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Separarsi: una fatica per i genitori, una necessità per i bambini

Separarsi: una fatica per i genitori, una necessità per i bambini che dopo essere stati per nove mesi dentro la pancia della mamma e, se tutto va bene, per circa altrettanto tempo a stretto contatto con la stessa, piano piano cominciano a sentire il bisogno di prendere distanza. È una spinta evolutiva! Scoprono di potersi spostare nello spazio, di poter dire di no con il corpo, divincolandosi, spingendo via chi li vuole trattenere, affermando in vario modo la differenza che portano rispetto ai loro genitori. Questo non sempre piace alle mamme e ai papà, un po’ perché sentono di perdere il controllo sul figlio, un po’ perché in generale facciamo più fatica ad accettare ciò che è diverso da noi rispetto a ciò che è uguale. Ma è proprio nella differenza che si costruisce l’identità! Quindi favorire il processo di separazione-individuazione, riconoscendo i figli come persone diverse da noi, diverse dall’idea che avevamo di loro, lasciando progressivamente un maggior spazio di autonomia e di autoaffermazione se non è certo sempre facile e automatico, è tuttavia un regalo fondamentale che facciamo ai nostri figli!

Vittoria Maioli Sanese scrive che così come non può sopravvivere oltre i nove mesi un figlio dentro la pancia, allo stesso modo “muore” se non esce da quel rapporto fusionale dei primi tempi in quanto perde il suo sentimento di esistenza che deriva dal sentirsi protagonisti delle proprie azioni sul mondo.

Separarsi significa accettare di perdere un po’ il controllo, significa avere fiducia che il bambino senza di noi ce la farà, significa essere consapevoli che i figli sono fatti per andare e non per rimanere nel nido, significa essere consapevoli (e renderli consapevoli!) che hanno un corpo proprio e pensieri propri che man mano costruiscono in modo unico ed originale, se viene loro concesso.

Nella mia esperienza professionale e dal confronto con colleghi psicologi, psicoterapeuti, psicomotricisti ritrovo un filo rosso nelle varie situazioni di malessere del bambino: una difficile separazione. A volte si tratta di separazioni precoci, brusche, non elaborate come nel caso dei bambini nati molto prematuramente, ospedalizzati o di mamme che riportano problemi di salute in gravidanza o dopo (e su queste situazioni, ahimè, è spesso la vita che decide, noi possiamo al più lenire la ferita); altre volte però si tratta di separazioni mai avvenute per la necessità del genitore stesso di tenere il figlio vicino o per la paura di lasciare che il bambino vada per la sua strada, faccia la sua esperienza, incontri anche delle frustrazioni o delle difficoltà senza il bisogno di prevedere e prevenire tutto.

Per poter approfondire il tema ho chiesto al Dottor Alberto Pellai, ricercatore e docente presso il dipartimento di Scienze Biomediche dell’Università degli Studi di Milano, di poter rispondere ad alcune domande per aiutare i genitori a riflettere. Pellai è stato ospite a “Educhiamoci – giornate per l’educazione” e “Cambio Gioco”, iniziative organizzate rispettivamente dal Comune di Vittorio Veneto e dall’Ulss6 Euganea di Padova in collaborazione con noi di I AM servizi

Dottor Pellai da che cosa nasce la difficoltà dei genitori di permettere ad un bambino di separarsi da loro? 

Da una parte separarsi dal figlio significa perdere un pezzetto di nutrimento affettivo che per i genitori è anche identitario cioè mi dà un ruolo, mi dà una funzione, mi dà un significato e allo stesso tempo mi fa sentire bene, pensiamo ad esempio a come tenere il bambino nel lettone è una cosa che genera molta tenerezza, un senso di intimità col bambino, quindi c’è dentro una bellezza percepita, una piacevolezza percepita. Il secondo aspetto è che nella separazione il bambino aumenta la sua dimensione di autonomia e quindi perde la dipendenza e questo agli occhi del genitore lo espone ad una quantità maggiore di rischi e di pericoli che attivano i bisogni di protezione: se io ti tengo attaccato a me, se io sono dove sei tu, io sto tranquillo perché non ti succederà niente di male. Inoltre oggi gioca a sfavore la fragilità emotiva dell’adulto che regola male la propria ansia protettiva cercando di azzerare il più possibile qualsiasi genere di rischio e inconveniente nella vita dei propri figli.

A questo proposito che ruolo gioca nella separazione l’iperprotezione e la tendenza a sostituirsi al figlio per evitargli frustrazioni e cadute?

Nell’iperproteggere e nel fare al posto del bambino e risparmiargli l’errore il genitore si sente tranquillo e soddisfatto, gli sembra di rendere il suo bambino molto, molto felice. In effetti un bambino che non vive frustrazioni, cadute ed errori è un bambino che apparentemente sta sempre bene, a cui non è accaduto niente di male, tuttavia è allo stesso tempo un bambino fragile perché non si allena a tollerare e ad affrontare anche quelle esperienze che nella vita non sono piacevoli, ma disagevoli! Quindi un genitore dovrebbe mettere dentro al proprio mansionario del genitore che allenare alla vita non vuol dire solo preparare ai grandi salti nel territorio della bellezza e della collettività, ma anche preparare al tempo della sconfitta, al tempo della fatica, al tempo del disagio che è un compito fondamentale in età evolutiva.

Cosa ne pensa degli allattamenti prolungati e del cosleeping prolungato (spesso anche fino all’età della scuola primaria e oltre)? Concorda con me nel sostenere che queste scelte abbiano delle ricadute negative nella possibilità del bambino di costruirsi come un individuo separato e autonomo?

