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Il confine

C’è uno spazio sicuro definito da un limite. Lì dentro posso lasciarmi andare, abbandonarmi, non preoccuparmi di nulla, avvertirmi protetto e tenuto, unito. Posso esistere.

In principio questo spazio è la pancia della mamma, poi diventano le sue braccia, ma quando lo spazio si allarga e io, piccolo bambino, comincio a esplorare il mondo, devo comunque percepire il confine che mi dice: “Non ti preoccupare, penso io a te”. Allora il mio agire è libero proprio perché limitato dall’adulto che si prende cura.

L’adulto osserva, delimita con criterio: non troppo vicino, non troppo lontano. L’adulto scorge il pericolo in modo da non dover consegnare al piccolo la tensione dell’imprevedibile.

Il bambino si muove sicuro nel campo tracciato, si sperimenta, gioca, si lascia andare, prova a scavalcare quel muretto invisibile oltre il quale il grande ha detto “No!”, ma trova qualcuno che lo ferma e lo riporta dentro. In questo modo il bambino impara che quel no è amore, si sente nuovamente tenuto e al sicuro. Fa un’esperienza di appartenenza che lo segna profondamente, un’esperienza che “dà forma” alla sua persona.

Il figlio cresce ancora e diventa adolescente, la sua lotta si fa nuovamente più accesa, ha bisogno di discutere con i genitori, di metterli alla prova, di contestarli…

Scrive Vittoria Maioli Sanese:

“L’adolescente è come un cavaliere che si prepara al torneo”: si veste da guerriero, con l’elmo, l’armatura, una lancia lunghissima, un cavallo tutto bardato – non si capisce nemmeno chi c’è sotto quell’armatura. Con aria truce, a tutta velocità, il cavaliere cavalca contro…E qual è il bello di tutto questo? È che quella lancia incontri un’altra lancia che la fermi”.

Questi attacchi con cui gli adolescenti arrivano servono per appagare ancora una volta il loro bisogno di contenimento, per sentire ancora il confine che tiene, per verificare ancora che ci siano due genitori presenti, che guardano, che guidano, che sappiano reggere lo scontro. Con l’adolescente lo spazio sicuro è quello in cui lui vuole avere l’ultima parola su tutto e tu, genitore, non scendi nemmeno in lotta, perché hai capito che il gusto della prova di forza è proprio potersi arrendere, cedere, sentirsi dire di “no” per rassicurarsi ancora dentro un confine che, in effetti, dice simbolicamente: “Non sei solo!”

Il genitore che si fa confine lungo l’arco della vita del figlio rimane come legge nel suo cuore anche quando il figlio esce di casa ed entra dentro di lui la vita. È il confine interiorizzato che fa sì che il figlio non si perda! Se questo invece non è accaduto, non bastano le parole per tenere, a quel punto le parole non incidono e non commuovono. Rimangono parole che vogliono spiegare la vita, cosa è giusto e cosa è sbagliato, vogliono addirittura spiegare le emozioni che senti, ma il genitore non è colui che spiega, è colui che trasmette. Il figlio che cresce allora non risponde più ai genitori, non c’è più legame… Il rapporto è funzionale: tu, genitore, mi servi!

Appartenere è un’altra cosa: sento che “qualcosa” mi tiene.

I bambini cercano spesso nella sala della Pratica Psicomotoria l’esperienza di essere tenuti, contenuti, la cercano come fonte di rassicurazione profonda, a volte di consolazione nei momenti più difficili. Se non c’è confine che segna un’appartenenza l’io non prende forma, la pulsione è l’unica guida e non si sviluppa il pensiero che permette di valutare l’azione da compiere.

La famiglia e la scuola dovrebbero essere i primi ambiti di appartenenza in cui i bambini fanno esperienza del confine che tiene e che aiuta l’identità a formarsi, ma spesso invece facciamo fatica a dire di no, scambiamo l’autonomia con il permissivismo, non definiamo un campo di scelta, diciamo ai bambini e ai ragazzi anche cosa devono pensare…non ci poniamo noi stessi dei limiti. E i bambini che ci osservano non sanno chi sono, non sanno di chi sono e crescono magari pieni di nozioni, intelligenti, capaci di fare tante cose, ma dentro di loro tutto è a pezzi, non unito, non tenuto.

Foto: Centro di PPA “Un passo alla volta”, Trovare nel tessuto appeso uno spazio simbolico di contenimento in cui lasciarsi andare sentendosi tenuti

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La fame silenziosa

Quando il cibo diventa il linguaggio del disagio

Nel panorama contemporaneo, caratterizzato da una crescente complessità sociale e da una trasformazione radicale delle modalità di interazione, il tema dei disturbi del comportamento alimentare (DCA) emerge non solo come una sfida clinica, ma come un segnale d’allarme pedagogico e culturale. Spesso, quando si parla di anoressia, bulimia o dipendenze da cibo, l’attenzione si focalizza erroneamente sul numero che appare sulla bilancia o sull’estetica corporea. Tuttavia, un’analisi approfondita rivela che tali manifestazioni sono, in realtà, il sintomo di una “fame” ben più profonda: una fame di relazioni autentiche e nutrienti.

La metafora del nutrimento: il cibo come legame

Per comprendere la natura di questi disturbi, è necessario ribaltare la prospettiva. L’atto del mangiare non è solo un bisogno biologico, ma il primo, fondamentale atto di conoscenza che l’essere umano compie fin dalla nascita. Attraverso l’oralità, il bambino inizia a distinguere il mondo esterno, a introiettare la storia, le culture e le tradizioni familiari.

In questo senso, il cibo diventa un potente significante. Quando un disturbo alimentare irrompe in una famiglia, la prima cosa a “saltare” è spesso la tavola, intesa come luogo di ritualità e condivisione. Questo accade perché il cibo è diventato il terreno su cui si proiettano le inquietudini, le paure e le fragilità. Se le relazioni umane diventano meno “nutrienti” – ovvero meno capaci di sostenere, ascoltare e validare l’individuo – il soggetto cerca risposte alternative. Il cibo, in questo contesto, viene utilizzato per “anestetizzare” il dolore, la solitudine o il senso di abbandono, diventando un feticcio su cui costruire una falsa sicurezza.

I segnali d’allarme: oltre l’apparenza

Uno degli inganni più pericolosi in cui può cadere il mondo adulto – genitori e insegnanti – è quello di interpretare il successo scolastico come sinonimo di benessere. Al contrario, una ragazzina o un ragazzino che, all’esordio di un disturbo alimentare, inizia a esasperare la propria abnegazione allo studio, diventando ossessivamente perfezionista, sta spesso mettendo in atto un meccanismo di difesa.

La rigidità applicata ai voti e alla performance scolastica è la stessa che viene applicata al corpo e al peso. Quando si nota un’estremizzazione della performatività, unita a una ritrosia verso la socializzazione o a un cambiamento repentino nell’umore (diventando più irascibili o isolati), è necessario che scatti un campanello d’allarme. Non si tratta di demonizzare l’impegno, ma di cogliere il disagio sottostante: quel perfezionismo è un tentativo di anestetizzare un vuoto relazionale.

La responsabilità del mondo adulto

È tempo di affrontare con coraggio una verità scomoda: spesso, le più grandi discriminazioni rispetto all’immagine corporea avvengono proprio tra le mura domestiche o scolastiche. Il body shaming non è solo un fenomeno mediatico; si annida nelle battute improprie sul peso o sull’aspetto fisico fatte da genitori o insegnanti, spesso inconsapevoli del danno che arrecano.

Il mondo adulto, per essere davvero educativo, deve riscoprire la propria fragilità. Non esistono genitori o educatori infallibili. La tragedia non risiede nell’errore in sé, ma nell’incapacità di ammetterlo, nel tentativo di preservare un narcisismo che impedisce di vedere la sofferenza dell’altro. Quando un adulto non ammette i propri sbagli, crea un modello di rigidità che i figli, o gli allievi, finiscono per interiorizzare.

Verso una pedagogia della relazione

La sfida per il futuro non è clinica, ma culturale e politica. Dobbiamo ripartire dalla centralità della scuola come comunità, come baluardo del legame sociale che ancora funziona. È necessario costruire un sodalizio nuovo tra scuola e famiglia, basato sull’ascolto autentico.

