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Psicomotricità o Pratica Psicomotoria?

Il termine psicomotricità si riferisce all’integrazione tra gli aspetti del corpo, della mente e delle emozioni dell’individuo, dall’inizio della vita in poi, con particolare riferimento al fatto che mentre si compie un’azione sul mondo questa ha delle ricadute sulle conoscenze che l’individuo acquisisce e sui suoi pensieri. Nello specifico il cervello non è fatto primariamente per pensare, al contrario di quanto si potrebbe credere, ma proprio per sentire ed è sulla base di ciò che l’individuo percepisce attraverso i sensi che è in grado di crearsi una rappresentazione del mondo e dei pensieri. Quindi nel termine psicomotricità è contenuto il riferimento al legame importantissimo che c’è tra azione, affettività e pensiero che non possono essere visti come separati tra loro, come si riteneva erroneamente in passato, ma come un tutto unico: l’essere umano interagisce con l’ambiente come un tutt’uno. Va da sé che la psicomotricità dell’individuo si sviluppa lungo tutto il corso dell’esistenza e in molti contesti differenti, a seconda delle esperienze che l’individuo stesso compirà e che andranno ad arricchire la sua persona.

Il termine pratica psicomotoria invece si riferisce ad un’attività specifica che offre ai bambini un contesto (o quadro) ben definito in cui viene accolta e accompagnata a progredire l’espressività motoria di ciascuno: in uno spazio e un tempo specifici e con del materiale con caratteristiche precise la pratica psicomotoria fa progredire la capacità di ognuno di esprimere la propria interiorità attraverso il corpo e il movimento all’interno di una dimensione simbolica in cui il bambino sente di poter manifestare anche contenuti affettivi e cognitivi forti e distruttivi per la sicurezza fisica ed emotiva che viene garantita dallo psicomotricista. Il bambino vive delle sensazioni, a partire dal suo agire spontaneo, che risvegliano e “mettono in moto” immagini e pensieri per lo più inconsci e vanno ad alimentare il suo gioco il quale diventa in questo modo una narrazione della sua storia personale. Il bambino così non solo porta fuori di sé ciò che sente o che ha in mente (i suoi pensieri e le sue emozioni più profonde), ma impara anche a controllarlo, “studia” gli effetti della sua azione sul mondo esterno, evolve ed apprende. Agire spontaneamente in questo modo significa dunque creare pensiero e permettere al bambino, grazie all’aiuto dello psicomotricista, di mettere in relazione, attraverso legami di senso, quanto sente (il suo mondo interno) con quanto pensa. In altre parole aiuta a mantenere, accrescere, rinforzare o recuperare questo legame tra corpo, emozioni e mente (o anche azione, affettività e pensiero) di cui abbiamo precedentemente parlato che è alla base del benessere della persona poiché in sua assenza si instaura la difficoltà fino alla patologia.

Martina Agnoli

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La Pratica Psicomotoria Aucouturier

La Pratica Psicomotoria Aucouturier (di seguito indicata con l’acronimo PPA) è un’attività specifica tesa a promuovere la salute psichica del bambino che si esprime attraverso le vie del corpo, del gioco e dell’azione. Essa permette di far progredire l’espressività motoria di ciascuno, cioè la possibilità di raccontare il suo mondo interno, il suo benessere e malessere, proprio attraverso queste vie.

Perché questo è importante? Perché permette la distensione di quelle tensioni interne e di quei “nodi” emotivi che se non vengono in qualche modo “portati fuori da sé” rimangono nel corpo e possono dare origine a somatizzazioni, delle vere e proprie rappresentazioni attraverso il corpo dello stato interno della persona, delle sue tensioni, talvolta della sua storia di sofferenza. Alcuni esempi di somatizzazione possono essere problemi o difficoltà a carico degli organi, a livello di respirazione, digestione, pelle, problemi a carico delle funzioni sensoriali, dei muscoli, delle articolazioni, delle ossa, ipertonicità o ipotonicità, ma anche difficoltà nella motricità globale o fine, nell’esplorazione dell’ambiente, nella relazione con gli altri, difficoltà nel gioco spontaneo, nella regolazione del gesto con passaggi all’atto esplosivi, improvvisi, aggressivi, difficoltà a costruire il proprio Sé e poco interesse per le attività di creazione. Quando queste manifestazioni corporee non hanno un’evidente causa organica, può trattarsi di somatizzazioni di diversa natura e gravità che portano, se non opportunamente trattate, per esempio con la terapia somato-psichica che è uno dei livelli a cui si può sviluppare la PPA, ad un malessere esistenziale che accompagna l’individuo lungo tutto il corso della sua vita.