Questo è veramente uno di quei temi per i quali qualsiasi cosa dici avrai delle persone che ti dicono il contrario perché la ricerca dimostra tutto e il contrario di tutto. Infatti noi abbiamo ricerche che ci dicono che il cosleeping diventa una zona di co-dipendenza e allo stesso tempo abbiamo studi che misurando e valutando il cosleeping dicono l’esatto contrario. In generale quello che credo è che sia molto importante che l’adulto aiuti il bambino a costruirsi un’identità autonoma e in questo la separazione è un passaggio fondamentale! Lavorando con i genitori ci accorgiamo che a volte il cosleeping in realtà è uno dei modi con cui noi raccontiamo una certa impotenza ad educare il bambino al tempo dell’autonomia che è un’educazione impegnativa! A me verrebbe da dire che il cosleeping ha senso nel momento in cui abbiamo la certezza che il bambino sa dormire anche da solo, in autonomia. Se sa fare questo allora gli posso offrire anche il cosleeping nei momenti in cui è ammalato, nel momento in cui ha bisogno, ma se il bambino a cinque o sei anni non sa fare l’esperienza del dormire in autonomia il rischio è davvero grande: questo aspetto lo rende più fragile invece che più forte e allo stesso tempo non gli permette di conquistare quello spazio di crescita necessario per ampliare il suo potenziale di socializzazione, ad esempio non potrà andare a dormire a casa dei nonni, a casa degli zii, a casa di un amico, non potrà fare vacanze se non solo con la mamma e con il papà…Quindi dargli questa competenza e questa abilità del dormire da solo alla fine facilita molto nel bambino l’acquisizione di vantaggi che vanno oltre all’imparare a stare nel suo lettino.

La nostra esperienza ci dice che anche continuare ad allattare il bambino ormai cresciuto e svezzato lo tiene in qualche modo dipendente e quindi più fragile nel momento in cui deve affrontare degli aspetti di socialità che lo allontanano dalla famiglia. Cosa ne pensa?

È così e in realtà vengono spesso citate a questo proposito le linee guida dell’OMS che raccontano anche di un allattamento prolungato oltre i tre anni addirittura, ma quando noi parliamo di linee guida OMS dobbiamo considerare che sono create su scala globale cioè che servono anche per le mamme africane: il cibo più sicuro per un bambino che cresce in territori molto poveri resta il latte della sua mamma. Questa però non è un’urgenza che abbiamo noi nei paesi occidentali. Inoltre, sempre all’interno delle nostre abitudini, dei nostri costumi, del nostro contesto socio culturale, pensare di ridurre il ricorso all’allattamento entro il primo anno o il secondo anno di vita (ognuno poi fa le sue scelte) significa permettere sia al bambino che alla sua mamma di avere il proprio spazio di azione di vita e di esplorazione e questo è fondamentale rispetto al tema che stiamo trattando.

Alla luce di quanto detto fino a qui, quali sono le conseguenze che potrebbe avere a lungo andare il non permettere ai bambini di costruirsi come individui separati e autonomi rispetto ai genitori? In particolare c’è la possibilità di sviluppare altri tipi di dipendenze potenzialmente pericolose o problemi in età adolescenziale o adulta?  

In generale direi che tutte le volte che la protezione è troppa, l’esplorazione diventa ridotta e quindi più noi teniamo un bambino in un territorio dove è molto protetto, più automaticamente limitiamo l’espansione verso quelle zone in cui può scoprirsi autonomo, può scoprirsi se stesso e non invece “se stesso-inglobato-dentro- al-corpo-e-all’esperienza-dell’adulto” che per lui è base sicura! Cioè il concetto di base sicura è un concetto importantissimo che non serve però a tenere appiccicato il figlio a sé: se tu sei una base sicura la prima cosa che senti è la tranquillità nel vedere il tuo bambino che si stacca da te che è l’esatto contrario di molti, molti modelli attuali per cui la base sicura è appiccicata al bambino a cui viene offerta.

Come possono i genitori orientarsi tra tante diverse teorie e tanti diversi modelli?

È molto difficile perché comunque la dici, la sbagli! È come se la stessa scienza non avesse generato una veduta comune. Questo oggi rimane un rischio enorme credo su tutti i temi dell’età evolutiva perché anche se dici ad un genitore (magari anche in una prospettiva molto clinica o scientifica) che la cosa che sta facendo non è la cosa migliore, lui comunque troverà da qualche parte scritto che sta facendo bene, che va bene come sta facendo e quindi non riuscirà veramente ad avere neanche nello scambio con il pedagogista o lo psicologo il sostegno che gli serve perché c’è troppo che viene detto, non sempre da persone competenti, non sempre a ragion veduta e non è una visione comune.

Il Dottor Pellai tratta il tema della separazione anche in alcuni dei suoi libri come “Io gomitolo, tu filo” e “Le mie mani sono le tue ali”. Ne ricaviamo l’urgenza di considerare questo argomento come centrale per il sano sviluppo del bambino e della persona, poiché un mancato raggiungimento dell’autonoma si ripercuote più di quanto potremmo immaginare su molti ambiti della vita tra cui anche la scuola e i rapporti con gli altri, limitandoli e impoverendoli.

A questo proposito il Dottor Stefano Vicari, Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Neuropsichiatria Infantile dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, in un recente articolo scrive: “L’ansia scolastica è un fenomeno in crescita: ne soffre una percentuale compresa tra il 5 e il 28 per cento di bambini e adolescenti. Ma l’ansia che attraversa bambini e adolescenti non è legata, alimentata solo dal contesto scolastico che esaspera la competizione e richiede continue prestazioni. Ha anche a che fare con la difficoltà a confrontarsi con i coetanei, dalla paura del giudizio, di non sentirsi all’altezza del gruppo. Non va nemmeno sottovalutata, tra i possibili fattori dell’ansia scolastica, anche la difficoltà che molti ragazzi manifestano nel separarsi dai genitori, i quali spesso favoriscono poco le autonomie dei propri figli”.

Concludiamo con Kalil Gibran, che nella poesia “I vostri figli”, uno dei suoi componimenti più conosciuti, ci invita ad accettare e incoraggiare la differenza che i figli portano in sé, a lasciarli andare, riconoscendo il loro diritto di essere dissimili rispetto a noi.