Educare non significa solo far raggiungere obiettivi di apprendimento, ma capire chi sono le persone che abbiamo di fronte. Significa creare contesti in cui il ragazzo non si senta solo, in cui possa trovare soddisfazione nel legame con l’altro anziché nella gratificazione solitaria e autoreferenziale dei sintomi. Dobbiamo proporre ai giovani un mondo “più appetibile”, più saporito, dove la relazione sia il vero nutrimento. Solo riconoscendo la nostra fragilità e offrendo una presenza attenta e non giudicante, potremo aiutare le nuove generazioni a costruire un presente e un futuro in cui il valore di una persona non sia mai ridotto a un numero sulla bilancia.

Consigli pratici 

Affrontare il disagio giovanile e prevenire l’insorgere di un disturbo del comportamento alimentare richiede un cambio di prospettiva quotidiano. Ecco alcune indicazioni pratiche, emerse dall’analisi clinica e pedagogica, per aiutare i genitori a costruire un ambiente domestico e relazionale veramente “nutriente”.

  • Attenzione alle parole (stop al body shaming domestico): la casa deve essere un porto sicuro, non un tribunale. Evitate categoricamente battute, giudizi o commenti impropri sull’aspetto fisico, sul look o sul peso dei vostri figli. Molte delle discriminazioni più dolorose sull’immagine corporea nascono proprio all’interno delle mura domestiche, alimentando insicurezze profonde che i ragazzi cercheranno di “curare” attraverso il controllo del cibo.
  • Imparate a leggere i segnali “controintuitivi”: il disagio non si manifesta sempre con ribellione o brutti voti. Fate molta attenzione all’improvvisa “iper-performatività”. Se vostro figlio o vostra figlia diventa di colpo un perfezionista inflessibile, ossessionato dallo studio e dai risultati scolastici, e contemporaneamente inizia a isolarsi dai coetanei, non celebrate ciecamente questo cambiamento. Spesso, la stessa rigidità applicata ai voti viene applicata in segreto al controllo del corpo e delle calorie.
  • Non sottovalutate l’eccesso opposto: prestate attenzione anche a cambiamenti repentini verso l’iper-alimentazione, specialmente se accompagnati da un aumento di peso, irritabilità, nervosismo e tendenza a isolarsi. Anche il rifugiarsi compulsivamente nel cibo è un campanello d’allarme che indica il tentativo di anestetizzare un dolore o un vuoto relazionale.
  • Abbandonate il mito del genitore perfetto: i ragazzi hanno un disperato bisogno di adulti autentici, non di supereroi. Non abbiate paura di ammettere i vostri errori e di mostrare le vostre fragilità. Un genitore che difende a tutti i costi il proprio narcisismo e non sa chiedere scusa perde la fiducia del figlio. Mostrarsi umani e fallibili è il primo passo per ricostruire un dialogo sincero.
  • Fate squadra con la scuola, senza mettervi sulla difensiva: se un insegnante vi segnala un cambiamento nel comportamento o nell’umore di vostro figlio, evitate di chiudervi a riccio o di vivere la segnalazione come un’accusa alle vostre capacità genitoriali. Il senso di colpa paralizza. Accogliete l’osservazione e costruite un’alleanza educativa con i docenti: solo una rete solida può proteggere i ragazzi dall’isolamento.
  • Spostate il focus dal piatto alla relazione: ricordate sempre che il numero sulla bilancia o il cibo lasciato nel piatto sono solo la punta dell’iceberg. Il disturbo alimentare è un linguaggio, un modo per comunicare una fatica emotiva. Invece di ingaggiare battaglie quotidiane sulle calorie, investite tempo ed energie per capire cosa si è interrotto nel vostro legame. Offrite loro un mondo relazionale “appetibile”, fatto di ascolto e condivisione, affinché non abbiano più bisogno di cercare soddisfazione nel sintomo.
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Il mignolino – L’errore di chi educa con la paura

C’è un bambino (ce ne sono molti veramente!) che ha imparato che quando non si comporta bene, quando fa qualcosa di sbagliato, l’adulto che è con lui reagisce in modo aggressivo: gli urla contro, lo strattona, lo punisce e a volte lo malmena. Questo bambino ha tre anni e ha paura. A volte lanciare un gioco, urtare un compagno, combinare un guaio è inevitabile alla sua età, è letteralmente più forte di lui. Eppure chi è con lui gli ha fatto sentire tante volte, troppe volte, abitualmente, che è un “bambino cattivo”.

Questo bambino ha imparato che per far calmare l’adulto e “fare pace” può allungare il mignolino della mano destra in modo che l’altro possa stringerlo, allungando a sua volta il mignolo. Insomma un incrocio di dita che è un segnale di resa.

Giocavamo in sala, nella nostra ora settimanale di aiuto psicomotorio. Lui faceva il piccolo cagnolino assetato, io gli porgevo una ciotola piena di palline, l’acqua. Lui fingeva di bere, ma poi con gran piacere faceva volare tutte le palline in aria, lasciandole cadere sparpagliate nel pavimento. Io mi apprestavo a raccoglierle dicendo a voce alta: “Guarda qui che malanno, tutto il pavimento bagnato!” e lui rideva a crepapelle. Abbiamo ripetuto questa scena molte volte, poi a un tratto ho detto: “Se lo prendo eh!” e ho cominciato a fingere di acciuffarlo. Il mio volto non era minaccioso, sorridevo, e con le mani facevo come per prenderlo. Lui scappava, rideva. Poi svelto si è nascosto in un luogo che avevamo precedentemente costruito e io ho iniziato a cercarlo: passavo accanto, facevo sentire i miei passi, continuavo a ripetere: “Dove si è nascosto? Se lo prendo eh!”. Facevo appositamente salire la tensione, i bambini amano questo gioco, ma evidentemente ho fatto una previsione sbagliata rispetto a quanto potermi spingere in modo che per lui il livello di tensione fosse ancora assumibile. Quando mi sono accucciata vicino al suo nascondiglio lui era seduto, fermo, con gli occhi sbarrati e il mignolino teso nella mia direzione. Non stava più giocando.

Quando pensiamo che educare con la paura “non abbia mai fatto male a nessuno” stiamo commettendo un grave errore. Gli studi che abbiamo a disposizione ci dicono che:

  • la paura non serve a educare! La paura blocca, la paura agita, la paura genera nel bambino l’idea che è sbagliato, la paura mortifica, la paura lascia segni nel corpo sottoforma di tensione, rigidità, bisogno di controllo;
  • la paura viene generalizzata e quindi percepita anche in contesti diversi rispetto a quello in cui è stata appresa. Questo per un’associazione (anche inconscia) tra stimolo e risposta. Tanto per intenderci: il bambino riconosce la sala di PPA come un luogo di gioco, di sicurezza fisica e affettiva e di libera espressione del sé, un luogo in cui non ha mai sentito l’adulto alzare la voce, strattonare o punire, ma la sua esperienza in altri contesti è stata talmente pervasiva da portarlo a generalizzare l’apprendimento “se faccio qualcosa di sbagliato sarò punito fisicamente o verbalmente” e riattualizzarlo in un contesto che nulla ha a che fare con l’apprendimento originale;
  • una volta fissata la paura non se ne va da sola, non è solo “questione di tempo”, è necessario riscrivere nuove memorie di sicurezza con un lavoro molto profondo e specifico come quello che si fa nell’aiuto psicomotorio terapeutico.

Aggiungo ancora una riflessione: spesso gli adulti che reagiscono abitualmente in modo aggressivo di fronte ai comportamenti “pulsionali” dei bambini sono stati a loro volta bambini spaventati. L’urlo, il comportamento che esce dal prevedibile e dalla possibilità di controllo, la confusione tipica dei piccoli possono rappresentare ancora oggi una minaccia per quegli adulti.

Se queste parole ci toccano da vicino, soprattutto se siamo genitori o insegnanti, dobbiamo riflettere e scoprire come sia possibile e utile interrompere la catena. I bambini hanno bisogno di adulti che rispondono, non che reagiscono, che contengono con fermezza, non con violenza, che comprendono, non che giudicano.

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Il potere delle storie

Le storie sono per me un pane quotidiano. Ne ascolto, ne racconto, ne leggo, ne invento. È importante saper ascoltare le storie per poter aiutare ed è importante saper raccontare storie che diventano spesso cura, riparazione, trasformazione di ciò che nella persona ha generato dolore.

Uno dei più importanti poteri delle storie è infatti proprio quello di trasformarci, nel corpo e nella mente.

