17 Marzo 2026

La fame silenziosa

In una società sempre più frammentata e ossessionata dall'immagine corporea, i nostri ragazzi rischiano di smarrirsi, cercando nel controllo del cibo e del peso un rifugio illusorio dalle angosce e dal vuoto relazionale. In questo approfondimento, basato sull’incontro “Nutrirsi di relazione. Non sei un numero sulla bilancia!” curato dal dott. Leonardo Mendolicchio, psichiatra e massimo esperto in disturbi del comportamento alimentare, durante la seconda edizione del festival "Educhiamoci" (promosso dal Comune di Vittorio Veneto e organizzato da I AM), esploriamo le dinamiche profonde che legano il corpo, il nutrimento e la sofferenza giovanile.
Non esistono educatori o genitori infallibili, esistono quei genitori pericolosi che non vogliono ammettere i loro errori e che non ammettendo i loro errori li ripetono. Leonardo Mendolicchio.
Tempo di lettura: 3 min

Quando il cibo diventa il linguaggio del disagio

Nel panorama contemporaneo, caratterizzato da una crescente complessità sociale e da una trasformazione radicale delle modalità di interazione, il tema dei disturbi del comportamento alimentare (DCA) emerge non solo come una sfida clinica, ma come un segnale d’allarme pedagogico e culturale. Spesso, quando si parla di anoressia, bulimia o dipendenze da cibo, l’attenzione si focalizza erroneamente sul numero che appare sulla bilancia o sull’estetica corporea. Tuttavia, un’analisi approfondita rivela che tali manifestazioni sono, in realtà, il sintomo di una “fame” ben più profonda: una fame di relazioni autentiche e nutrienti.

La metafora del nutrimento: il cibo come legame

Per comprendere la natura di questi disturbi, è necessario ribaltare la prospettiva. L’atto del mangiare non è solo un bisogno biologico, ma il primo, fondamentale atto di conoscenza che l’essere umano compie fin dalla nascita. Attraverso l’oralità, il bambino inizia a distinguere il mondo esterno, a introiettare la storia, le culture e le tradizioni familiari.

In questo senso, il cibo diventa un potente significante. Quando un disturbo alimentare irrompe in una famiglia, la prima cosa a “saltare” è spesso la tavola, intesa come luogo di ritualità e condivisione. Questo accade perché il cibo è diventato il terreno su cui si proiettano le inquietudini, le paure e le fragilità. Se le relazioni umane diventano meno “nutrienti” – ovvero meno capaci di sostenere, ascoltare e validare l’individuo – il soggetto cerca risposte alternative. Il cibo, in questo contesto, viene utilizzato per “anestetizzare” il dolore, la solitudine o il senso di abbandono, diventando un feticcio su cui costruire una falsa sicurezza.

I segnali d’allarme: oltre l’apparenza

Uno degli inganni più pericolosi in cui può cadere il mondo adulto – genitori e insegnanti – è quello di interpretare il successo scolastico come sinonimo di benessere. Al contrario, una ragazzina o un ragazzino che, all’esordio di un disturbo alimentare, inizia a esasperare la propria abnegazione allo studio, diventando ossessivamente perfezionista, sta spesso mettendo in atto un meccanismo di difesa.

La rigidità applicata ai voti e alla performance scolastica è la stessa che viene applicata al corpo e al peso. Quando si nota un’estremizzazione della performatività, unita a una ritrosia verso la socializzazione o a un cambiamento repentino nell’umore (diventando più irascibili o isolati), è necessario che scatti un campanello d’allarme. Non si tratta di demonizzare l’impegno, ma di cogliere il disagio sottostante: quel perfezionismo è un tentativo di anestetizzare un vuoto relazionale.

La responsabilità del mondo adulto

È tempo di affrontare con coraggio una verità scomoda: spesso, le più grandi discriminazioni rispetto all’immagine corporea avvengono proprio tra le mura domestiche o scolastiche. Il body shaming non è solo un fenomeno mediatico; si annida nelle battute improprie sul peso o sull’aspetto fisico fatte da genitori o insegnanti, spesso inconsapevoli del danno che arrecano.

Il mondo adulto, per essere davvero educativo, deve riscoprire la propria fragilità. Non esistono genitori o educatori infallibili. La tragedia non risiede nell’errore in sé, ma nell’incapacità di ammetterlo, nel tentativo di preservare un narcisismo che impedisce di vedere la sofferenza dell’altro. Quando un adulto non ammette i propri sbagli, crea un modello di rigidità che i figli, o gli allievi, finiscono per interiorizzare.

