa pensare ad un tema che affronto in alcuni incontri con i genitori quando parliamo dei bisogni fondamentali dei bambini con riferimento agli stili di attaccamento. Tra questi bisogni c’è il bisogno di fiducia che vede una finestra di vulnerabilità nel periodo della vita che va all’incirca dall’anno e mezzo ai tre anni, un periodo ricco di cambiamenti per il bambino che ormai sa camminare e parlare, che può quindi esercitare sul mondo una presenza diversa e che generalmente comincia a fare più esperienze fuori casa. Tutto questo presuppone la fiducia nel fatto che il genitore, anche nella separazione, ci sarà. Potremmo tradurre così: io (bambino) in relazione alle esperienze di sicurezza, protezione e cura che ho fatto fino ad ora con te (genitore), ho fiducia del fatto che anche quando mi lascerai poi tornerai a prendermi, che anche quando cadrò mi aiuterai ad alzarmi, che ci sarai per me indipendentemente da tutto, da come mi comporterò, dagli errori che farò, dai voti che prenderò, dal tempo che impiegherò per imparare.

Talvolta però può accadere che i genitori si trovino a spingere un po’ troppo l’acceleratore sulla crescita del figlio, per fare in modo che impari tante cose in fretta. In questo modo il bambino sente che ci sono delle aspettative su di lui e su cosa può e sa fare. Si tratta spesso di aspettative di performance che di conseguenza fanno avvertire al piccolo che c’è un giudizio e un confronto con gli altri bambini. È come se il bambino percepisse che non va più bene per il genitore così com’è, ma che per andare bene (e mantenere l’amore e la stima del genitore) deve poter dimostrare di riuscire, di essere all’altezza, di non deludere. È come se l’amore fosse posto “sotto condizione”.

Un caso estremo è l’aspettativa del piccolo campione: il genitore che è appassionato o ha praticato un certo sport cerca di far avvicinare a quello sport anche il figlio il prima possibile aspettandosi che il bambino possa diventare, appunto, un campione. Lo stesso può accadere se si spinge sul cognitivo perché ci si aspetta un figlio “genio”, sulla bellezza portando la piccola figlia ai concorsi per fare pubblicità ecc. Ogni ambito può essere preso ad esempio se l’intenzione del genitore è quella di spingere su una certa performance aspettandosi che il figlio possa diventare “campione” in quell’ambito.

Il bambino, per il quale la cosa più importante al mondo è salvaguardare la relazione, non vuole deludere il genitore e sente che quella proposta è la migliore. Una proposta che però chiede di oscurare la parte vulnerabile e fragile che c’è in ognuno di noi e che piano piano viene vista come una debolezza, quindi si evita di sentirla. L’importante è riuscire, l’orientamento è verso i risultati. Di solito queste persone nella loro vita sono effettivamente persone di successo, competitive, che sentono di dover essere i migliori in tutto ciò che fanno.

E tutto funziona bene…finchè dura. Poi ad un tratto la competizione persa, il traguardo sfumato, l’infortunio, l’azienda che fallisce, la bellezza che sfiorisce mettono davanti alla verità e cioè che non possiamo basare la felicità sulla performance.

La vita non è fatta sempre e solo di obiettivi raggiunti e quando i risultati vengono meno abbiamo bisogno di qualcuno accanto che ci ami comunque. Noi per primi abbiamo bisogno di accogliere la nostra vulnerabilità e di avvertirla non come una debolezza, ma come l’unica possibilità che abbiamo per sentirci esseri umani.