I vostri figli non sono figli vostri.
Sono i figli e le figlie del desiderio che la vita ha di sé stessa.
Essi non provengono da voi, ma attraverso di voi.
E sebbene stiano con voi, non vi appartengono.

Potete dar loro tutto il vostro amore, ma non i vostri pensieri.
Perché essi hanno i propri pensieri.

Potete offrire dimora ai loro corpi,
ma non alle loro anime.
Perché le loro anime abitano la casa del domani,
che voi non potete visitare, neppure nei vostri sogni.

Potete sforzarvi di essere simili a loro,
ma non cercare di renderli simili a voi.
Perché la vita non torna indietro e non si ferma a ieri.

Voi siete gli archi dai quali i vostri figli, come frecce viventi, sono scoccati.
L’Arciere vede il bersaglio sul percorso dell’infinito, e con la Sua forza vi piega affinché le Sue frecce vadano veloci e lontane.

Lasciatevi piegare con gioia dalla mano dell’Arciere.
Poiché così come ama la freccia che scocca, così Egli ama anche l’arco che sta saldo.

Dovremmo fare nostre queste parole e trattenere il messaggio importante che veicolano ricordando che se anche potessimo giustificare la preoccupazione dell’arciere di indirizzare la sua freccia nella giusta direzione, per fare centro nella vita, non potremmo mai giustificare la pretesa di rendere uguale la freccia con l’arco.

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Il corpo ha memoria di relazione

Ciascuno di noi è il risultato di una storia, una storia di relazione, che inizia in un tempo molto remoto, indicativamente dalla gravidanza (ma anche prima, nei desideri dei nostri genitori) e che non è dimenticata, ma inscritta dentro di noi, in una memoria arcaica, definita anche memoria implicita o somatica. Questa memoria si forma quando le strutture cerebrali non sono ancora mature per poter produrre un ricordo recuperabile attraverso la parola, più o meno fino al secondo anno di vita, ed è costituita dalle nostre sensazioni amalgamate con le sensazioni di chi in quel tempo si è occupato di noi, primariamente di chi ci ha dapprima sognati, poi concepiti, poi portati in grembo e dati alla luce. È una memoria che conserva quelle che vengono definite oggi dalla psicologia e dalle neuroscienze delle “impronte” che proprio per il loro carattere esclusivamente biologico non possono emergere ed essere recuperate se non attraverso una via simbolica o un canale non verbale come il gioco e tutti gli altri “atti creativi” che servono ad attenuare le tensioni del corpo, sia nel bambino che nell’adulto. Pensiamo ad esempio come dedicarci alla musica, alla pittura, alla fotografia, alla cucina ecc. possa a volte diventare “terapeutico” per la persona! Ognuno sarà più portato verso una o l’altra di queste attività a seconda della predominanza a livello di memoria implicita di sensazioni legate alla vista, al tatto, al gusto, all’olfatto, all’udito, al movimento. Qualcuno arriva a farne addirittura una professione! Ma pensiamo anche alle nostre paure e angosce a cui spesso non sappiamo dare un nome e che comunque ci condizionano, anche se spesso in modo inconsapevole, creando delle tensioni croniche nel corpo.

Le esperienze precoci di relazione e attaccamento sono l’elemento fondamentale per dire come starà al mondo quella persona, come percepirà il mondo, perché al di là del patrimonio genetico con cui ognuno di noi arriva, il bambino alla sua nascita è anche già frutto di una relazione!

E se qualcosa in quel tempo è andato storto? Molti sono i motivi per cui questo può accadere, ad esempio problemi di salute del bambino o della mamma, grandi prematurità che portano a lunghi ricoveri e conseguenti separazioni precoci, situazioni socio-culturali difficili, inadeguatezza nelle cure al nuovo nato ecc. Tutto ciò può portare a delle tensioni nel corpo del neonato e del bambino che difficilmente si distendono in modo spontaneo e che se ripetute possono generare degli affetti di dispiacere che pervadono le varie aree di sviluppo della persona.

Ma per fortuna tutto è plastico, tutto si può riparare. Immaginiamo il nostro cervello come un bosco fatto di tanti sentieri ed immaginiamo cosa accade se percorriamo sempre lo stesso sentiero: quella strada risulterà marcata ed evidente. Ma se noi provassimo a cambiare percorso, scegliendo un’altra via sicuramente sarà quest’ultima a risultare la più battuta, mentre la prima, certo, non scomparirà del tutto, ma non sarà nemmeno più così importante. Uscendo dalla metafora possiamo dire che più ripetiamo esperienze (soprattutto relazionali) che mantengono vive delle memorie arcaiche non funzionali al nostro sano sviluppo, alla nostra distensione, alla nostra apertura agli altri e alla vita, più permettiamo a quegli eventi che ci sono capitati nei nostri primi tempi di definirci. Viceversa, grazie alla neuroplasticità di cui disponiamo, se creiamo nuove modalità, attraverso esperienze di piacere tonico ed emozionale (che sono quelle fondanti la nostra persona!) queste possono sedimentarsi dentro di noi e permetterci non certo di cancellare il passato, ma di non farci troppo condizionare da esso, in particolare di distendere progressivamente le tensioni, permettendoci delle traiettorie di sviluppo più adeguate, sane e armoniose.

Questo è l’obiettivo della PPA, soprattutto a livello di aiuto ed il motivo per cui personalmente la considero una speranza per tutti i bambini, anche per quelli con una storia di dolore molto forte. Ma anche a livello educativo la PPA offre queste opportunità grazie alle possibilità di distensione che vivono i bambini nella sala.