Per i bambini è naturale raccontare storie mentre giocano, ad esempio prendendo dei ruoli, diventando un personaggio piuttosto che un altro, correndo, saltando, arrampicandosi…Più complicato è trovare invece le parole per raccontare quello che sentono nel loro profondo, ma in questo senso l’ascolto di una storia raccontata da un adulto può essere di grande aiuto. Infatti le storie, esattamente come il gioco spontaneo dei bambini, ci permettono di far emergere parti molto profonde di noi utilizzando delle metafore e dei simboli.

Ascoltare una storia tuttavia non è sempre facile perché l’ascolto richiede di fermare il corpo e lasciare che le immagini si muovano solo nella mente. Alcuni bambini ci impiegano molto tempo (lo sanno bene le insegnanti del nido o della scuola dell’infanzia!), ma ci sono degli accorgimenti che possiamo tenere presente se vogliamo aiutare un bambino ad interessarsi all’ascolto di una storia.

Innanzitutto molto dipende dal narratore e dalla sua capacità di coinvolgere il bambino emotivamente: chi racconta dovrà scegliere un argomento che sia vicino alle sfide, alle emozioni, ai vissuti del bambino che naturalmente cambiano a seconda delle diverse età.  Inoltre è fondamentale il modo di raccontare: la postura, il tono della voce, le pause…la capacità di creare dei momenti di tensione a cui far seguire la rassicurazione. Infine un buon narratore deve ricordare che quanto più i bambini sono piccoli, tanto più si dovranno usare parole “vicine al corpo”, parole che i bambini conoscono bene perché parte integrante della loro esperienza e che quindi li toccano nel profondo e danno una forma concreta alle loro emozioni, specialmente alle loro paure. Si potrà descrivere per esempio la bocca del lupo, i suoi grandi occhi…e questo aiuterà i bambini a immaginare.

Dare forma alla paura non è in realtà solo un’esigenza dei bambini, ma di ogni essere umano. Provate a pensare quando avete una preoccupazione e non riuscite a parlarne con nessuno, immaginate il malessere che sentite dentro di voi (mal di testa, mal di pancia…). Quando potete parlarne, quindi dare forma con le parole al vostro stato interno, è come se il groviglio si sciogliesse, ci si sente più rilassati, lucidi, concentrati e sicuri di sé. Per il bambino è lo stesso!

Ho sentito recentemente descrivere la paura come “una piccola bambina che bussa alla porta”: se non apriamo la porta continueremo a sentir bussare e a pensare che al di là ci sia un terribile mostro, ma se invece abbiamo il coraggio di aprire e di guardare in faccia ciò che ci spaventa ecco che immediatamente scopriremo di non avere più nulla da temere.

Le principali paure dei bambini che possono trovare una profonda rassicurazione grazie alle storie sono essenzialmente due: perdere il proprio corpo (cioè andare a pezzi) e perdere l’altro o perdersi.

La paura di perdere il proprio corpo ha a che fare con la nostra nascita e i primi mesi della nostra vita. Quando veniamo al mondo infatti noi perdiamo quell’involucro contenente che sentivamo nella pancia di nostra madre e viviamo la sensazione di andare a pezzi. La necessità è quella di vivere sensazioni di riunificazione che derivano dalla qualità delle interazioni primarie che vivremo con le nostre figure di cura. I primi sei mesi di vita in questo senso sono fondamentali. In base alle esperienze che farà il bambino in questi sei mesi possiamo dire che si formerà la sicurezza di avere un corpo proprio e progressivamente potrà quindi separarsi dalla madre e raggiungere la propria autonomia. Per i bambini che hanno fatto esperienza di sufficiente sicurezza giocare a “perdere il proprio corpo” (saltare, rotolare, cadere ecc.) è molto piacevole perché sentono di perdere per qualche istante il controllo per poi ritrovarsi interi. Per altri bambini che invece devono ancora lavorare bene questa unità anche una puntura, una sbucciatura, togliere un cerotto, persino sporcarsi le mani o i vestiti ecc. possono rappresentare una grande paura.

Quali storie allora possiamo raccontare ai bambini per rinforzare la possibilità di sentirsi uniti e sicuri?

Per i piccolissimi sono molto utili le storie “riparatrici” che parlano di piccole ferite o cadute di cui la mamma del protagonista si prenderà amorevolmente cura. Dai tre anni potremmo raccontare storie di lupi, balene, coccodrilli ecc. che proveranno a mangiare il bambino, ma senza riuscirci. Infine per i bambini un po’ più grandi, potremmo usare le storie che raccontano di streghe, mostri, ladri ecc. che vogliono impossessarsi del bambino.

Sarà sempre importante caratterizzare bene questi personaggi, dare forma alle paure dei bambini, creare una tensione crescente, ma poi sempre un vissuto di rassicurazione profonda che viene dalla salvezza.

Rispetto invece all’altra grande paura, ossia quella di perdere l’altro, essa affonda le sue radici nel secondo semestre del primo anno di vita e ha a che fare con il concetto psicologico della permanenza dell’oggetto e la formazione dell’oggetto interno. Cosa significa? Fino a circa 8 mesi se il bambino perde di vista un oggetto con cui stava giocando è come se quell’oggetto fosse per lui scomparso e noi lo capiamo dal fatto che il bambino non lo cerca più. Lo stesso accade se la mamma cambia stanza e sparisce dal campo visivo del bambino. Tuttavia intorno agli 8 mesi accade qualcosa di nuovo: ci accorgiamo che il bambino inizia a cercare l’oggetto perso a dimostrazione che inizia a tenere in mente la sua rappresentazione e a pensare l’oggetto anche in sua assenza. Questo è un passaggio importantissimo dello sviluppo psicologico che si consolida tra i 12 e i 18 mesi: pensate cosa potrebbe voler dire per un bambino salutare i genitori che lo lasciano a scuola pensando di non rivederli mai più! Invece, crescendo e grazie alle ripetute esperienze che forgiano la fiducia che l’altro c’è per lui, il bambino mette dentro di sé la certezza che la mamma “continua ad esistere” anche quando non la vede e che tornerà sempre anche quando, per vari motivi, dovrà separarsi da lui.

Tuttavia è normale, soprattutto per i più piccoli, che quando la mamma si allontana il bambino tema di perderla. Per rinforzare la sicurezza potranno allora tornare utili alcuni giochi (come quello del nascondino e “del cucù”) e alcune storie. Sono le storie che raccontano la dinamica di perdere e ritrovare qualcuno o qualcosa, storie che raccontano di perdersi nel bosco o in altri luoghi spaventosi, storie che parlano del coraggio di separarsi per un po’ dalla mamma o dal papà e fare qualcosa per la prima volta da soli o ancora, per i più grandi, le storie che rassicurano rispetto al fatto che l’altro continuerà ad amarci anche se abbiamo litigato o se non abbiamo sempre rispettato le regole.

Molti sono i libri che contengono questi racconti, ma infiniti sono i racconti che possiamo inventare mettendo in gioco le nostre immagini più profonde, di paure e rassicurazioni e invitando progressivamente i bambini a portare le proprie personali immagini di paure e rassicurazioni. In questo modo, mentre il bambino dà forma alla paura le toglie potere, diventa attivo nei suoi confronti, non la subisce più e la paura…fa meno paura!

Il racconto della storia è un momento fondamentale anche della seduta di pratica psicomotoria, il momento che fa da ponte tra il gioco con il corpo e la creazione attraverso il disegno, le costruzioni, la plastilina. La storia dà avvio a quel processo di decentramento tonico ed emozionale necessario per prendere un po’ di distanza dal sentire del corpo e arrivare a pensare e ad esprimersi con il linguaggio verbale.

Martina Agnoli

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Piccoli campioni crescono

Mi è capitato di vedere recentemente un’intervista rilasciata dal campione olimpico Gianmarco Tamberi in un noto programma televisivo in cui l’atleta dichiarava che avrebbe preferito fare altro nella sua vita, che il salto in alto non è la sua passione e che probabilmente, se avesse praticato un altro sport, oggi sarebbe più felice. Verrebbe da chiedersi: perché Gianmarco allora si è avvicinato alla disciplina del salto in alto? Perché la famiglia ha voluto così. Il ragazzo racconta che il padre, in particolare, ha visto in lui un talento e ha voluto coltivarlo, nonostante questo abbia avuto un prezzo parecchio alto: l’infelicità di Gianmarco e la tensione sempre più sentita nel loro rapporto che nel tempo è andato a sgretolarsi completamente.