È importante però sottolineare che la possibilità di esprimere i propri stati interni con i mezzi più consoni in relazione all’età (e fino ai 7/8 anni circa il mezzo privilegiato è il gioco spontaneo, per poi passare ad altre forme di espressione tra cui anche il linguaggio verbale) è fondamentale per tutti i bambini, non solo per quelli che manifestano delle difficoltà specifiche, poiché assume un importante valore educativo e preventivo permettendo al bambino non solo di distendere e “diluire gradualmente” le sue naturali tensioni, ma anche di affinare sempre di più quella capacità di rappresentare ciò che sente. Questo è fonte di benessere e garanzia della possibilità di trovare dentro di sé quelle risorse che servono per superare le imprevedibili difficoltà che la vita ci mette davanti. “È bene ricordare che il gioco è esso stesso una terapia” scriveva Winnicot.

La PPA nasce dalle intuizioni di Bernard Aucouturier negli anni ‘70 del secolo scorso, quando il giovane Bernard, a contatto con bambini molto compromessi a livello fisico e con altri considerati “difficili” per il loro comportamento, sperimentò come un ingaggio corporeo ed emozionale, in cui lo scambio attraverso il  linguaggio verbale era minimo e non vi era nessuna pretesa di insegnare direttamente qualcosa, quanto piuttosto l’intento di far vivere giochi tonicamente ed emozionalmente molto stimolanti, portava a dei cambiamenti importanti sia nel comportamento che nella predisposizione all’apprendimento di questi bambini. Cominciò quindi a creare delle proposte educative centrate sull’espressività del corpo, fino a proposte di aiuto terapeutico, convinto che l’incontro con il bambino ad un livello non verbale fosse l’unico punto di partenza possibile per tutta la sua evoluzione futura (motoria, affettiva, dell’immaginario e cognitiva) e sostenuto in questo dalle conferme che progressivamente giungevano dagli studi in ambito neuropsichiatrico, psicologico, psicanalitico a cui continuamente si rifaceva. Propose un approccio globale in cui tutte le funzioni venivano sollecitate nello stesso momento (importantissima differenza rispetto ad approcci riabilitativi che si concentrano su un’unica funzione “danneggiata”), un approccio che considerava quindi la persona nella sua unità di corpo, mente ed emozioni e che poneva il piacere condiviso, la reciprocità degli scambi e l’ascolto emozionale attento e presente come punti fondamentali per la maturazione del bambino.

(Per approfondimenti si veda il sito dell’Ècole Internationale Aucouturier: www.eia-ppa.org)

La Pratica Psicomotoria Aucouturier è quindi sostenuta oggi da numerose scoperte e conferme neuroscientifiche che si sono susseguite negli anni principalmente in due ambiti che rappresentano i presupposti su cui si fonda la pratica stessa.

Il primo è il concetto di “mente incorporata” ossia l’esistenza di un legame profondissimo e imprescindibile tra corpo, azione, emozione e cognizione del bambino: la mente è nel corpo, “non c’è nulla nella mente che prima non sia stato nei sensi” scrive Mauro Polacco nel suo libro “Psicoterapia quasi senza parole”, ribadendo come lo psichismo del bambino si costruisca a partire dall’esperire il mondo attraverso i sensi grazie all’aiuto di “un altro”, in primis la mamma, che dà senso alle esperienze che il piccolo bambino vive trasformandole in pensieri e in parole. Questo pone al centro anche il tema dell’interazione con l’ambiente come fattore determinante per la crescita del piccolo di cui avremo modo di parlare in altri approfondimenti.

