Ogni anno noi Specialisti nella Pratica Psicomotoria Aucouturier riconosciuti dall’EIA (Ecole International Aucouturier) ci ritroviamo per due giornate di scambio e condivisione su temi che ci riguardano come professionisti, ma che ci fanno interrogare anche su come garantire che il nostro lavoro incontri realmente i bisogni dei bambini e delle famiglie del mondo attuale.
Se è vero infatti che lo Specialista PPA deve mantenere fede in modo rigoroso ai principi fondanti la nostra Pratica e al quadro che essa propone per favorire lo sviluppo del bambino, la sua maturazione psicologica e il mantenimento, il rafforzamento o l’instaurarsi del legame somato-psichico necessario per la salute della persona, è vero anche che è necessario avere sempre presente la realtà in cui la nostra proposta si inserisce, una realtà mutevole, spesso instabile, in cui non sempre i bisogni dei bambini sono tenuti in giusta considerazione. Una realtà in cui vengono fatte tante proposte alle famiglie che talvolta disorientano più che rassicurare, che confondono più che permettere ai genitori di mettere a fuoco ciò che è veramente importante, in primis la relazione.
Il bambino, ci ricorda Aucouturier, ha bisogno non solo di sentire che la sua azione ha successo, ma anche che l’adulto che sta con lui, fin dal principio, prova piacere nel trasformarsi insieme a lui.
“Il successo dell’azione condiziona l’evoluzione del bambino ed è indissociabile dal piacere che prova la madre nel riceverla. Soltanto un ambiente malleabile e trasformabile garantisce infatti l’evoluzione del bambino. Sembra che questo processo possa valere durante tutta la vita.” (B. Aucouturier, “Il metodo Aucouturier”).
Questa reciprocità negli scambi è quindi una condizione indispensabile. Lo psicomotricista lo sa bene perché in sala è chiamato a trasformarsi a livello tonico ed emozionale con il bambino e questo risulta il punto più importante nell’aiuto terapeutico.
Ma questo ci ricorda anche l’importanza che negli scambi precoci e successivi tra la figura di cura e il bambino ci sia equilibrio nel considerare la relazione come un mezzo per il soddisfacimento dei bisogni (fisiologici ed emotivi) del bambino e come un fine. Il fine è il piacere reciproco che si prova nello stare insieme, all’origine della possibilità di aprirsi all’intersoggettività. Se noi ci sbilanciamo e badiamo unicamente a corrispondere i bisogni in modo meccanico, senza piacere e trasformazione alcuna, manca un pezzo fondamentale e il bambino lo sente e lo manifesta; così come se presi e “annebbiati” dal piacere fusionale del contatto e dello stare insieme confondiamo i bisogni del bambino e scambiamo, ad esempio, la richiesta di affetto, di sguardi, di limite per una richiesta di cibo, di cose materiali o per un “capriccio”.
Un adulto che si lascia trasformare nella tonicità, nei gesti, nella postura, nel tono della voce offre al bambino il migliore ambiente di sviluppo. Ne abbiamo immenso bisogno in famiglia, ma anche a scuola e nelle realtà che il bambino frequenta nel tempo libero. Dobbiamo provare a fare lo sforzo di andare proprio lì dove il bambino ci chiede per quanto costi fatica e pensiero.
I bambini hanno bisogno di stabilità come condizione fondamentale alla creazione di un attaccamento sicuro, ma anche di malleabiltà, di un ambiente che si modifica per venire loro incontro, accoglierli ed incontrarli nei loro bisogni più profondi che dobbiamo riconoscere, anche se non sempre necessariamente possiamo soddisfare. Dobbiamo garantire a ciascuno di poter esprimere la differenza che porta! Non possiamo proporre situazioni “rigide” a cui è il bambino a doversi adattare, come se non ci fosse emozione, come se non ci fosse storia dentro ognuno di noi!
In questo delicato equilibrio lo psicomotricista gioca la sua opera di aiuto e credo che oggi la proposta della PPA sia assolutamente attuale, coerente e rispondente a quanto viene chiesto dai bambini. Credo che la nostra formazione continua come Specialisti ci permetta di rimanere aperti a guardare il bambino e i genitori andando oltre “quello che si vede e quello che si dice”, dando senso alle storie di relazione senza giudizio e con disponibilità ad un aiuto concreto a crescere insieme, mettendo radici stabili nel difficile compito di essere famiglia. È questo che sostiene negli inevitabili momenti di difficoltà ed incertezza che la nostra realtà continua a farci conoscere.
Oggi abbiamo il riscontro oggettivo che quello che facciamo nella relazione di aiuto modifica le reti neurali e produce reale cambiamento, questo non è più confutabile grazie agli studi di Kandel che ha dimostrato scientificamente che è l’ambiente più della genetica a determinare l’evoluzione e lo sviluppo di un bambino (per approfondire è possibile rivedere l’intervento del dottor Mauro Polacco dal titolo “Eric Kandel: epigenetica, educazione e relazioni di aiuto” all’interno della quarta edizione di Educhiamoci): ciò che viviamo all’interno di una relazione ha ricadute sulla nostra individualità, sulla formazione della nostra persona e questo vale lungo tutto il corso della nostra esistenza, sebbene il momento cruciale sia rappresentato dal tempo della gravidanza e dei primi due anni di vita.
Noi tutti, genitori, insegnanti, educatori, professionisti della cura, siamo ambiente per ogni bambino che incontriamo e questo deve farci maturare la profonda consapevolezza della responsabilità che abbiamo nel condizionare la sua crescita e il suo benessere.