Questa vicenda mi fa pensare ad un tema che affronto in alcuni incontri con i genitori quando parliamo dei bisogni fondamentali dei bambini con riferimento agli stili di attaccamento. Tra questi bisogni c’è il bisogno di fiducia che vede una finestra di vulnerabilità nel periodo della vita che va all’incirca dall’anno e mezzo ai tre anni, un periodo ricco di cambiamenti per il bambino che ormai sa camminare e parlare, che può quindi esercitare sul mondo una presenza diversa e che generalmente comincia a fare più esperienze fuori casa. Tutto questo presuppone la fiducia nel fatto che il genitore, anche nella separazione, ci sarà. Potremmo tradurre così: io (bambino) in relazione alle esperienze di sicurezza, protezione e cura che ho fatto fino ad ora con te (genitore), ho fiducia del fatto che anche quando mi lascerai poi tornerai a prendermi, che anche quando cadrò mi aiuterai ad alzarmi, che ci sarai per me indipendentemente da tutto, da come mi comporterò, dagli errori che farò, dai voti che prenderò, dal tempo che impiegherò per imparare.

Talvolta però può accadere che i genitori si trovino a spingere un po’ troppo l’acceleratore sulla crescita del figlio, per fare in modo che impari tante cose in fretta. In questo modo il bambino sente che ci sono delle aspettative su di lui e su cosa può e sa fare. Si tratta spesso di aspettative di performance che di conseguenza fanno avvertire al piccolo che c’è un giudizio e un confronto con gli altri bambini. È come se il bambino percepisse che non va più bene per il genitore così com’è, ma che per andare bene (e mantenere l’amore e la stima del genitore) deve poter dimostrare di riuscire, di essere all’altezza, di non deludere. È come se l’amore fosse posto “sotto condizione”.

Un caso estremo è l’aspettativa del piccolo campione: il genitore che è appassionato o ha praticato un certo sport cerca di far avvicinare a quello sport anche il figlio il prima possibile aspettandosi che il bambino possa diventare, appunto, un campione. Lo stesso può accadere se si spinge sul cognitivo perché ci si aspetta un figlio “genio”, sulla bellezza portando la piccola figlia ai concorsi per fare pubblicità ecc. Ogni ambito può essere preso ad esempio se l’intenzione del genitore è quella di spingere su una certa performance aspettandosi che il figlio possa diventare “campione” in quell’ambito.

Il bambino, per il quale la cosa più importante al mondo è salvaguardare la relazione, non vuole deludere il genitore e sente che quella proposta è la migliore. Una proposta che però chiede di oscurare la parte vulnerabile e fragile che c’è in ognuno di noi e che piano piano viene vista come una debolezza, quindi si evita di sentirla. L’importante è riuscire, l’orientamento è verso i risultati. Di solito queste persone nella loro vita sono effettivamente persone di successo, competitive, che sentono di dover essere i migliori in tutto ciò che fanno.

E tutto funziona bene…finchè dura. Poi ad un tratto la competizione persa, il traguardo sfumato, l’infortunio, l’azienda che fallisce, la bellezza che sfiorisce mettono davanti alla verità e cioè che non possiamo basare la felicità sulla performance.

La vita non è fatta sempre e solo di obiettivi raggiunti e quando i risultati vengono meno abbiamo bisogno di qualcuno accanto che ci ami comunque. Noi per primi abbiamo bisogno di accogliere la nostra vulnerabilità e di avvertirla non come una debolezza, ma come l’unica possibilità che abbiamo per sentirci esseri umani.

Martina Agnoli

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Tra limiti e regole

All’inizio di ogni incontro, prima di lasciar andare i bambini a ritrovare nella sala il piacere del gioco, ricordo a tutti le condizioni di sicurezza che devono assolutamente rispettare: non è possibile farsi male, fare male agli altri e non è possibile distruggere ciò che gli altri costruiscono.

Un bambino mi apostrofa e dice con l’indice alzato: “E comportarsi bene!”

Allora chiedo: “Cosa significa comportarsi bene?”

Interviene un altro: “Fare i bravi!”

Io insisto: “Ma cosa intendete voi per fare i bravi?”

A quel punto, con mio grande divertimento, sento un bambino dire al gruppo: “Martina non sa proprio niente!” E per un attimo c’è della complicità tra loro, loro che sanno a cosa si riferiscono e io che invece continuo a non dare per scontato quello che vogliono dire.

Poi silenzio.

Timidamente qualcuno azzarda delle risposte: “Vuol dire obbedire…” , “E ascoltare…”, “Vuol dire fare quello che dicono gli adulti”.

In mezzo secondo passano dentro di me tanti pensieri: fare i bravi vuol dire fare quello che dicono gli adulti. Ah davvero? Questo, credo, piacerebbe tanto agli adulti perchè sarebbe molto più semplice entrare in relazione con i bambini, ma a quale prezzo? Quando un bambino non può esprimere la sua persona e tutte (dico tutte!) le sue emozioni, le sue fragilità, le sue fatiche siamo sicuri che si stia “comportando bene”? O forse sta cercando di rimanere come può dentro una regola rigida e che non comprende nemmeno fino in fondo, il cui rispetto però è necessario a non perdere il bene più grande ossia la relazione con quell’adulto e l’amore di quell’adulto?

Non facciamo confusione! I bambini non devono fare “quello che dicono gli adulti”, devono rimanere con il loro comportamento dentro un limite che è stabilito dall’adulto, ma entro il quale possono essere liberi di muoversi come sentono, come vogliono. I limiti infatti sono necessari e importantissimi e servono a garantire la sicurezza di ognuno, ma anche la sua libertà di espressione. I bambini non sono liberi quando non hanno limiti, in quel caso, come dico spesso, sono persi. I bambini sono liberi dentro un confine chiaro e ben comprensibile che noi adulti poniamo. In questo limite trovano appunto sicurezza,  sicurezza nel separarsi, nel costruire la propria identità in modo autonomo, nel dire di no quando è no e di sì quando è sì. I limiti aiutano tantissimo il simbolico. Le regole invece, quelle a cui si deve obbedire per i grandi, portano esattamente quello che offrono: rigidità, dipendenza, omologazione e tanta tanta rabbia (che poi da qualche parte dovrà pure uscire no?).

Ho risposto così: “Vi dico una cosa, qui è il posto dove si può fare quello che dicono i bambini!” e con questo li ho lasciati andare al gioco.

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Come regolare la rabbia nei bambini? Dare loro spiegazioni non serve!

Una delle più frequenti richieste con cui i genitori si presentano a colloquio per chiedere aiuto per i loro figli è la difficoltà dei bambini a gestire la rabbia.

La rabbia, accanto a gioia, paura, tristezza, disgusto e disprezzo, è una delle emozioni definite primarie, secondo la classificazione di Paul Ekman e, come tutte le emozioni, è generata da uno stimolo (trigger) e ha uno scopo: serve per produrre un’azione, cioè per rispondere alla realtà senza rimanere passivi di fronte ad essa.

Nel caso specifico della rabbia il trigger è la percezione di essere impossibilitati a fare qualcosa che vorremmo fare, quindi il sentire che un ostacolo ci impedisce di agire come vorremmo. A quel punto la risposta emotiva, che è un impulso innato, universale e inconscio (che quindi si genera sempre!) è la rabbia che ha la funzione di attivarci per riuscire a fare effettivamente ciò che vogliamo fare. Tuttavia questo non è sempre possibile: spesso anche di fronte a ciò che riteniamo essere ingiusto o che si frappone tra il nostro desiderio e la sua concreta realizzazione dobbiamo in qualche modo integrare un senso di realtà che richiede di controllare la nostra risposta, aiutati in questo dalla corteccia prefrontale e da quello che è definito il “cervello del cuore”, andando verso azioni sempre più adattive che ci permettano di stare bene anche quando le cose non vanno esattamente come avremmo voluto. Ma che fatica! E quanto tempo ci vuole per arrivare a questa consapevolezza! Infatti questa parte del nostro cervello, quella prefrontale, termina il suo sviluppo a circa 25 anni.