Il secondo punto fondante la PPA è l’importanza del gioco spontaneo, da intendersi come il mezzo più immediato con cui il bambino racconta della sua storia personale, gioco che prende origine da quella che viene definita memoria implicita o memoria somatica, che contiene le tracce dei primissimi scambi tra il bambino e la mamma a partire dalla gravidanza e durante i primi due anni di vita del bambino. Di queste interazioni precoci noi non ricordiamo nulla, tuttavia esse non sono dimenticate e, anzi, sono estremamente importanti poiché continuano a condizionare tutta la nostra vita affettiva, emozionale e cognitiva, quindi in effetti la persona che siamo, lungo tutto il corso della nostra esistenza. Questa memoria arcaica alimenta un serbatoio inconscio di immagini le quali, proprio per il carattere esclusivamente biologico della memoria di corpo, non possono essere recuperate a parole, ma possono affiorare solo attraverso una via simbolica, ad esempio, appunto, quella offerta dal gioco spontaneo nel bambino oppure, per noi adulti, alcune attività artistiche a cui possiamo dedicarci. Per il bambino il gioco spontaneo è il canale elettivo con cui può “dar voce” senza parole alle sue immagini e alle sue emozioni più profonde.

Ma perché è così importante poter giocare queste immagini, cioè tradurle in azioni? Ci rispondono le neuroscienze che dimostrano che mentre giocano spontaneamente i bambini costruiscono la loro rappresentazione di sé e del mondo, i loro pensieri e la loro persona; riescono a distendere le tensioni, riescono a rassicurarsi rispetto alle loro angosce, a trovare soluzioni di fronte alle difficoltà, a sopportare anche la frustrazione e dare un senso a ciò che vivono; riescono a prendere un po’ di distanza dalle loro intense emozioni, a non restare imprigionati in esse, a non lasciare che la pulsione guidi l’azione, ma a permettere che ci sia in mezzo un pensiero.

È il coinvolgimento corporeo ed emotivo (ossia l’agire a partire dalla sensazione e dall’immagine che grazie ad essa si risveglia) che sostiene e permette i processi di apprendimento. Perfino il linguaggio può essere definito come “un sapere del corpo” che si può acquisire solo tramite l’imitazione e la pratica esattamente come i movimenti.

Quindi a noi forse sembra banale, ma per i bambini il gioco è importantissimo e talmente reale che può far cambiare delle cose, anche a livello psichico, proprio perché muove ormoni e neuroni.

Al centro della PPA c’è dunque il gioco spontaneo e saper dare un senso al gioco del bambino, leggendo il suo legame con la storia personale di ciascuno, è proprio uno degli aspetti più importanti del lavoro dello psicomotricista. Un bambino che riesce a esprimere la sua interiorità attraverso questa via simbolica offerta dal gioco spontaneo è un bambino che potrà trovare dei mezzi per rassicurarsi in merito alle sue paure, per superare le difficoltà, per affrontare i problemi senza farsi troppo pervadere dalle emozioni che vive, ma creando progressivamente quella distanza che rende, contemporaneamente più stabili e centrati nel corpo, più regolati nelle emozioni e più lucidi e organizzati anche sul piano dei pensieri.

Tuttavia, sebbene forse non sia facile immaginarlo, non tutti i bambini riescono a giocare spontaneamente in questo modo, alcuni fanno fatica per diverse ragioni. Proprio per questo la PPA si sviluppa a due livelli: quello educativo e quello di prevenzione e di aiuto, fino all’aiuto terapeutico.

A livello educativo la PPA si configura come un accompagnamento ad una sana ed armoniosa maturazione psicologica e si rivolge a quei bambini che non presentano particolari difficoltà a casa, a scuola, nelle relazioni, nella regolazione delle loro emozioni. In questo caso gli obiettivi del lavoro in sala saranno favorire al massimo lo sviluppo della funzione simbolica che permette al bambino di rappresentare i suoi stati interni, il suo benessere e malessere, attraverso il gioco, l’azione e la creazione; permettere di conseguenza tutti i processi di rassicurazione profonda che portano ad un benessere globale e favorire la capacità di prendere distanza dalle emozioni e dar loro un senso per poter infine arrivare ad esprimerle senza agirle. Questo è ciò che permette anche di essere più aperti a tutti gli apprendimenti, compresi quelli scolastici, e al pensiero.