E per gli adulti? A volte capita che i genitori, quando spiego loro cosa sia la pratica psicomotoria, facciano una battuta e dicano: “Servirebbe a me!”. Ebbene, per gli adulti un’attività che offre dei benefici simili è la bioenergetica (Alexander Lowen e Leslie Lowen) che parte dal presupposto secondo cui la nostra risposta alle situazioni della vita dipende dalla quantità di energia di cui disponiamo e da come la utilizziamo. I processi energetici del corpo, ossia la produzione di energia attraverso la respirazione e il metabolismo e la scarica di energia nel movimento, sono in relazione con lo stato di vitalità del corpo, pertanto tensioni croniche o rigidità persistenti (anche a livello inconscio, come quelle registrate appunto nei primi anni di vita), diminuiscono la vitalità, disturbano la salute emotiva e impediscono il naturale e spontaneo movimento della muscolatura e l’autoespressione. Questo sempre partendo dal presupposto, condiviso con la PPA, secondo cui quello che succede nella mente riflette quello che succede nel corpo e viceversa. La bioenergetica diventa quindi anche una forma di terapia che associa il lavoro sul corpo con quello sulla mente per aiutare le persone, attraverso esercizi specifici che coinvolgono il corpo e il respiro, a liberarsi dai blocchi profondi e liberare il proprio potenziale espressivo, fonte di piacere e gioia di vivere.

È bello poter constatare come discipline apparentemente molto diverse tra loro abbiano in realtà finalità comuni e offrano all’individuo, sia adulto che bambino, la possibilità di accedere ad un’esperienza di vita più piena e gratificante! Inoltre anche la bioenergetica, come la PPA, non “attacca il sintomo”, ma piuttosto lo “aggira”, considerando la persona come un intero e non come una somma di funzioni da riabilitare, sostenendo che “ogni stress produce uno stato di tensione nel corpo la quale scompare quando lo stress è stato eliminato. Le tensioni croniche tuttavia persistono anche dopo la scomparsa dello stress che le ha provocate come atteggiamento corporeo o assetto muscolare inconsci. […] Diventa necessario dunque alleggerire questa tensione cronica se si vuole che la persona riacquisti piena vitalità e benessere emotivo” (A. e L. Lowen, “Espansione e integrazione del corpo in bioenergetica”). Inoltre afferma in modo chiaro che è fondamentale il lavoro corporeo per poter far affiorare le memorie arcaiche che con il solo lavoro sul piano verbale non sono recuperabili.

Per concludere possiamo dire che anche quando parliamo di educazione, in tutti i contesti, da quello familiare a quello scolastico, dobbiamo tenere presente quanto riportato fino a qui e confermato dalle neuroscienze negli anni e cioè che non possiamo prescindere dalla relazione con l’altro come non possiamo prescindere dall’unità mente-corpo.

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Come si diventa psicomotricisti PPA?

Quando ho iniziato la mia formazione alla PPA non avevo idea di che viaggio stavo per intraprendere. Al tempo ero studentessa di Psicologia all’Università di Padova, ma volevo calare quel tipo di formazione, che per me è stata una base fondamentale importantissima, anche nella pratica del lavoro con i bambini. Con una cara amica, oggi collega, ho deciso di iscrivermi al primo modulo di formazione alla Pratica Psicomotoria Aucouturier, inizialmente un po’ per curiosità e un po’, diciamolo pure, per provare ad aprire delle possibilità di lavoro nell’ambito dell’infanzia che era il mio principale campo di interesse anche come psicologa. Dedicavo almeno uno o due week end al mese a questa formazione e, dopo circa un anno e mezzo, ho ottenuto un attestato che all’epoca permetteva di svolgere la Pratica Psicomotoria a livello educativo.

Attualmente questa formazione “annuale” non è più sufficiente per poter lavorare con i bambini, soprattutto nei centri privati o proponendosi come operatori esterni presso nidi, scuole dell’infanzia e scuole primarie. Infatti oggi lo psicomotricista PPA è uno specialista che ha una formazione almeno triennale (2400 ore) che comprende la formazione teorica, la formazione personale attraverso la via corporea e il tirocinio osservativo. Per questo motivo, dopo varie vicissitudini di vita privata, ho deciso di riprendere la mia formazione e proseguire per ulteriori due anni, approfondendo il campo dell’aiuto e della terapia somato-psichica per essere a tutti gli effetti una psicomotricista in grado di mettersi in una relazione di aiuto autentico con il bambino. Una volta terminato questo percorso è possibile richiedere di diventare Specialisti riconosciuti presso l’Ecole Internationale Aucouturier, prendendosi l’impegno di promuovere lo sviluppo della PPA, di garantire che venga svolta mantenendo fede ai principi e valori originali su cui si fonda, di mantenere un percorso di formazione continua attraverso la ricerca e l’approfondimento della metodologia Aucouturier e la supervisione del proprio operato, secondo quanto riportato sulla Carta dello Specialista.

La formazione alla PPA ti cambia profondamente. 

È una formazione che punta a sviluppare le competenze e la sensibilità necessarie a comprendere ed accogliere i segnali inviati dal corpo e dalla motricità del bambino e a metterli in relazione con il suo mondo interno, fornendo a ciascuno gli strumenti più adatti per poter proseguire lungo il suo percorso di maturazione, nella piena consapevolezza che ogni cambiamento nel corpo corrisponde ad un’evoluzione sul piano dello sviluppo psicologico del bambino.

È una formazione che ti porta ad accogliere, accettare e rispettare ogni bambino nella sua unicità, originalità e diversità senza alcun giudizio, con l’intenzione autentica di favorire il massimo benessere di ciascuno.

La metodologia si basa su un principio pedagogico che va “dall’esperienza al concetto” come sottolineato da Bernard Aucouturier. Ed è proprio per questo che per noi psicomotricisti diventa fondamentale la formazione personale attraverso la via corporea, perché gli assunti teorici sono importantissimi e da conoscere perfettamente, ma se non “senti” nel corpo e non impari a mettere in relazione ciò che senti, con ciò che agisci, con ciò che pensi non potrai mai comprendere fino in fondo il bambino e aiutarlo a crescere e a stare bene.

