14 Gennaio 2026

Il mignolino – L’errore di chi educa con la paura

Impostare l’educazione dei bambini sulla paura lascia tracce nella persona che non passano con il tempo e che portano a sentirsi continuamente minacciati e in pericolo, insicuri e non meritevoli di amore.
Quando pensiamo che educare con la paura “non abbia mai fatto male a nessuno” stiamo commettendo un grave errore.
Tempo di lettura: 3 min

C’è un bambino (ce ne sono molti veramente!) che ha imparato che quando non si comporta bene, quando fa qualcosa di sbagliato, l’adulto che è con lui reagisce in modo aggressivo: gli urla contro, lo strattona, lo punisce e a volte lo malmena. Questo bambino ha tre anni e ha paura. A volte lanciare un gioco, urtare un compagno, combinare un guaio è inevitabile alla sua età, è letteralmente più forte di lui. Eppure chi è con lui gli ha fatto sentire tante volte, troppe volte, abitualmente, che è un “bambino cattivo”.

Questo bambino ha imparato che per far calmare l’adulto e “fare pace” può allungare il mignolino della mano destra in modo che l’altro possa stringerlo, allungando a sua volta il mignolo. Insomma un incrocio di dita che è un segnale di resa.

Giocavamo in sala, nella nostra ora settimanale di aiuto psicomotorio. Lui faceva il piccolo cagnolino assetato, io gli porgevo una ciotola piena di palline, l’acqua. Lui fingeva di bere, ma poi con gran piacere faceva volare tutte le palline in aria, lasciandole cadere sparpagliate nel pavimento. Io mi apprestavo a raccoglierle dicendo a voce alta: “Guarda qui che malanno, tutto il pavimento bagnato!” e lui rideva a crepapelle. Abbiamo ripetuto questa scena molte volte, poi a un tratto ho detto: “Se lo prendo eh!” e ho cominciato a fingere di acciuffarlo. Il mio volto non era minaccioso, sorridevo, e con le mani facevo come per prenderlo. Lui scappava, rideva. Poi svelto si è nascosto in un luogo che avevamo precedentemente costruito e io ho iniziato a cercarlo: passavo accanto, facevo sentire i miei passi, continuavo a ripetere: “Dove si è nascosto? Se lo prendo eh!”. Facevo appositamente salire la tensione, i bambini amano questo gioco, ma evidentemente ho fatto una previsione sbagliata rispetto a quanto potermi spingere in modo che per lui il livello di tensione fosse ancora assumibile. Quando mi sono accucciata vicino al suo nascondiglio lui era seduto, fermo, con gli occhi sbarrati e il mignolino teso nella mia direzione. Non stava più giocando.

Quando pensiamo che educare con la paura “non abbia mai fatto male a nessuno” stiamo commettendo un grave errore. Gli studi che abbiamo a disposizione ci dicono che:

  • la paura non serve a educare! La paura blocca, la paura agita, la paura genera nel bambino l’idea che è sbagliato, la paura mortifica, la paura lascia segni nel corpo sottoforma di tensione, rigidità, bisogno di controllo;
  • la paura viene generalizzata e quindi percepita anche in contesti diversi rispetto a quello in cui è stata appresa. Questo per un’associazione (anche inconscia) tra stimolo e risposta. Tanto per intenderci: il bambino riconosce la sala di PPA come un luogo di gioco, di sicurezza fisica e affettiva e di libera espressione del sé, un luogo in cui non ha mai sentito l’adulto alzare la voce, strattonare o punire, ma la sua esperienza in altri contesti è stata talmente pervasiva da portarlo a generalizzare l’apprendimento “se faccio qualcosa di sbagliato sarò punito fisicamente o verbalmente” e riattualizzarlo in un contesto che nulla ha a che fare con l’apprendimento originale;
  • una volta fissata la paura non se ne va da sola, non è solo “questione di tempo”, è necessario riscrivere nuove memorie di sicurezza con un lavoro molto profondo e specifico come quello che si fa nell’aiuto psicomotorio terapeutico.

Aggiungo ancora una riflessione: spesso gli adulti che reagiscono abitualmente in modo aggressivo di fronte ai comportamenti “pulsionali” dei bambini sono stati a loro volta bambini spaventati. L’urlo, il comportamento che esce dal prevedibile e dalla possibilità di controllo, la confusione tipica dei piccoli possono rappresentare ancora oggi una minaccia per quegli adulti.

Se queste parole ci toccano da vicino, soprattutto se siamo genitori o insegnanti, dobbiamo riflettere e scoprire come sia possibile e utile interrompere la catena. I bambini hanno bisogno di adulti che rispondono, non che reagiscono, che contengono con fermezza, non con violenza, che comprendono, non che giudicano.