Accedono invece alla PPA di aiuto in piccolo gruppo o individualizzato quei bambini che presentano delle difficoltà a casa o a scuola, che non riescono spontaneamente ad utilizzare il gioco come un mezzo per rappresentare i loro stati interni, per rassicurarsi profondamente e arrivare alla decentrazione tonico-emozionale sopra descritta. Sono bambini che “trattengono” delle emozioni nel corpo sottoforma di vere e proprie somatizzazioni, come accennato in apertura. Permangono per questo in uno stato di agitazione o inibizione motoria, manifestano spesso comportamenti indesiderati come scoppi di rabbia, aggressività, difficoltà nell’ascolto di adulto e pari, presentano delle paure eccessive o apparentemente immotivate, possono avere difficoltà con il sonno, con l’alimentazione, con il controllo sfinterico, difficoltà di linguaggio, di concentrazione, di pianificazione delle azioni, di organizzazione dei pensieri, fino alle difficoltà di apprendimento non supportate da cause organiche accertate (ad esempio handicap, disturbi specifici ecc.).

È necessario in questi casi un intervento di aiuto a vari livelli, dalla prevenzione, affinchè le suddette difficoltà non si sedimentino, fino alla terapia, che potrà svolgersi in piccolo gruppo o individualmente e che avrà come obiettivo principale quello di ampliare le possibilità di comunicazione del bambino, accogliendo e comprendendo i segnali inviati dal corpo e dalla motricità e mettendoli in relazione con il suo mondo interno per far prendere loro senso e ripristinare così quel legame somato-psichico fondamentale per stare bene.

Punto cardine della PPA sia a livello educativo che di prevenzione e aiuto è il piacere. In particolare, il piacere di agire, di correre, di saltare, di scivolare, di arrampicare, di distruggere grandi torri di cuscini, di identificarsi. Questo è il punto di partenza di un itinerario di maturazione psicologica che conduce fino al piacere di pensare, progettare, creare, parlare, comunicare. Condividere o restaurare il principio di piacere è ciò che permette la profonda trasformazione della persona e che fa sì che la PPA possa essere una speranza e un aiuto straordinario per ogni bambino, anche per quello maggiormente in difficoltà.

Per riprendere Polacco “la PPA nel suo più recente sviluppo si inserisce perfettamente nella rilettura che della psicoterapia hanno fatto le neuroscienze e, soprattutto, nella rilettura psicodinamica della teoria dell’attaccamento per l’importanza data alla relazione, all’empatia, al coinvolgimento del corpo nell’informazione emotiva, all’acquisizione dell’identità”.

Martina Agnoli

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Perché un sito sulla pratica psicomotoria?

Il sito www.praticapsicomotoria.it nasce dall’intenzione di far conoscere in modo semplice, a chiunque ne sia interessato, vari aspetti dello sviluppo infantile e della genitorialità, con un focus particolare su un’attività che rappresenta uno straordinario aiuto alla maturazione psicologica di ogni bambino, ma che è ancora oggi, a mio sentire, poco conosciuta e ancor meno compresa, motivo per cui spesso non le viene riconosciuta la giusta importanza e il giusto valore. Si tratta della Pratica Psicomotoria alla quale ho iniziato ad interessarmi e formarmi agli anni dell’Università, mentre studiavo Psicologia nell’Ateneo di Padova e alla quale nel tempo mi sono appassionata a tal punto da renderla oggi uno degli strumenti principali del mio lavoro. Questo perché c’è stato un momento in cui ho sentito chiaro dentro di me che lavorare “a tavolino” con bambini in difficoltà non mi permetteva di aiutarli come avrei voluto e non mi permetteva soprattutto di raggiungere uno degli obiettivi principali che mi proponevo come psicologa dello sviluppo, ossia prevenire, se possibile, quel malessere causa di grande sofferenza.