Non si tratta di “imparare a fare delle cose”, si tratta di lavorare su se stessi per poter stare in una seduta ed essere lì per il bambino. Si tratta di sentire il proprio corpo, di conoscere le proprie tensioni, di lavorarle per poter stare con il bambino che abbiamo di fronte senza farsi travolgere da quanto ci porta nell’interazione con il suo corpo e le sue emozioni. Allora la teoria prende significato proprio in virtù dell’esperienza personale vissuta, elaborata, studiata, integrata. Non si tratta più di concetti astratti, ma di una vera e propria “conoscenza incarnata”. Questa formazione ha una portata enorme, si imprime nel profondo. E quando lavori con il bambino l’obiettivo non è più semplicemente “fare la seduta”, ma porsi in una relazione di aiuto a diversi livelli con coscienza, con apertura, con empatia, con la consapevolezza di cosa si può fare davvero per l’altro che è con noi. Allora l’espressività motoria del bambino non ti può travolgere, è possibile stare nel turbine di azioni ed emozioni che i bambini portano, è possibile slegarsi dal giudizio che ci induce spesso a “fare qualcosa per provare a cambiare quel bambino”, è possibile darsi un tempo, attendere, stare nell’incertezza senza bisogno del risultato immediato. Si fa più attenzione al proprio corpo, ai segnali che manda, alle risonanze tonico-emozionali reciproche, al non verbale, si comprende l’importanza di essere lì in quel momento e in quello scambio con il bambino. Si comprende il valore del simbolo, della metafora per comunicare senza invadere l’altro, ma rispettandolo nella sua persona.

Questo sancisce un’importante differenza con tante attività che vanno sotto il nome di “psicomotricità” che si avvicinano più ad un’attività motoria che ad un lavoro profondo sulla persona bambino come quello offerto dalla PPA, noi non ci formiamo ad insegnare esercizi ai bambini, a proporre attività motorie che stimolino funzioni superiori. E sancisce un’importante differenza anche rispetto ad interventi terapeutici riabilitativi che hanno come obiettivo quello di lavorare su una particolare funzione che può risultare per qualche bambino “compromessa”.

Lo psicomotricista PPA non si concentra sul sintomo, ma lo aggira, incontra il bambino come un tutto unico e entra in un’ inter-azione che si basa sul piacere reciproco dello scambio, accoglie e restituisce, all’interno di un quadro specifico in cui deve essere garantito il registro simbolico, nell’idea che lo sviluppo proceda non per “allenamento di funzioni”, ma mano a mano che tutte le parti si integrano nell’unità, dal basso verso l’alto, dalla profondità verso la superficie, dai piedi ben ancorati al suolo alla mente, dal corpo al linguaggio e al pensiero.

La PPA sia a livello educativo che di prevenzione e aiuto terapeutico non può e non deve essere svolta da persone non formate in questo modo e in continuo aggiornamento.

In Italia ci sono diversi Centri di formazione alla Pratica Psicomotoria Aucouturier, con Formatori e Formatrici riconosciuti dall’Ecole Internationale Aucouturier, come l’ARFAP di Bassano del Grappa, dove io stessa mi sono formata, il centro CRESCERE di Torino e IL GLOBO di Brescia.

Bernard Aucouturier li definisce così: “Ogni Centro di Formazione è un centro di cultura dove il Formatore svilupperà una filosofia umanista che trascenderà i suoi atti e le sue parole.”

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Psicomotricità o Pratica Psicomotoria?

Il termine psicomotricità si riferisce all’integrazione tra gli aspetti del corpo, della mente e delle emozioni dell’individuo, dall’inizio della vita in poi, con particolare riferimento al fatto che mentre si compie un’azione sul mondo questa ha delle ricadute sulle conoscenze che l’individuo acquisisce e sui suoi pensieri. Nello specifico il cervello non è fatto primariamente per pensare, al contrario di quanto si potrebbe credere, ma proprio per sentire ed è sulla base di ciò che l’individuo percepisce attraverso i sensi che è in grado di crearsi una rappresentazione del mondo e dei pensieri. Quindi nel termine psicomotricità è contenuto il riferimento al legame importantissimo che c’è tra azione, affettività e pensiero che non possono essere visti come separati tra loro, come si riteneva erroneamente in passato, ma come un tutto unico: l’essere umano interagisce con l’ambiente come un tutt’uno. Va da sé che la psicomotricità dell’individuo si sviluppa lungo tutto il corso dell’esistenza e in molti contesti differenti, a seconda delle esperienze che l’individuo stesso compirà e che andranno ad arricchire la sua persona.

Il termine pratica psicomotoria invece si riferisce ad un’attività specifica che offre ai bambini un contesto (o quadro) ben definito in cui viene accolta e accompagnata a progredire l’espressività motoria di ciascuno: in uno spazio e un tempo specifici e con del materiale con caratteristiche precise la pratica psicomotoria fa progredire la capacità di ognuno di esprimere la propria interiorità attraverso il corpo e il movimento all’interno di una dimensione simbolica in cui il bambino sente di poter manifestare anche contenuti affettivi e cognitivi forti e distruttivi per la sicurezza fisica ed emotiva che viene garantita dallo psicomotricista. Il bambino vive delle sensazioni, a partire dal suo agire spontaneo, che risvegliano e “mettono in moto” immagini e pensieri per lo più inconsci e vanno ad alimentare il suo gioco il quale diventa in questo modo una narrazione della sua storia personale. Il bambino così non solo porta fuori di sé ciò che sente o che ha in mente (i suoi pensieri e le sue emozioni più profonde), ma impara anche a controllarlo, “studia” gli effetti della sua azione sul mondo esterno, evolve ed apprende. Agire spontaneamente in questo modo significa dunque creare pensiero e permettere al bambino, grazie all’aiuto dello psicomotricista, di mettere in relazione, attraverso legami di senso, quanto sente (il suo mondo interno) con quanto pensa. In altre parole aiuta a mantenere, accrescere, rinforzare o recuperare questo legame tra corpo, emozioni e mente (o anche azione, affettività e pensiero) di cui abbiamo precedentemente parlato che è alla base del benessere della persona poiché in sua assenza si instaura la difficoltà fino alla patologia.