Nei bambini la rabbia è molto più immediata e “visibile”: subisco un torto e lancio un oggetto con violenza; mi rubano un gioco e dò uno spintone; mi dicono di “no” e reagisco urlando e buttandomi a terra… e tanti altri esempi si potrebbero fare. Si tratta di reazioni impulsive e quindi che sfuggono al controllo, ma che in realtà, se vengono guardate in termini evolutivi e adattivi rappresentano un istinto a difendersi e a rispondere ad un torto, reale o percepito come tale, che ci fa sentire che i nostri diritti sono stati in qualche modo violati, che la nostra libertà di espressione è limitata, che la nostra possibilità di provare piacere immediato è differita. Talvolta l’aggressività con cui si esprime la rabbia è dettata anche dal bisogno ancestrale di sentirsi riconosciuti dall’altro e di sentirsi in una situazione di controllo e sicurezza fisica e affettiva.

Per questo è sempre molto importante osservare cosa succede prima dello scoppio di rabbia in modo da poter collocare la risposta impulsiva in un quadro più ampio che sottende un bisogno profondo che va riconosciuto e accolto.

Spesso accade invece che i genitori si sentano disarmati di fronte alla rabbia dei figli e tentino di placarla il prima possibile, a volte dicendo frasi del tipo: “Non arrabbiarti!”, “Fare così non servirà a nulla!” e dimostrando essi stessi di perdere il controllo, arrabbiandosi e facendo al contempo provare al bambino un senso di colpa o di vergogna. Altre volte, pur di non contattare una tale perdita di controllo, così destabilizzante anche per l’adulto, i bambini vengono assecondati immediatamente nelle loro pretese in modo che la situazione rientri al più presto.

In entrambi i casi però il bambino non viene aiutato nella sua maturazione psicologica che prevede che l’emozione non venga repressa, ma accompagnata verso forme di espressione più mature ed adattive: arrabbiarsi è possibile ed è un diritto, ma si può esprimere la propria rabbia senza raggiungere alti livelli di aggressività che comportano il ferire, fisicamente o anche verbalmente, se stessi o gli altri. In questo senso è fondamentale che il bambino sia aiutato dall’adulto a modulare l’espressione della rabbia, cosa che richiede un certo controllo delle proprie emozioni e una certa possibilità di stare di fronte alla rabbia dei propri figli senza troppo farsi turbare.

Noi sappiamo che l’intero sviluppo del bambino è collegato alla relazione emotiva che egli ha con le proprie figure di attaccamento. In particolare, negli ultimi anni, la teoria polivagale di Porges ha fornito un modello molto utile e con risvolti applicativi pratici per aiutarci a considerare gli aspetti di maturazione del sistema nervoso del bambino e la sua possibilità di regolare le proprie emozioni in relazione all’ambiente in cui il bambino cresce, che può rivelarsi di aiuto o di ostacolo a questi passaggi evolutivi. Senza addentrarci troppo nei presupposti scientifici della teoria, ciò che dobbiamo tenere in mente in relazione al tema che stiamo affrontando è che prima dei 18 mesi di vita il bambino non possiede ancora una sufficiente maturazione delle strutture del sistema nervoso che permettono di regolarsi da solo, ciò significa che di fronte ad uno stimolo percepito come una minaccia o un pericolo, il bambino manifesta una risposta innata e impulsiva che è per lui l’unica possibile. Se l’adulto che si prende cura di lui a sua volta comincia a diventare aggressivo, ad urlare, ecc. in un certo senso sarà come dare ragione al bambino rispetto al fatto che c’è un pericolo da cui difendersi. Il bambino percepirà quindi l’ambiente come insicuro e la risposta impulsiva si registrerà profondamente dentro di lui dando luogo a forme più o meno evidenti di disregolazione emotiva. In altre parole il piccolo continuerà a reagire in modo impulsivo e/o aggressivo sentendo che anche l’adulto sta perdendo il controllo e quindi di fatto sentendo che la minaccia è reale. A questo punto non basterà la volontà per modificare la reazione in comportamenti più adeguati, ma sarà necessario un lavoro più profondo di cui parleremo in seguito.

Cosa può fare invece l’adulto di fronte alla rabbia del bambino? Se l’adulto, genitore in primis, si dimostra calmo, non preoccupato e non reattivo, riuscendo a contestualizzare la risposta impulsiva senza condannarla, offrendo la sua presenza rilassata ed empatica, il bambino farà esperienza di un ambiente sicuro in cui tutto va bene e in cui non è necessario reagire. In questo modo, dal diciottesimo mese di vita in poi le strutture nervose cominceranno ad essere mature per attivare una risposta che non è più impulsiva, ma che definiamo “sociale”, cioè appresa dal caregiver. Ad esempio, in una situazione percepita come ingiusta il bambino imparerà a chiedere aiuto cercando il contatto, lo sguardo, la relazione con l’adulto senza passare all’atto aggressivo. A questo punto se l’adulto di riferimento risponde in modo empatico il bambino mette dentro di sé questo tipo di risposta e impara progressivamente che può “cavarsela” e stare sufficientemente a suo agio anche in quelle situazioni difficili.

I bambini non hanno bisogno di spiegazioni su come modulare la rabbia, ma hanno bisogno di fare nel corpo esperienze di regolazione emotiva! Esperienze di piacere, trasformazione, relazione, contatto che insegnano ad accogliere sul piano emotivo le difficoltà della vita. L’adulto che si prende cura deve offrire un ambiente di questo tipo per poter aiutare il bambino a modulare pian piano l’espressione delle sue emozioni, anche di quelle più impetuose e destabilizzanti come la rabbia, lasciando da parte le troppe parole e proponendosi con la propria corporeità accogliente, calda ed empatica. Allora lo sviluppo del bambino procederà lungo traiettorie evolutive armoniche che permettono una crescita in salute.

Viceversa, per coloro che hanno fatto ripetute esperienze di disregolazione sarà necessario, come accennato prima, un lavoro profondo che permetta di “ristrutturare” e accompagnare alla maturazione quella parte del sistema nervoso che ha registrato tali impronte. In questo senso la Pratica Psicomotoria si colloca come un’eccezionale possibilità di aiuto al bambino: lo psicomotricista è formato infatti per accogliere la pulsionalità di ciascuno in modo empatico e per far evolvere l’espressività motoria verso forme più adattive che permettano di stare meglio con se stessi e con gli altri. Nell’aiuto psicomotorio si permette così al bambino di accedere alle proprie risorse e lo si aiuta a mettere dentro di sé nuove esperienze di trasformazione di fronte alla frustrazione.

Martina Agnoli

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Separarsi: una fatica per i genitori, una necessità per i bambini

Separarsi: una fatica per i genitori, una necessità per i bambini che dopo essere stati per nove mesi dentro la pancia della mamma e, se tutto va bene, per circa altrettanto tempo a stretto contatto con la stessa, piano piano cominciano a sentire il bisogno di prendere distanza. È una spinta evolutiva! Scoprono di potersi spostare nello spazio, di poter dire di no con il corpo, divincolandosi, spingendo via chi li vuole trattenere, affermando in vario modo la differenza che portano rispetto ai loro genitori. Questo non sempre piace alle mamme e ai papà, un po’ perché sentono di perdere il controllo sul figlio, un po’ perché in generale facciamo più fatica ad accettare ciò che è diverso da noi rispetto a ciò che è uguale. Ma è proprio nella differenza che si costruisce l’identità! Quindi favorire il processo di separazione-individuazione, riconoscendo i figli come persone diverse da noi, diverse dall’idea che avevamo di loro, lasciando progressivamente un maggior spazio di autonomia e di autoaffermazione se non è certo sempre facile e automatico, è tuttavia un regalo fondamentale che facciamo ai nostri figli!

Vittoria Maioli Sanese scrive che così come non può sopravvivere oltre i nove mesi un figlio dentro la pancia, allo stesso modo “muore” se non esce da quel rapporto fusionale dei primi tempi in quanto perde il suo sentimento di esistenza che deriva dal sentirsi protagonisti delle proprie azioni sul mondo.

Separarsi significa accettare di perdere un po’ il controllo, significa avere fiducia che il bambino senza di noi ce la farà, significa essere consapevoli che i figli sono fatti per andare e non per rimanere nel nido, significa essere consapevoli (e renderli consapevoli!) che hanno un corpo proprio e pensieri propri che man mano costruiscono in modo unico ed originale, se viene loro concesso.