Martina Agnoli

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Il corpo ha memoria di relazione

Ciascuno di noi è il risultato di una storia, una storia di relazione, che inizia in un tempo molto remoto, indicativamente dalla gravidanza (ma anche prima, nei desideri dei nostri genitori) e che non è dimenticata, ma inscritta dentro di noi, in una memoria arcaica, definita anche memoria implicita o somatica. Questa memoria si forma quando le strutture cerebrali non sono ancora mature per poter produrre un ricordo recuperabile attraverso la parola, più o meno fino al secondo anno di vita, ed è costituita dalle nostre sensazioni amalgamate con le sensazioni di chi in quel tempo si è occupato di noi, primariamente di chi ci ha dapprima sognati, poi concepiti, poi portati in grembo e dati alla luce. È una memoria che conserva quelle che vengono definite oggi dalla psicologia e dalle neuroscienze delle “impronte” che proprio per il loro carattere esclusivamente biologico non possono emergere ed essere recuperate se non attraverso una via simbolica o un canale non verbale come il gioco e tutti gli altri “atti creativi” che servono ad attenuare le tensioni del corpo, sia nel bambino che nell’adulto. Pensiamo ad esempio come dedicarci alla musica, alla pittura, alla fotografia, alla cucina ecc. possa a volte diventare “terapeutico” per la persona! Ognuno sarà più portato verso una o l’altra di queste attività a seconda della predominanza a livello di memoria implicita di sensazioni legate alla vista, al tatto, al gusto, all’olfatto, all’udito, al movimento. Qualcuno arriva a farne addirittura una professione! Ma pensiamo anche alle nostre paure e angosce a cui spesso non sappiamo dare un nome e che comunque ci condizionano, anche se spesso in modo inconsapevole, creando delle tensioni croniche nel corpo.

Le esperienze precoci di relazione e attaccamento sono l’elemento fondamentale per dire come starà al mondo quella persona, come percepirà il mondo, perché al di là del patrimonio genetico con cui ognuno di noi arriva, il bambino alla sua nascita è anche già frutto di una relazione!

E se qualcosa in quel tempo è andato storto? Molti sono i motivi per cui questo può accadere, ad esempio problemi di salute del bambino o della mamma, grandi prematurità che portano a lunghi ricoveri e conseguenti separazioni precoci, situazioni socio-culturali difficili, inadeguatezza nelle cure al nuovo nato ecc. Tutto ciò può portare a delle tensioni nel corpo del neonato e del bambino che difficilmente si distendono in modo spontaneo e che se ripetute possono generare degli affetti di dispiacere che pervadono le varie aree di sviluppo della persona.

Ma per fortuna tutto è plastico, tutto si può riparare. Immaginiamo il nostro cervello come un bosco fatto di tanti sentieri ed immaginiamo cosa accade se percorriamo sempre lo stesso sentiero: quella strada risulterà marcata ed evidente. Ma se noi provassimo a cambiare percorso, scegliendo un’altra via sicuramente sarà quest’ultima a risultare la più battuta, mentre la prima, certo, non scomparirà del tutto, ma non sarà nemmeno più così importante. Uscendo dalla metafora possiamo dire che più ripetiamo esperienze (soprattutto relazionali) che mantengono vive delle memorie arcaiche non funzionali al nostro sano sviluppo, alla nostra distensione, alla nostra apertura agli altri e alla vita, più permettiamo a quegli eventi che ci sono capitati nei nostri primi tempi di definirci. Viceversa, grazie alla neuroplasticità di cui disponiamo, se creiamo nuove modalità, attraverso esperienze di piacere tonico ed emozionale (che sono quelle fondanti la nostra persona!) queste possono sedimentarsi dentro di noi e permetterci non certo di cancellare il passato, ma di non farci troppo condizionare da esso, in particolare di distendere progressivamente le tensioni, permettendoci delle traiettorie di sviluppo più adeguate, sane e armoniose.

Questo è l’obiettivo della PPA, soprattutto a livello di aiuto ed il motivo per cui personalmente la considero una speranza per tutti i bambini, anche per quelli con una storia di dolore molto forte. Ma anche a livello educativo la PPA offre queste opportunità grazie alle possibilità di distensione che vivono i bambini nella sala.