Martina Agnoli

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La Pratica Psicomotoria Aucouturier

La Pratica Psicomotoria Aucouturier (di seguito indicata con l’acronimo PPA) è un’attività specifica tesa a promuovere la salute psichica del bambino che si esprime attraverso le vie del corpo, del gioco e dell’azione. Essa permette di far progredire l’espressività motoria di ciascuno, cioè la possibilità di raccontare il suo mondo interno, il suo benessere e malessere, proprio attraverso queste vie.

Perché questo è importante? Perché permette la distensione di quelle tensioni interne e di quei “nodi” emotivi che se non vengono in qualche modo “portati fuori da sé” rimangono nel corpo e possono dare origine a somatizzazioni, delle vere e proprie rappresentazioni attraverso il corpo dello stato interno della persona, delle sue tensioni, talvolta della sua storia di sofferenza. Alcuni esempi di somatizzazione possono essere problemi o difficoltà a carico degli organi, a livello di respirazione, digestione, pelle, problemi a carico delle funzioni sensoriali, dei muscoli, delle articolazioni, delle ossa, ipertonicità o ipotonicità, ma anche difficoltà nella motricità globale o fine, nell’esplorazione dell’ambiente, nella relazione con gli altri, difficoltà nel gioco spontaneo, nella regolazione del gesto con passaggi all’atto esplosivi, improvvisi, aggressivi, difficoltà a costruire il proprio Sé e poco interesse per le attività di creazione. Quando queste manifestazioni corporee non hanno un’evidente causa organica, può trattarsi di somatizzazioni di diversa natura e gravità che portano, se non opportunamente trattate, per esempio con la terapia somato-psichica che è uno dei livelli a cui si può sviluppare la PPA, ad un malessere esistenziale che accompagna l’individuo lungo tutto il corso della sua vita.

È importante però sottolineare che la possibilità di esprimere i propri stati interni con i mezzi più consoni in relazione all’età (e fino ai 7/8 anni circa il mezzo privilegiato è il gioco spontaneo, per poi passare ad altre forme di espressione tra cui anche il linguaggio verbale) è fondamentale per tutti i bambini, non solo per quelli che manifestano delle difficoltà specifiche, poiché assume un importante valore educativo e preventivo permettendo al bambino non solo di distendere e “diluire gradualmente” le sue naturali tensioni, ma anche di affinare sempre di più quella capacità di rappresentare ciò che sente. Questo è fonte di benessere e garanzia della possibilità di trovare dentro di sé quelle risorse che servono per superare le imprevedibili difficoltà che la vita ci mette davanti. “È bene ricordare che il gioco è esso stesso una terapia” scriveva Winnicot.

La PPA nasce dalle intuizioni di Bernard Aucouturier negli anni ‘70 del secolo scorso, quando il giovane Bernard, a contatto con bambini molto compromessi a livello fisico e con altri considerati “difficili” per il loro comportamento, sperimentò come un ingaggio corporeo ed emozionale, in cui lo scambio attraverso il  linguaggio verbale era minimo e non vi era nessuna pretesa di insegnare direttamente qualcosa, quanto piuttosto l’intento di far vivere giochi tonicamente ed emozionalmente molto stimolanti, portava a dei cambiamenti importanti sia nel comportamento che nella predisposizione all’apprendimento di questi bambini. Cominciò quindi a creare delle proposte educative centrate sull’espressività del corpo, fino a proposte di aiuto terapeutico, convinto che l’incontro con il bambino ad un livello non verbale fosse l’unico punto di partenza possibile per tutta la sua evoluzione futura (motoria, affettiva, dell’immaginario e cognitiva) e sostenuto in questo dalle conferme che progressivamente giungevano dagli studi in ambito neuropsichiatrico, psicologico, psicanalitico a cui continuamente si rifaceva. Propose un approccio globale in cui tutte le funzioni venivano sollecitate nello stesso momento (importantissima differenza rispetto ad approcci riabilitativi che si concentrano su un’unica funzione “danneggiata”), un approccio che considerava quindi la persona nella sua unità di corpo, mente ed emozioni e che poneva il piacere condiviso, la reciprocità degli scambi e l’ascolto emozionale attento e presente come punti fondamentali per la maturazione del bambino.

(Per approfondimenti si veda il sito dell’Ècole Internationale Aucouturier: www.eia-ppa.org)

La Pratica Psicomotoria Aucouturier è quindi sostenuta oggi da numerose scoperte e conferme neuroscientifiche che si sono susseguite negli anni principalmente in due ambiti che rappresentano i presupposti su cui si fonda la pratica stessa.

Il primo è il concetto di “mente incorporata” ossia l’esistenza di un legame profondissimo e imprescindibile tra corpo, azione, emozione e cognizione del bambino: la mente è nel corpo, “non c’è nulla nella mente che prima non sia stato nei sensi” scrive Mauro Polacco nel suo libro “Psicoterapia quasi senza parole”, ribadendo come lo psichismo del bambino si costruisca a partire dall’esperire il mondo attraverso i sensi grazie all’aiuto di “un altro”, in primis la mamma, che dà senso alle esperienze che il piccolo bambino vive trasformandole in pensieri e in parole. Questo pone al centro anche il tema dell’interazione con l’ambiente come fattore determinante per la crescita del piccolo di cui avremo modo di parlare in altri approfondimenti.