Nella mia esperienza professionale e dal confronto con colleghi psicologi, psicoterapeuti, psicomotricisti ritrovo un filo rosso nelle varie situazioni di malessere del bambino: una difficile separazione. A volte si tratta di separazioni precoci, brusche, non elaborate come nel caso dei bambini nati molto prematuramente, ospedalizzati o di mamme che riportano problemi di salute in gravidanza o dopo (e su queste situazioni, ahimè, è spesso la vita che decide, noi possiamo al più lenire la ferita); altre volte però si tratta di separazioni mai avvenute per la necessità del genitore stesso di tenere il figlio vicino o per la paura di lasciare che il bambino vada per la sua strada, faccia la sua esperienza, incontri anche delle frustrazioni o delle difficoltà senza il bisogno di prevedere e prevenire tutto.

Per poter approfondire il tema ho chiesto al Dottor Alberto Pellai, ricercatore e docente presso il dipartimento di Scienze Biomediche dell’Università degli Studi di Milano, di poter rispondere ad alcune domande per aiutare i genitori a riflettere. Pellai è stato ospite a “Educhiamoci – giornate per l’educazione” e “Cambio Gioco”, iniziative organizzate rispettivamente dal Comune di Vittorio Veneto e dall’Ulss6 Euganea di Padova in collaborazione con noi di I AM servizi

Dottor Pellai da che cosa nasce la difficoltà dei genitori di permettere ad un bambino di separarsi da loro? 

Da una parte separarsi dal figlio significa perdere un pezzetto di nutrimento affettivo che per i genitori è anche identitario cioè mi dà un ruolo, mi dà una funzione, mi dà un significato e allo stesso tempo mi fa sentire bene, pensiamo ad esempio a come tenere il bambino nel lettone è una cosa che genera molta tenerezza, un senso di intimità col bambino, quindi c’è dentro una bellezza percepita, una piacevolezza percepita. Il secondo aspetto è che nella separazione il bambino aumenta la sua dimensione di autonomia e quindi perde la dipendenza e questo agli occhi del genitore lo espone ad una quantità maggiore di rischi e di pericoli che attivano i bisogni di protezione: se io ti tengo attaccato a me, se io sono dove sei tu, io sto tranquillo perché non ti succederà niente di male. Inoltre oggi gioca a sfavore la fragilità emotiva dell’adulto che regola male la propria ansia protettiva cercando di azzerare il più possibile qualsiasi genere di rischio e inconveniente nella vita dei propri figli.

A questo proposito che ruolo gioca nella separazione l’iperprotezione e la tendenza a sostituirsi al figlio per evitargli frustrazioni e cadute?

Nell’iperproteggere e nel fare al posto del bambino e risparmiargli l’errore il genitore si sente tranquillo e soddisfatto, gli sembra di rendere il suo bambino molto, molto felice. In effetti un bambino che non vive frustrazioni, cadute ed errori è un bambino che apparentemente sta sempre bene, a cui non è accaduto niente di male, tuttavia è allo stesso tempo un bambino fragile perché non si allena a tollerare e ad affrontare anche quelle esperienze che nella vita non sono piacevoli, ma disagevoli! Quindi un genitore dovrebbe mettere dentro al proprio mansionario del genitore che allenare alla vita non vuol dire solo preparare ai grandi salti nel territorio della bellezza e della collettività, ma anche preparare al tempo della sconfitta, al tempo della fatica, al tempo del disagio che è un compito fondamentale in età evolutiva.

Cosa ne pensa degli allattamenti prolungati e del cosleeping prolungato (spesso anche fino all’età della scuola primaria e oltre)? Concorda con me nel sostenere che queste scelte abbiano delle ricadute negative nella possibilità del bambino di costruirsi come un individuo separato e autonomo?

Questo è veramente uno di quei temi per i quali qualsiasi cosa dici avrai delle persone che ti dicono il contrario perché la ricerca dimostra tutto e il contrario di tutto. Infatti noi abbiamo ricerche che ci dicono che il cosleeping diventa una zona di co-dipendenza e allo stesso tempo abbiamo studi che misurando e valutando il cosleeping dicono l’esatto contrario. In generale quello che credo è che sia molto importante che l’adulto aiuti il bambino a costruirsi un’identità autonoma e in questo la separazione è un passaggio fondamentale! Lavorando con i genitori ci accorgiamo che a volte il cosleeping in realtà è uno dei modi con cui noi raccontiamo una certa impotenza ad educare il bambino al tempo dell’autonomia che è un’educazione impegnativa! A me verrebbe da dire che il cosleeping ha senso nel momento in cui abbiamo la certezza che il bambino sa dormire anche da solo, in autonomia. Se sa fare questo allora gli posso offrire anche il cosleeping nei momenti in cui è ammalato, nel momento in cui ha bisogno, ma se il bambino a cinque o sei anni non sa fare l’esperienza del dormire in autonomia il rischio è davvero grande: questo aspetto lo rende più fragile invece che più forte e allo stesso tempo non gli permette di conquistare quello spazio di crescita necessario per ampliare il suo potenziale di socializzazione, ad esempio non potrà andare a dormire a casa dei nonni, a casa degli zii, a casa di un amico, non potrà fare vacanze se non solo con la mamma e con il papà…Quindi dargli questa competenza e questa abilità del dormire da solo alla fine facilita molto nel bambino l’acquisizione di vantaggi che vanno oltre all’imparare a stare nel suo lettino.

La nostra esperienza ci dice che anche continuare ad allattare il bambino ormai cresciuto e svezzato lo tiene in qualche modo dipendente e quindi più fragile nel momento in cui deve affrontare degli aspetti di socialità che lo allontanano dalla famiglia. Cosa ne pensa?

È così e in realtà vengono spesso citate a questo proposito le linee guida dell’OMS che raccontano anche di un allattamento prolungato oltre i tre anni addirittura, ma quando noi parliamo di linee guida OMS dobbiamo considerare che sono create su scala globale cioè che servono anche per le mamme africane: il cibo più sicuro per un bambino che cresce in territori molto poveri resta il latte della sua mamma. Questa però non è un’urgenza che abbiamo noi nei paesi occidentali. Inoltre, sempre all’interno delle nostre abitudini, dei nostri costumi, del nostro contesto socio culturale, pensare di ridurre il ricorso all’allattamento entro il primo anno o il secondo anno di vita (ognuno poi fa le sue scelte) significa permettere sia al bambino che alla sua mamma di avere il proprio spazio di azione di vita e di esplorazione e questo è fondamentale rispetto al tema che stiamo trattando.

Alla luce di quanto detto fino a qui, quali sono le conseguenze che potrebbe avere a lungo andare il non permettere ai bambini di costruirsi come individui separati e autonomi rispetto ai genitori? In particolare c’è la possibilità di sviluppare altri tipi di dipendenze potenzialmente pericolose o problemi in età adolescenziale o adulta?  

In generale direi che tutte le volte che la protezione è troppa, l’esplorazione diventa ridotta e quindi più noi teniamo un bambino in un territorio dove è molto protetto, più automaticamente limitiamo l’espansione verso quelle zone in cui può scoprirsi autonomo, può scoprirsi se stesso e non invece “se stesso-inglobato-dentro- al-corpo-e-all’esperienza-dell’adulto” che per lui è base sicura! Cioè il concetto di base sicura è un concetto importantissimo che non serve però a tenere appiccicato il figlio a sé: se tu sei una base sicura la prima cosa che senti è la tranquillità nel vedere il tuo bambino che si stacca da te che è l’esatto contrario di molti, molti modelli attuali per cui la base sicura è appiccicata al bambino a cui viene offerta.

Come possono i genitori orientarsi tra tante diverse teorie e tanti diversi modelli?

È molto difficile perché comunque la dici, la sbagli! È come se la stessa scienza non avesse generato una veduta comune. Questo oggi rimane un rischio enorme credo su tutti i temi dell’età evolutiva perché anche se dici ad un genitore (magari anche in una prospettiva molto clinica o scientifica) che la cosa che sta facendo non è la cosa migliore, lui comunque troverà da qualche parte scritto che sta facendo bene, che va bene come sta facendo e quindi non riuscirà veramente ad avere neanche nello scambio con il pedagogista o lo psicologo il sostegno che gli serve perché c’è troppo che viene detto, non sempre da persone competenti, non sempre a ragion veduta e non è una visione comune.

Il Dottor Pellai tratta il tema della separazione anche in alcuni dei suoi libri come “Io gomitolo, tu filo” e “Le mie mani sono le tue ali”. Ne ricaviamo l’urgenza di considerare questo argomento come centrale per il sano sviluppo del bambino e della persona, poiché un mancato raggiungimento dell’autonoma si ripercuote più di quanto potremmo immaginare su molti ambiti della vita tra cui anche la scuola e i rapporti con gli altri, limitandoli e impoverendoli.