E per gli adulti? A volte capita che i genitori, quando spiego loro cosa sia la pratica psicomotoria, facciano una battuta e dicano: “Servirebbe a me!”. Ebbene, per gli adulti un’attività che offre dei benefici simili è la bioenergetica (Alexander Lowen e Leslie Lowen) che parte dal presupposto secondo cui la nostra risposta alle situazioni della vita dipende dalla quantità di energia di cui disponiamo e da come la utilizziamo. I processi energetici del corpo, ossia la produzione di energia attraverso la respirazione e il metabolismo e la scarica di energia nel movimento, sono in relazione con lo stato di vitalità del corpo, pertanto tensioni croniche o rigidità persistenti (anche a livello inconscio, come quelle registrate appunto nei primi anni di vita), diminuiscono la vitalità, disturbano la salute emotiva e impediscono il naturale e spontaneo movimento della muscolatura e l’autoespressione. Questo sempre partendo dal presupposto, condiviso con la PPA, secondo cui quello che succede nella mente riflette quello che succede nel corpo e viceversa. La bioenergetica diventa quindi anche una forma di terapia che associa il lavoro sul corpo con quello sulla mente per aiutare le persone, attraverso esercizi specifici che coinvolgono il corpo e il respiro, a liberarsi dai blocchi profondi e liberare il proprio potenziale espressivo, fonte di piacere e gioia di vivere.

È bello poter constatare come discipline apparentemente molto diverse tra loro abbiano in realtà finalità comuni e offrano all’individuo, sia adulto che bambino, la possibilità di accedere ad un’esperienza di vita più piena e gratificante! Inoltre anche la bioenergetica, come la PPA, non “attacca il sintomo”, ma piuttosto lo “aggira”, considerando la persona come un intero e non come una somma di funzioni da riabilitare, sostenendo che “ogni stress produce uno stato di tensione nel corpo la quale scompare quando lo stress è stato eliminato. Le tensioni croniche tuttavia persistono anche dopo la scomparsa dello stress che le ha provocate come atteggiamento corporeo o assetto muscolare inconsci. […] Diventa necessario dunque alleggerire questa tensione cronica se si vuole che la persona riacquisti piena vitalità e benessere emotivo” (A. e L. Lowen, “Espansione e integrazione del corpo in bioenergetica”). Inoltre afferma in modo chiaro che è fondamentale il lavoro corporeo per poter far affiorare le memorie arcaiche che con il solo lavoro sul piano verbale non sono recuperabili.

Per concludere possiamo dire che anche quando parliamo di educazione, in tutti i contesti, da quello familiare a quello scolastico, dobbiamo tenere presente quanto riportato fino a qui e confermato dalle neuroscienze negli anni e cioè che non possiamo prescindere dalla relazione con l’altro come non possiamo prescindere dall’unità mente-corpo.

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Crescere con gli schermi digitali

L’uso dei device in età evolutiva rappresenta un problema di salute, laddove per salute intendiamo, come da definizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, uno stato di totale benessere fisico, mentale e sociale, aspetti interconnessi e non separati. Gli schermi interferiscono con la salute a tutti questi livelli: a livello fisico determinano il rilascio di una serie di sostanze che vanno a modificare l’assetto neurobiologico dell’individuo, causando, a livello mentale, una situazione di dipendenza e, sul piano sociale, la tendenza a chiudersi in se stessi per continuare a fruire di quel tipo di stimolazione piuttosto che aprirsi alle relazioni.

Quindi non ci sono dubbi sul fatto che permettere ai bambini di usare i device sia molto rischioso per il loro benessere, ma purtroppo spesso i genitori non ne sono consapevoli, non sono informati e di conseguenza operano delle scelte che hanno delle ricadute importanti sullo sviluppo.

Marco Grollo, insieme ai colleghi con cui ha scritto il libro “Crescere con gli schermi digitali” e il libro “Pediatri custodi digitali” (ed: I AM Edizioni, info@iamedizioni.com), ha ben colto questo bisogno di informare i genitori in modo semplice e immediato e ha avuto l’eccezionale intuizione di coinvolgere nel suo intento divulgativo figure che per la loro professione si interfacciano quotidianamente con i genitori come i pediatri, gli educatori, gli insegnanti per renderli dei preziosi alleati nel far arrivare i messaggi contenuti in queste guide a più genitori possibili e creare una comunità educante consapevole, che tenga una linea comune rispetto ad un tema così importante.