Il secondo punto fondante la PPA è l’importanza del gioco spontaneo, da intendersi come il mezzo più immediato con cui il bambino racconta della sua storia personale, gioco che prende origine da quella che viene definita memoria implicita o memoria somatica, che contiene le tracce dei primissimi scambi tra il bambino e la mamma a partire dalla gravidanza e durante i primi due anni di vita del bambino. Di queste interazioni precoci noi non ricordiamo nulla, tuttavia esse non sono dimenticate e, anzi, sono estremamente importanti poiché continuano a condizionare tutta la nostra vita affettiva, emozionale e cognitiva, quindi in effetti la persona che siamo, lungo tutto il corso della nostra esistenza. Questa memoria arcaica alimenta un serbatoio inconscio di immagini le quali, proprio per il carattere esclusivamente biologico della memoria di corpo, non possono essere recuperate a parole, ma possono affiorare solo attraverso una via simbolica, ad esempio, appunto, quella offerta dal gioco spontaneo nel bambino oppure, per noi adulti, alcune attività artistiche a cui possiamo dedicarci. Per il bambino il gioco spontaneo è il canale elettivo con cui può “dar voce” senza parole alle sue immagini e alle sue emozioni più profonde.

Ma perché è così importante poter giocare queste immagini, cioè tradurle in azioni? Ci rispondono le neuroscienze che dimostrano che mentre giocano spontaneamente i bambini costruiscono la loro rappresentazione di sé e del mondo, i loro pensieri e la loro persona; riescono a distendere le tensioni, riescono a rassicurarsi rispetto alle loro angosce, a trovare soluzioni di fronte alle difficoltà, a sopportare anche la frustrazione e dare un senso a ciò che vivono; riescono a prendere un po’ di distanza dalle loro intense emozioni, a non restare imprigionati in esse, a non lasciare che la pulsione guidi l’azione, ma a permettere che ci sia in mezzo un pensiero.

È il coinvolgimento corporeo ed emotivo (ossia l’agire a partire dalla sensazione e dall’immagine che grazie ad essa si risveglia) che sostiene e permette i processi di apprendimento. Perfino il linguaggio può essere definito come “un sapere del corpo” che si può acquisire solo tramite l’imitazione e la pratica esattamente come i movimenti.

Quindi a noi forse sembra banale, ma per i bambini il gioco è importantissimo e talmente reale che può far cambiare delle cose, anche a livello psichico, proprio perché muove ormoni e neuroni.

Al centro della PPA c’è dunque il gioco spontaneo e saper dare un senso al gioco del bambino, leggendo il suo legame con la storia personale di ciascuno, è proprio uno degli aspetti più importanti del lavoro dello psicomotricista. Un bambino che riesce a esprimere la sua interiorità attraverso questa via simbolica offerta dal gioco spontaneo è un bambino che potrà trovare dei mezzi per rassicurarsi in merito alle sue paure, per superare le difficoltà, per affrontare i problemi senza farsi troppo pervadere dalle emozioni che vive, ma creando progressivamente quella distanza che rende, contemporaneamente più stabili e centrati nel corpo, più regolati nelle emozioni e più lucidi e organizzati anche sul piano dei pensieri.

Tuttavia, sebbene forse non sia facile immaginarlo, non tutti i bambini riescono a giocare spontaneamente in questo modo, alcuni fanno fatica per diverse ragioni. Proprio per questo la PPA si sviluppa a due livelli: quello educativo e quello di prevenzione e di aiuto, fino all’aiuto terapeutico.

A livello educativo la PPA si configura come un accompagnamento ad una sana ed armoniosa maturazione psicologica e si rivolge a quei bambini che non presentano particolari difficoltà a casa, a scuola, nelle relazioni, nella regolazione delle loro emozioni. In questo caso gli obiettivi del lavoro in sala saranno favorire al massimo lo sviluppo della funzione simbolica che permette al bambino di rappresentare i suoi stati interni, il suo benessere e malessere, attraverso il gioco, l’azione e la creazione; permettere di conseguenza tutti i processi di rassicurazione profonda che portano ad un benessere globale e favorire la capacità di prendere distanza dalle emozioni e dar loro un senso per poter infine arrivare ad esprimerle senza agirle. Questo è ciò che permette anche di essere più aperti a tutti gli apprendimenti, compresi quelli scolastici, e al pensiero.

Accedono invece alla PPA di aiuto in piccolo gruppo o individualizzato quei bambini che presentano delle difficoltà a casa o a scuola, che non riescono spontaneamente ad utilizzare il gioco come un mezzo per rappresentare i loro stati interni, per rassicurarsi profondamente e arrivare alla decentrazione tonico-emozionale sopra descritta. Sono bambini che “trattengono” delle emozioni nel corpo sottoforma di vere e proprie somatizzazioni, come accennato in apertura. Permangono per questo in uno stato di agitazione o inibizione motoria, manifestano spesso comportamenti indesiderati come scoppi di rabbia, aggressività, difficoltà nell’ascolto di adulto e pari, presentano delle paure eccessive o apparentemente immotivate, possono avere difficoltà con il sonno, con l’alimentazione, con il controllo sfinterico, difficoltà di linguaggio, di concentrazione, di pianificazione delle azioni, di organizzazione dei pensieri, fino alle difficoltà di apprendimento non supportate da cause organiche accertate (ad esempio handicap, disturbi specifici ecc.).

È necessario in questi casi un intervento di aiuto a vari livelli, dalla prevenzione, affinchè le suddette difficoltà non si sedimentino, fino alla terapia, che potrà svolgersi in piccolo gruppo o individualmente e che avrà come obiettivo principale quello di ampliare le possibilità di comunicazione del bambino, accogliendo e comprendendo i segnali inviati dal corpo e dalla motricità e mettendoli in relazione con il suo mondo interno per far prendere loro senso e ripristinare così quel legame somato-psichico fondamentale per stare bene.

Punto cardine della PPA sia a livello educativo che di prevenzione e aiuto è il piacere. In particolare, il piacere di agire, di correre, di saltare, di scivolare, di arrampicare, di distruggere grandi torri di cuscini, di identificarsi. Questo è il punto di partenza di un itinerario di maturazione psicologica che conduce fino al piacere di pensare, progettare, creare, parlare, comunicare. Condividere o restaurare il principio di piacere è ciò che permette la profonda trasformazione della persona e che fa sì che la PPA possa essere una speranza e un aiuto straordinario per ogni bambino, anche per quello maggiormente in difficoltà.