Verso una pedagogia della relazione

La sfida per il futuro non è clinica, ma culturale e politica. Dobbiamo ripartire dalla centralità della scuola come comunità, come baluardo del legame sociale che ancora funziona. È necessario costruire un sodalizio nuovo tra scuola e famiglia, basato sull’ascolto autentico.

Educare non significa solo far raggiungere obiettivi di apprendimento, ma capire chi sono le persone che abbiamo di fronte. Significa creare contesti in cui il ragazzo non si senta solo, in cui possa trovare soddisfazione nel legame con l’altro anziché nella gratificazione solitaria e autoreferenziale dei sintomi. Dobbiamo proporre ai giovani un mondo “più appetibile”, più saporito, dove la relazione sia il vero nutrimento. Solo riconoscendo la nostra fragilità e offrendo una presenza attenta e non giudicante, potremo aiutare le nuove generazioni a costruire un presente e un futuro in cui il valore di una persona non sia mai ridotto a un numero sulla bilancia.

Consigli pratici 

Affrontare il disagio giovanile e prevenire l’insorgere di un disturbo del comportamento alimentare richiede un cambio di prospettiva quotidiano. Ecco alcune indicazioni pratiche, emerse dall’analisi clinica e pedagogica, per aiutare i genitori a costruire un ambiente domestico e relazionale veramente “nutriente”.

  • Attenzione alle parole (stop al body shaming domestico): la casa deve essere un porto sicuro, non un tribunale. Evitate categoricamente battute, giudizi o commenti impropri sull’aspetto fisico, sul look o sul peso dei vostri figli. Molte delle discriminazioni più dolorose sull’immagine corporea nascono proprio all’interno delle mura domestiche, alimentando insicurezze profonde che i ragazzi cercheranno di “curare” attraverso il controllo del cibo.
  • Imparate a leggere i segnali “controintuitivi”: il disagio non si manifesta sempre con ribellione o brutti voti. Fate molta attenzione all’improvvisa “iper-performatività”. Se vostro figlio o vostra figlia diventa di colpo un perfezionista inflessibile, ossessionato dallo studio e dai risultati scolastici, e contemporaneamente inizia a isolarsi dai coetanei, non celebrate ciecamente questo cambiamento. Spesso, la stessa rigidità applicata ai voti viene applicata in segreto al controllo del corpo e delle calorie.
  • Non sottovalutate l’eccesso opposto: prestate attenzione anche a cambiamenti repentini verso l’iper-alimentazione, specialmente se accompagnati da un aumento di peso, irritabilità, nervosismo e tendenza a isolarsi. Anche il rifugiarsi compulsivamente nel cibo è un campanello d’allarme che indica il tentativo di anestetizzare un dolore o un vuoto relazionale.
  • Abbandonate il mito del genitore perfetto: i ragazzi hanno un disperato bisogno di adulti autentici, non di supereroi. Non abbiate paura di ammettere i vostri errori e di mostrare le vostre fragilità. Un genitore che difende a tutti i costi il proprio narcisismo e non sa chiedere scusa perde la fiducia del figlio. Mostrarsi umani e fallibili è il primo passo per ricostruire un dialogo sincero.
  • Fate squadra con la scuola, senza mettervi sulla difensiva: se un insegnante vi segnala un cambiamento nel comportamento o nell’umore di vostro figlio, evitate di chiudervi a riccio o di vivere la segnalazione come un’accusa alle vostre capacità genitoriali. Il senso di colpa paralizza. Accogliete l’osservazione e costruite un’alleanza educativa con i docenti: solo una rete solida può proteggere i ragazzi dall’isolamento.
  • Spostate il focus dal piatto alla relazione: ricordate sempre che il numero sulla bilancia o il cibo lasciato nel piatto sono solo la punta dell’iceberg. Il disturbo alimentare è un linguaggio, un modo per comunicare una fatica emotiva. Invece di ingaggiare battaglie quotidiane sulle calorie, investite tempo ed energie per capire cosa si è interrotto nel vostro legame. Offrite loro un mondo relazionale “appetibile”, fatto di ascolto e condivisione, affinché non abbiano più bisogno di cercare soddisfazione nel sintomo.