Nella mia esperienza di psicomotricista incontro spesso bambini che mi vengono presentati dai genitori come in difficoltà sul piano del comportamento, della regolazione delle emozioni, ma anche sul piano delle relazioni o degli apprendimenti scolastici. Mano a mano che lavoro con loro, mi trovo quasi sempre (o forse sempre) a constatare che gli stessi bambini utilizzano in modo eccessivo gli schermi, soprattutto i videogiochi, spesso senza alcun controllo da parte degli adulti. Certo, non è questa la sola causa delle loro difficoltà, ma sono convinta ne sia un potente amplificatore.

Gli schermi vanno ad alterare la soglia che deve avere uno stimolo per risultare interessante, propongono immagini colorate, luminose, sonore, in movimento, tutte caratteristiche che attraggono enormemente i bambini, ma che impediscono al contempo di interessarsi a degli stimoli meno “accattivanti” dal punto di vista percettivo, ma certamente più adeguati e utili per lo sviluppo dei piccoli. Il bambino ad esempio perderà interesse per andare a scoprire il mondo attraverso i cinque sensi, aspetto che sappiamo essere fondamentale affinchè si possa risvegliare in lui tutto l’immaginario e il simbolico alla base dei suoi giochi spontanei. Perderà interesse nell’incontrare altri bambini e interagire con loro, sviluppando così una chiusura e una mancanza di scambi importanti per la sua crescita e il suo benessere.

Inoltre la capacità che i bambini hanno fin da piccolissimi di scorrere con il ditino sullo schermo per cambiare contenuto ancor prima che sia terminato ciò che stanno guardando non permette di allenare una funzione fondamentale dell’attenzione che è la persistenza sul contenuto. Questo ha delle ripercussioni in molti aspetti della vita quotidiana che richiedono di rimanere concentrati e anche, naturalmente, sugli apprendimenti scolastici: l’attenzione è come un muscolo, funziona bene se viene correttamente esercitata e potenziata!

Infine i bambini che utilizzano per molto tempo i device diventano dipendenti dagli stessi: l’attivazione del circuito della dopamina farà sentire al bambino di non poter più fare a meno di quella stimolazione e si andrà incontro a vere e proprie crisi inconsolabili nel momento in cui, per esempio, gli adulti negheranno la possibilità di fruizione.

Tutto questo ha delle ricadute importanti sul gioco spontaneo del bambino, che come sappiamo è uno strumento fondamentale per la costruzione della persona e dei pensieri. Ribadiamo ancora una volta che solo il coinvolgimento corporeo ed emotivo sostiene e permette tutti gli apprendimenti, l’immobilità davanti agli schermi, al contrario, è da vedersi come passività che compromette tutto il percorso evolutivo del bambino. Se normalmente un bambino dovrebbe poter giocare attingendo alle sue idee e alle sue emozioni più profonde, quando c’è un uso eccessivo e smodato dei device il bambino tende quasi esclusivamente a riprodurre immagini che ha visto e le riproduce tali e quali! Non c’è trasformazione, non c’è evoluzione, non c’è pensiero, non c’è rassicurazione, se non (forse) una falsa rassicurazione. Il bambino rimane nell’eccitazione del personaggio che imita, rimane nel groviglio dell’emozione che lo porta generalmente a muoversi continuamente e senza scopo. Inoltre non c’è attesa, non c’è possibilità di differire il soddisfacimento del desiderio, quindi non c’è simbolico! C’è tutto e subito! Come nel digitale che non offre possibilità di crescere!