A questo proposito il Dottor Stefano Vicari, Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Neuropsichiatria Infantile dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, in un recente articolo scrive: “L’ansia scolastica è un fenomeno in crescita: ne soffre una percentuale compresa tra il 5 e il 28 per cento di bambini e adolescenti. Ma l’ansia che attraversa bambini e adolescenti non è legata, alimentata solo dal contesto scolastico che esaspera la competizione e richiede continue prestazioni. Ha anche a che fare con la difficoltà a confrontarsi con i coetanei, dalla paura del giudizio, di non sentirsi all’altezza del gruppo. Non va nemmeno sottovalutata, tra i possibili fattori dell’ansia scolastica, anche la difficoltà che molti ragazzi manifestano nel separarsi dai genitori, i quali spesso favoriscono poco le autonomie dei propri figli”.

Concludiamo con Kalil Gibran, che nella poesia “I vostri figli”, uno dei suoi componimenti più conosciuti, ci invita ad accettare e incoraggiare la differenza che i figli portano in sé, a lasciarli andare, riconoscendo il loro diritto di essere dissimili rispetto a noi.

I vostri figli non sono figli vostri.
Sono i figli e le figlie del desiderio che la vita ha di sé stessa.
Essi non provengono da voi, ma attraverso di voi.
E sebbene stiano con voi, non vi appartengono.

Potete dar loro tutto il vostro amore, ma non i vostri pensieri.
Perché essi hanno i propri pensieri.

Potete offrire dimora ai loro corpi,
ma non alle loro anime.
Perché le loro anime abitano la casa del domani,
che voi non potete visitare, neppure nei vostri sogni.

Potete sforzarvi di essere simili a loro,
ma non cercare di renderli simili a voi.
Perché la vita non torna indietro e non si ferma a ieri.

Voi siete gli archi dai quali i vostri figli, come frecce viventi, sono scoccati.
L’Arciere vede il bersaglio sul percorso dell’infinito, e con la Sua forza vi piega affinché le Sue frecce vadano veloci e lontane.

Lasciatevi piegare con gioia dalla mano dell’Arciere.
Poiché così come ama la freccia che scocca, così Egli ama anche l’arco che sta saldo.

Dovremmo fare nostre queste parole e trattenere il messaggio importante che veicolano ricordando che se anche potessimo giustificare la preoccupazione dell’arciere di indirizzare la sua freccia nella giusta direzione, per fare centro nella vita, non potremmo mai giustificare la pretesa di rendere uguale la freccia con l’arco.

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Le brave bambine

“Una fata deve essere bella. E ordinata. Quando mangia la torta, non deve fare le briciole. E sui suoi vestiti non ci deve essere nemmeno la più piccola macchiolina. Deve raccontare storie adorabili con voce armoniosa e, di tanto in tanto, far ondeggiare la bacchetta. […]
Brutta faccenda essere una fata.” 

Questo testo, tratto dal libro “Rosmarino” di Brigitte Minne e Carll Cneut, introduce perfettamente il tema dei “bravi bambini”, nel titolo declinato al femminile per una propensione soprattutto delle bambine a ricoprire questo “ruolo”, ma senza voler ridurre ad una categoria di genere un vissuto della persona in cui chiunque può riconoscersi.

Io sono stata una brava bambina, una di quelle che cercano di essere sempre buone, che si comportano bene, che cercano di accondiscendere, che mettono gli altri al primo posto, a volte negando i propri bisogni e i propri desideri. Ho sacrificato in questo senso la mia autonomia, la possibilità di essere me stessa ed esprimerlo, da non confondere, come spesso accade, con la capacità di fare delle cose da soli. Il bisogno di autonomia è uno dei bisogni fondamentali dell’essere umano che per qualcuno però è molto difficile da soddisfare. Essere autonomi richiede di poter dire di no, di differenziarsi, di sottrarsi alle aspettative che gli altri nutrono in te e questo per molti è difficile, anche per molti bambini perché è come se, disattendendo le aspettative altrui, si sentisse di perderne la stima, l’approvazione e infine l’amore. Ma, ahimè, noi tutti, da zero a cent’anni, desideriamo sopra ogni cosa di essere amati e faremmo qualsiasi cosa per esserlo (questo è il principio dell’attaccamento!) perciò spesso, pur di non perdere l’altro, rinunciamo a noi stessi e, in effetti, “ci perdiamo”.

“Non cercate di essere buoni, siate integri” recita Jung, invitandoci a considerarci un intero, fatto di parti belle e meno belle, buone e meno buone, amorevoli, arrabbiate, parti che possono coesistere e che, di fatto, ci rendono unici e originali. Ma quanto è faticoso potersi dire in tutta onestà: “Tutto questo sono io, non sono parti distinte, questo è l’intero, è la mia storia, sono io” e potersi mostrare per come si è?

Molto spesso nei bambini che incontro vedo questa difficoltà a integrare le parti di sé in un’unità, una difficoltà che forse affonda le sue radici in quella che definisco “l’uscita dal due”, cioè da quel nucleo fusionale mamma-bambino dove c’è simbiosi, dove non ci sono ancora due persone distinte, ma che necessariamente dopo alcuni mesi deve terminare per il bene e la salute di entrambi. Si tratta della possibilità di dire “io sono diverso da te”. Lo dice il bambino alla mamma per poi dirlo a tutti gli altri, ci si costruisce la propria identità aiutati in questo da genitori che rinforzano la possibilità di essere diversi, unici, che permettono di “andare”. Questo presuppone anche una certa dinamica tra amore e odio, tra tenere e lasciare, tra avvicinarsi e allontanarsi che di certo muove molte diverse emozioni. Ma è proprio in questa polarità che si gioca la questione dell’integrità.

Quando il bambino nasce perde la sua unità, quel senso di totale pienezza e non-bisogno, sicurezza e protezione che avvertiva dentro la pancia della mamma ed è come se fosse “un cosmonauta lanciato nello spazio senza tuta e senza più niente che lo tiene insieme” (E. Bick). Sarà in base a come verrà tenuto, curato, portato, sostenuto, compreso, accettato, pensato, toccato, girato, posato, sollevato, amato…che costruirà la base del suo mondo interiore i suoi vissuti corporei, la sua vita psichica e se i genitori saranno “sufficientemente buoni” proverà un tale piacere in questa costruzione di sè che si sentirà di nuovo unificato e pieno, le parti verranno integrate di nuovo in un tutto. Ma ciò che accade nel corpo accade necessariamente anche nella psiche, quindi anche il vissuto di “andare a pezzi” emotivamente (per la rabbia, per la frustrazione, per un errore commesso, per una difficoltà ecc.) richiede che ci sia qualcuno che con il suo contenimento affettivo faccia sentire al bambino che “va bene anche quando non va bene” e rimetta insieme i pezzi in un intero che non può essere fatto solo di parti buone, belle e capaci.

Quando non c’è coerenza tra quello che sentiamo e quello che facciamo il corpo lo rappresenta, si chiude, si blocca, si irrigidisce. È come se di fronte ad un “sì” detto mal volentieri o un “no” che ci fa sentire tanto in colpa, non solo ci sentissimo arrabbiati e frustrati, ma anche i nostri organi interni sentissero di avere un “carico” da elaborare così intenso da generare stress, stanchezza, nervosismo e un continuo rimuginare nei pensieri.

Quanto è importante per un essere umano sentire che rimarrà intero e integro anche se sbaglia un compito, anche se a volte si comporta male, anche se fa arrabbiare la mamma o la maestra, anche se prende un brutto voto, anche se non la pensa come gli altri, anche se viene criticato…? Quanto è importante poter avere dei bisogni (fisici ed emotivi) e che questi possano essere espressi ed ascoltati, anche se non sempre necessariamente soddisfatti? Quanto è importante poter dire “sì” quando è “sì” e “no” quando è “no”, poter dire cosa ci piace e cosa pensiamo senza temere per questo di rimanere soli?

“Se ci si rivolge troppo agli altri ci si dimentica di sé. È necessario essere in equilibrio, essere aperti agli altri con sano egoismo.” (B. Aucouturier)

I bravi bambini hanno un prezzo da pagare che è una grandissima rabbia che se non esplode, implode. Quando io ho compiuto i miei passaggi di “guarigione” e ho lenito le mie ferite ho capito quanto prendere coscienza degli errori apra al piacere di vivere. E questo, come tutte le esperienze formative, mi aiuta ad aiutare.