Per riprendere Polacco “la PPA nel suo più recente sviluppo si inserisce perfettamente nella rilettura che della psicoterapia hanno fatto le neuroscienze e, soprattutto, nella rilettura psicodinamica della teoria dell’attaccamento per l’importanza data alla relazione, all’empatia, al coinvolgimento del corpo nell’informazione emotiva, all’acquisizione dell’identità”.

Martina Agnoli

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Perché un sito sulla pratica psicomotoria?

Il sito www.praticapsicomotoria.it nasce dall’intenzione di far conoscere in modo semplice, a chiunque ne sia interessato, vari aspetti dello sviluppo infantile e della genitorialità, con un focus particolare su un’attività che rappresenta uno straordinario aiuto alla maturazione psicologica di ogni bambino, ma che è ancora oggi, a mio sentire, poco conosciuta e ancor meno compresa, motivo per cui spesso non le viene riconosciuta la giusta importanza e il giusto valore. Si tratta della Pratica Psicomotoria alla quale ho iniziato ad interessarmi e formarmi agli anni dell’Università, mentre studiavo Psicologia nell’Ateneo di Padova e alla quale nel tempo mi sono appassionata a tal punto da renderla oggi uno degli strumenti principali del mio lavoro. Questo perché c’è stato un momento in cui ho sentito chiaro dentro di me che lavorare “a tavolino” con bambini in difficoltà non mi permetteva di aiutarli come avrei voluto e non mi permetteva soprattutto di raggiungere uno degli obiettivi principali che mi proponevo come psicologa dello sviluppo, ossia prevenire, se possibile, quel malessere causa di grande sofferenza.

Ho ripreso così la formazione alla Pratica Psicomotoria, in particolare alla Pratica Psicomotoria Aucouturier, che inizialmente avevo abbracciato fermandomi al livello educativo, approfondendo il campo dell’aiuto e della terapia somato-psichica e ho trovato in essa uno strumento eccezionale che partendo dal corpo, in particolare dal corpo in relazione, si prende cura della salute psichica del bambino che si esprime attraverso le vie del gioco e dell’azione, canali con cui egli può “dar voce” alle sue emozioni e ai suoi pensieri più profondi e parlare senza parole di se stesso. Mi occupo di quelle “impronte” inscritte nella memoria del corpo, una memoria dal carattere esclusivamente biologico, che si forma quando ancora le strutture cerebrali non sono mature per poter tenere ricordi recuperabili a parole. Oggi sappiamo che queste impronte sono responsabili, più di qualunque altra esperienza, nel determinare la persona che diventeremo, il nostro benessere, i nostri bisogni, le nostre ambizioni, le nostre scelte ed anche, appunto, il nostro malessere.

A volte è sufficiente accompagnare il bambino a trovare soluzioni a delle piccole difficoltà affinché il corso del suo sviluppo possa procedere senza particolari intoppi, altre volte è necessario “riparare” le ferite o mancanze per prevenire che esse si sedimentino in modo stabile come tracce dolorose nel corpo.

La Pratica Psicomotoria Aucouturier riesce in questo senso ad offrire una speranza ad ogni bambino, anche a quelli in estrema difficoltà, ascoltando, trasformando e dando un senso a quanto viene espresso dal “non verbale”, dalle vie simboliche del gioco e della creazione e ritornando al corpo e alle sue memorie, là dove nessuna terapia che si basa solo sulla parola può arrivare.

Proprio per questi motivi credo valga la pena di farla conoscere il più possibile, cercando di farne comprendere il valore e l’utilità, con degli approfondimenti che possono aiutare genitori, educatori, insegnanti, ma anche altre figure professionali che si occupano di infanzia a capire i bisogni dei bambini, le loro modalità comunicative, i segnali di malessere che ci inviano e molti altri aspetti del loro sviluppo per essere adulti in connessione con loro, presenti nel loro percorso di crescita, attenti alla loro salute.

Sono oggi una Psicologa dello sviluppo e dell’intervento nella scuola, iscritta all’Albo degli psicologi del Veneto dal 2010 e una Psicomotricista formata alla Pratica Psicomotoria Aucouturier e riconosciuta Specialista presso l’EIA (Ecole International Aucouturier). Integrando le conoscenze provenienti da questi percorsi di studi e dalla formazione continua in entrambi gli ambiti con quelle interessantissime provenienti dal settore delle neuroscienze, soprattutto delle neuoroscienze affettive, sono giunta ad occuparmi di prevenzione e di aiuto, intendendo il mio lavoro come una modalità di “prendersi cura” del bambino e non semplicemente di “curare” il suo malessere o la sua patologia, il che mi permette di guardare alla persona e di andare oltre al concetto di remissione dei sintomi. Nella nostra formazione impariamo ad accogliere, ad ascoltare, a riconoscere l’altro e a restituire a ciascuno la propria dignità e la speranza necessaria per il proprio futuro.

Proprio per questo ho il desiderio che la Pratica Psicomotoria possa entrare nella vita di quanti più bambini possibile, valorizzandoli nella loro essenza, con la promessa di provare a stare meglio, insieme. Infatti, solo insieme ad uno specialista che possa meravigliarsi con lui e essere per lui specchio del piacere che egli prova nel poter dare ascolto alla propria interiorità e nel poterla esprimere attraverso la propria azione sul mondo, il bambino sente di esistere e vive una profonda trasformazione a livello neurobiologico che lo cambia nel corpo, nelle emozioni, nella sua possibilità di crescere come una persona intera e integra, che sta bene con sé e con gli altri.

“Diventa chi sei” diceva Jung alludendo alla possibilità per ciascuno di poter manifestare il proprio potenziale se gli viene concesso di esprimersi. Questa la speranza che vorrei dare ad ogni bambino, questo l’intento con cui giorno dopo giorno io mi realizzo nel lavoro che faccio.

Martina Agnoli