Le neuroscienze hanno confermato che per pensare il bambino deve prima poter agire, ma per poter agire (e quindi sentire di esistere!) deve prima poter immaginare, deve avere accesso a quel serbatoio inconscio di immagini ed emozioni proprie che si formano a partire dalle primissime interazioni, nel tempo della gravidanza e nei primi anni di vita del bambino.

Ecco dunque che ritorna centrale il tema della relazione. È importante poter condurre i genitori ad una duplice riflessione: per prima cosa ricordare che i bambini imparano dall’esempio, quindi chiedere loro se sanno porsi dei limiti nell’uso del telefono, della televisione, del tablet, soprattutto quando sono in casa con i loro figli; e poi far presente che spesso gli schermi diventano dei sostituti di relazione. Immaginiamo una mamma che sta allattando il suo bambino neonato e invece di guardarlo, dirige la sua attenzione al cellulare, scorrendo le pagine social o parlando con un’amica: quel bambino vivrà una mancanza di sguardo, un potente interruttore emozionale di relazione che ci permette di costruire la nostra identità nel tempo. Immaginiamo un bambino di un anno che ancora non sa parlare, ma che cerca di comunicare con i suoi genitori e pensiamo a cosa può sentire dentro di sé se mamma e papà sono impegnati a guardare il telegiornale o un programma televisivo: probabilmente, oltre alla mancanza dello sguardo, vivrà anche una mancanza a livello di ascolto e di attenzione, aspetti fondamentali dell’interazione, della comunicazione, della percezione del valore di sè. Immaginiamo ancora un bambino di due o tre anni che sta inscenando un grande “capriccio” perché non può fare come vuole e per calmarsi i suoi genitori gli offrono uno schermo. Certo, presto quel bambino smetterà di piangere e i genitori si sentiranno sollevati, ma a che prezzo?

Come ha detto Marco Grollo nel suo intervento durante la giornata della salute mentale: “offrire gli schermi ai figli permette ai genitori di non pensarli”. Ma i device non possono essere strumenti che riempiono il vuoto relazionale!I bambini devono poter trovare nei genitori persone che intercettano e rispondono ai loro reali bisogni e che, attraverso la cura e l’amore, ricostruiscono simbolicamente quell’involucro di protezione di cui ciascuno ha bisogno per stare bene, sentirsi sicuro e aprirsi al mondo.

Su questo tema vi invitiamo a vedere anche il video: “Gli schermi: un pericolo per le immagini dei bambini” nella sezione “video” di questo sito (clicca qui!).

Martina Agnoli

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Perché un sito sulla pratica psicomotoria?

Il sito www.praticapsicomotoria.it nasce dall’intenzione di far conoscere in modo semplice, a chiunque ne sia interessato, vari aspetti dello sviluppo infantile e della genitorialità, con un focus particolare su un’attività che rappresenta uno straordinario aiuto alla maturazione psicologica di ogni bambino, ma che è ancora oggi, a mio sentire, poco conosciuta e ancor meno compresa, motivo per cui spesso non le viene riconosciuta la giusta importanza e il giusto valore. Si tratta della Pratica Psicomotoria alla quale ho iniziato ad interessarmi e formarmi agli anni dell’Università, mentre studiavo Psicologia nell’Ateneo di Padova e alla quale nel tempo mi sono appassionata a tal punto da renderla oggi uno degli strumenti principali del mio lavoro. Questo perché c’è stato un momento in cui ho sentito chiaro dentro di me che lavorare “a tavolino” con bambini in difficoltà non mi permetteva di aiutarli come avrei voluto e non mi permetteva soprattutto di raggiungere uno degli obiettivi principali che mi proponevo come psicologa dello sviluppo, ossia prevenire, se possibile, quel malessere causa di grande sofferenza.