Concludo ritornando a “Rosmarino”, un libro che consiglio a tutte le famiglie che sentono di avere dei bambini che fanno fatica ad accettare le parti “meno perfette” di sé o a quei genitori che si accorgono di chiedere troppo ai loro figli:

“E le cose vanno proprio così. A volte Rosmarino va a trovare le fate, si mette un abito da festa, fa la voce armoniosa e dorme nel castello in aria con le torri dorate, su una nuvola. A volte Rosmarino fa visita alle streghe, va a vivere nel bosco, va in barca e vola con la sua scopa. E la mamma? La mamma si annoia molto, molto, molto meno.”

Quando integriamo nell’unità tutte le parti, una finestra che si rompe non è più una casa che crolla, un errore sul quaderno non ci rende persone senza valore, arrabbiarci non ci rende persone cattive, perdere non è perdersi.

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Crescere con gli schermi digitali

L’uso dei device in età evolutiva rappresenta un problema di salute, laddove per salute intendiamo, come da definizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, uno stato di totale benessere fisico, mentale e sociale, aspetti interconnessi e non separati. Gli schermi interferiscono con la salute a tutti questi livelli: a livello fisico determinano il rilascio di una serie di sostanze che vanno a modificare l’assetto neurobiologico dell’individuo, causando, a livello mentale, una situazione di dipendenza e, sul piano sociale, la tendenza a chiudersi in se stessi per continuare a fruire di quel tipo di stimolazione piuttosto che aprirsi alle relazioni.

Quindi non ci sono dubbi sul fatto che permettere ai bambini di usare i device sia molto rischioso per il loro benessere, ma purtroppo spesso i genitori non ne sono consapevoli, non sono informati e di conseguenza operano delle scelte che hanno delle ricadute importanti sullo sviluppo.

Marco Grollo, insieme ai colleghi con cui ha scritto il libro “Crescere con gli schermi digitali” e il libro “Pediatri custodi digitali” (ed: I AM Edizioni, info@iamedizioni.com), ha ben colto questo bisogno di informare i genitori in modo semplice e immediato e ha avuto l’eccezionale intuizione di coinvolgere nel suo intento divulgativo figure che per la loro professione si interfacciano quotidianamente con i genitori come i pediatri, gli educatori, gli insegnanti per renderli dei preziosi alleati nel far arrivare i messaggi contenuti in queste guide a più genitori possibili e creare una comunità educante consapevole, che tenga una linea comune rispetto ad un tema così importante.

Nella mia esperienza di psicomotricista incontro spesso bambini che mi vengono presentati dai genitori come in difficoltà sul piano del comportamento, della regolazione delle emozioni, ma anche sul piano delle relazioni o degli apprendimenti scolastici. Mano a mano che lavoro con loro, mi trovo quasi sempre (o forse sempre) a constatare che gli stessi bambini utilizzano in modo eccessivo gli schermi, soprattutto i videogiochi, spesso senza alcun controllo da parte degli adulti. Certo, non è questa la sola causa delle loro difficoltà, ma sono convinta ne sia un potente amplificatore.

Gli schermi vanno ad alterare la soglia che deve avere uno stimolo per risultare interessante, propongono immagini colorate, luminose, sonore, in movimento, tutte caratteristiche che attraggono enormemente i bambini, ma che impediscono al contempo di interessarsi a degli stimoli meno “accattivanti” dal punto di vista percettivo, ma certamente più adeguati e utili per lo sviluppo dei piccoli. Il bambino ad esempio perderà interesse per andare a scoprire il mondo attraverso i cinque sensi, aspetto che sappiamo essere fondamentale affinchè si possa risvegliare in lui tutto l’immaginario e il simbolico alla base dei suoi giochi spontanei. Perderà interesse nell’incontrare altri bambini e interagire con loro, sviluppando così una chiusura e una mancanza di scambi importanti per la sua crescita e il suo benessere.

Inoltre la capacità che i bambini hanno fin da piccolissimi di scorrere con il ditino sullo schermo per cambiare contenuto ancor prima che sia terminato ciò che stanno guardando non permette di allenare una funzione fondamentale dell’attenzione che è la persistenza sul contenuto. Questo ha delle ripercussioni in molti aspetti della vita quotidiana che richiedono di rimanere concentrati e anche, naturalmente, sugli apprendimenti scolastici: l’attenzione è come un muscolo, funziona bene se viene correttamente esercitata e potenziata!

Infine i bambini che utilizzano per molto tempo i device diventano dipendenti dagli stessi: l’attivazione del circuito della dopamina farà sentire al bambino di non poter più fare a meno di quella stimolazione e si andrà incontro a vere e proprie crisi inconsolabili nel momento in cui, per esempio, gli adulti negheranno la possibilità di fruizione.

Tutto questo ha delle ricadute importanti sul gioco spontaneo del bambino, che come sappiamo è uno strumento fondamentale per la costruzione della persona e dei pensieri. Ribadiamo ancora una volta che solo il coinvolgimento corporeo ed emotivo sostiene e permette tutti gli apprendimenti, l’immobilità davanti agli schermi, al contrario, è da vedersi come passività che compromette tutto il percorso evolutivo del bambino. Se normalmente un bambino dovrebbe poter giocare attingendo alle sue idee e alle sue emozioni più profonde, quando c’è un uso eccessivo e smodato dei device il bambino tende quasi esclusivamente a riprodurre immagini che ha visto e le riproduce tali e quali! Non c’è trasformazione, non c’è evoluzione, non c’è pensiero, non c’è rassicurazione, se non (forse) una falsa rassicurazione. Il bambino rimane nell’eccitazione del personaggio che imita, rimane nel groviglio dell’emozione che lo porta generalmente a muoversi continuamente e senza scopo. Inoltre non c’è attesa, non c’è possibilità di differire il soddisfacimento del desiderio, quindi non c’è simbolico! C’è tutto e subito! Come nel digitale che non offre possibilità di crescere!

Le neuroscienze hanno confermato che per pensare il bambino deve prima poter agire, ma per poter agire (e quindi sentire di esistere!) deve prima poter immaginare, deve avere accesso a quel serbatoio inconscio di immagini ed emozioni proprie che si formano a partire dalle primissime interazioni, nel tempo della gravidanza e nei primi anni di vita del bambino.

Ecco dunque che ritorna centrale il tema della relazione. È importante poter condurre i genitori ad una duplice riflessione: per prima cosa ricordare che i bambini imparano dall’esempio, quindi chiedere loro se sanno porsi dei limiti nell’uso del telefono, della televisione, del tablet, soprattutto quando sono in casa con i loro figli; e poi far presente che spesso gli schermi diventano dei sostituti di relazione. Immaginiamo una mamma che sta allattando il suo bambino neonato e invece di guardarlo, dirige la sua attenzione al cellulare, scorrendo le pagine social o parlando con un’amica: quel bambino vivrà una mancanza di sguardo, un potente interruttore emozionale di relazione che ci permette di costruire la nostra identità nel tempo. Immaginiamo un bambino di un anno che ancora non sa parlare, ma che cerca di comunicare con i suoi genitori e pensiamo a cosa può sentire dentro di sé se mamma e papà sono impegnati a guardare il telegiornale o un programma televisivo: probabilmente, oltre alla mancanza dello sguardo, vivrà anche una mancanza a livello di ascolto e di attenzione, aspetti fondamentali dell’interazione, della comunicazione, della percezione del valore di sè. Immaginiamo ancora un bambino di due o tre anni che sta inscenando un grande “capriccio” perché non può fare come vuole e per calmarsi i suoi genitori gli offrono uno schermo. Certo, presto quel bambino smetterà di piangere e i genitori si sentiranno sollevati, ma a che prezzo?

Come ha detto Marco Grollo nel suo intervento durante la giornata della salute mentale: “offrire gli schermi ai figli permette ai genitori di non pensarli”. Ma i device non possono essere strumenti che riempiono il vuoto relazionale!I bambini devono poter trovare nei genitori persone che intercettano e rispondono ai loro reali bisogni e che, attraverso la cura e l’amore, ricostruiscono simbolicamente quell’involucro di protezione di cui ciascuno ha bisogno per stare bene, sentirsi sicuro e aprirsi al mondo.

Su questo tema vi invitiamo a vedere anche il video: “Gli schermi: un pericolo per le immagini dei bambini” nella sezione “video” di questo sito (clicca qui!).

Martina Agnoli