Ho ripreso così la formazione alla Pratica Psicomotoria, in particolare alla Pratica Psicomotoria Aucouturier, che inizialmente avevo abbracciato fermandomi al livello educativo, approfondendo il campo dell’aiuto e della terapia somato-psichica e ho trovato in essa uno strumento eccezionale che partendo dal corpo, in particolare dal corpo in relazione, si prende cura della salute psichica del bambino che si esprime attraverso le vie del gioco e dell’azione, canali con cui egli può “dar voce” alle sue emozioni e ai suoi pensieri più profondi e parlare senza parole di se stesso. Mi occupo di quelle “impronte” inscritte nella memoria del corpo, una memoria dal carattere esclusivamente biologico, che si forma quando ancora le strutture cerebrali non sono mature per poter tenere ricordi recuperabili a parole. Oggi sappiamo che queste impronte sono responsabili, più di qualunque altra esperienza, nel determinare la persona che diventeremo, il nostro benessere, i nostri bisogni, le nostre ambizioni, le nostre scelte ed anche, appunto, il nostro malessere.

A volte è sufficiente accompagnare il bambino a trovare soluzioni a delle piccole difficoltà affinché il corso del suo sviluppo possa procedere senza particolari intoppi, altre volte è necessario “riparare” le ferite o mancanze per prevenire che esse si sedimentino in modo stabile come tracce dolorose nel corpo.

La Pratica Psicomotoria Aucouturier riesce in questo senso ad offrire una speranza ad ogni bambino, anche a quelli in estrema difficoltà, ascoltando, trasformando e dando un senso a quanto viene espresso dal “non verbale”, dalle vie simboliche del gioco e della creazione e ritornando al corpo e alle sue memorie, là dove nessuna terapia che si basa solo sulla parola può arrivare.

Proprio per questi motivi credo valga la pena di farla conoscere il più possibile, cercando di farne comprendere il valore e l’utilità, con degli approfondimenti che possono aiutare genitori, educatori, insegnanti, ma anche altre figure professionali che si occupano di infanzia a capire i bisogni dei bambini, le loro modalità comunicative, i segnali di malessere che ci inviano e molti altri aspetti del loro sviluppo per essere adulti in connessione con loro, presenti nel loro percorso di crescita, attenti alla loro salute.

Sono oggi una Psicologa dello sviluppo e dell’intervento nella scuola, iscritta all’Albo degli psicologi del Veneto dal 2010 e una Psicomotricista formata alla Pratica Psicomotoria Aucouturier e riconosciuta Specialista presso l’EIA (Ecole International Aucouturier). Integrando le conoscenze provenienti da questi percorsi di studi e dalla formazione continua in entrambi gli ambiti con quelle interessantissime provenienti dal settore delle neuroscienze, soprattutto delle neuoroscienze affettive, sono giunta ad occuparmi di prevenzione e di aiuto, intendendo il mio lavoro come una modalità di “prendersi cura” del bambino e non semplicemente di “curare” il suo malessere o la sua patologia, il che mi permette di guardare alla persona e di andare oltre al concetto di remissione dei sintomi. Nella nostra formazione impariamo ad accogliere, ad ascoltare, a riconoscere l’altro e a restituire a ciascuno la propria dignità e la speranza necessaria per il proprio futuro.

Proprio per questo ho il desiderio che la Pratica Psicomotoria possa entrare nella vita di quanti più bambini possibile, valorizzandoli nella loro essenza, con la promessa di provare a stare meglio, insieme. Infatti, solo insieme ad uno specialista che possa meravigliarsi con lui e essere per lui specchio del piacere che egli prova nel poter dare ascolto alla propria interiorità e nel poterla esprimere attraverso la propria azione sul mondo, il bambino sente di esistere e vive una profonda trasformazione a livello neurobiologico che lo cambia nel corpo, nelle emozioni, nella sua possibilità di crescere come una persona intera e integra, che sta bene con sé e con gli altri.

“Diventa chi sei” diceva Jung alludendo alla possibilità per ciascuno di poter manifestare il proprio potenziale se gli viene concesso di esprimersi. Questa la speranza che vorrei dare ad ogni bambino, questo l’intento con cui giorno dopo giorno io mi realizzo nel lavoro che faccio.

Martina Agnoli