Ho ripreso così la formazione alla Pratica Psicomotoria, in particolare alla Pratica Psicomotoria Aucouturier, che inizialmente avevo abbracciato fermandomi al livello educativo, approfondendo il campo dell’aiuto e della terapia somato-psichica e ho trovato in essa uno strumento eccezionale che partendo dal corpo, in particolare dal corpo in relazione, si prende cura della salute psichica del bambino che si esprime attraverso le vie del gioco e dell’azione, canali con cui egli può “dar voce” alle sue emozioni e ai suoi pensieri più profondi e parlare senza parole di se stesso. Mi occupo di quelle “impronte” inscritte nella memoria del corpo, una memoria dal carattere esclusivamente biologico, che si forma quando ancora le strutture cerebrali non sono mature per poter tenere ricordi recuperabili a parole. Oggi sappiamo che queste impronte sono responsabili, più di qualunque altra esperienza, nel determinare la persona che diventeremo, il nostro benessere, i nostri bisogni, le nostre ambizioni, le nostre scelte ed anche, appunto, il nostro malessere.

A volte è sufficiente accompagnare il bambino a trovare soluzioni a delle piccole difficoltà affinché il corso del suo sviluppo possa procedere senza particolari intoppi, altre volte è necessario “riparare” le ferite o mancanze per prevenire che esse si sedimentino in modo stabile come tracce dolorose nel corpo.

La Pratica Psicomotoria Aucouturier riesce in questo senso ad offrire una speranza ad ogni bambino, anche a quelli in estrema difficoltà, ascoltando, trasformando e dando un senso a quanto viene espresso dal “non verbale”, dalle vie simboliche del gioco e della creazione e ritornando al corpo e alle sue memorie, là dove nessuna terapia che si basa solo sulla parola può arrivare.

Proprio per questi motivi credo valga la pena di farla conoscere il più possibile, cercando di farne comprendere il valore e l’utilità, con degli approfondimenti che possono aiutare genitori, educatori, insegnanti, ma anche altre figure professionali che si occupano di infanzia a capire i bisogni dei bambini, le loro modalità comunicative, i segnali di malessere che ci inviano e molti altri aspetti del loro sviluppo per essere adulti in connessione con loro, presenti nel loro percorso di crescita, attenti alla loro salute.

Sono oggi una Psicologa dello sviluppo e dell’intervento nella scuola, iscritta all’Albo degli psicologi del Veneto dal 2010 e una Psicomotricista formata alla Pratica Psicomotoria Aucouturier e riconosciuta Specialista presso l’EIA (Ecole International Aucouturier). Integrando le conoscenze provenienti da questi percorsi di studi e dalla formazione continua in entrambi gli ambiti con quelle interessantissime provenienti dal settore delle neuroscienze, soprattutto delle neuoroscienze affettive, sono giunta ad occuparmi di prevenzione e di aiuto, intendendo il mio lavoro come una modalità di “prendersi cura” del bambino e non semplicemente di “curare” il suo malessere o la sua patologia, il che mi permette di guardare alla persona e di andare oltre al concetto di remissione dei sintomi. Nella nostra formazione impariamo ad accogliere, ad ascoltare, a riconoscere l’altro e a restituire a ciascuno la propria dignità e la speranza necessaria per il proprio futuro.

Proprio per questo ho il desiderio che la Pratica Psicomotoria possa entrare nella vita di quanti più bambini possibile, valorizzandoli nella loro essenza, con la promessa di provare a stare meglio, insieme. Infatti, solo insieme ad uno specialista che possa meravigliarsi con lui e essere per lui specchio del piacere che egli prova nel poter dare ascolto alla propria interiorità e nel poterla esprimere attraverso la propria azione sul mondo, il bambino sente di esistere e vive una profonda trasformazione a livello neurobiologico che lo cambia nel corpo, nelle emozioni, nella sua possibilità di crescere come una persona intera e integra, che sta bene con sé e con gli altri.

“Diventa chi sei” diceva Jung alludendo alla possibilità per ciascuno di poter manifestare il proprio potenziale se gli viene concesso di esprimersi. Questa la speranza che vorrei dare ad ogni bambino, questo l’intento con cui giorno dopo giorno io mi realizzo nel lavoro che faccio.

Martina Agnoli