Le storie sono per me un pane quotidiano. Ne ascolto, ne racconto, ne leggo, ne invento. È importante saper ascoltare le storie per poter aiutare ed è importante saper raccontare storie che diventano spesso cura, riparazione, trasformazione di ciò che nella persona ha generato dolore.
Uno dei più importanti poteri delle storie è infatti proprio quello di trasformarci, nel corpo e nella mente.
Per i bambini è naturale raccontare storie mentre giocano, ad esempio prendendo dei ruoli, diventando un personaggio piuttosto che un altro, correndo, saltando, arrampicandosi…Più complicato è trovare invece le parole per raccontare quello che sentono nel loro profondo, ma in questo senso l’ascolto di una storia raccontata da un adulto può essere di grande aiuto. Infatti le storie, esattamente come il gioco spontaneo dei bambini, ci permettono di far emergere parti molto profonde di noi utilizzando delle metafore e dei simboli.
Ascoltare una storia tuttavia non è sempre facile perché l’ascolto richiede di fermare il corpo e lasciare che le immagini si muovano solo nella mente. Alcuni bambini ci impiegano molto tempo (lo sanno bene le insegnanti del nido o della scuola dell’infanzia!), ma ci sono degli accorgimenti che possiamo tenere presente se vogliamo aiutare un bambino ad interessarsi all’ascolto di una storia.
Innanzitutto molto dipende dal narratore e dalla sua capacità di coinvolgere il bambino emotivamente: chi racconta dovrà scegliere un argomento che sia vicino alle sfide, alle emozioni, ai vissuti del bambino che naturalmente cambiano a seconda delle diverse età. Inoltre è fondamentale il modo di raccontare: la postura, il tono della voce, le pause…la capacità di creare dei momenti di tensione a cui far seguire la rassicurazione. Infine un buon narratore deve ricordare che quanto più i bambini sono piccoli, tanto più si dovranno usare parole “vicine al corpo”, parole che i bambini conoscono bene perché parte integrante della loro esperienza e che quindi li toccano nel profondo e danno una forma concreta alle loro emozioni, specialmente alle loro paure. Si potrà descrivere per esempio la bocca del lupo, i suoi grandi occhi…e questo aiuterà i bambini a immaginare.
Dare forma alla paura non è in realtà solo un’esigenza dei bambini, ma di ogni essere umano. Provate a pensare quando avete una preoccupazione e non riuscite a parlarne con nessuno, immaginate il malessere che sentite dentro di voi (mal di testa, mal di pancia…). Quando potete parlarne, quindi dare forma con le parole al vostro stato interno, è come se il groviglio si sciogliesse, ci si sente più rilassati, lucidi, concentrati e sicuri di sé. Per il bambino è lo stesso!
Ho sentito recentemente descrivere la paura come “una piccola bambina che bussa alla porta”: se non apriamo la porta continueremo a sentir bussare e a pensare che al di là ci sia un terribile mostro, ma se invece abbiamo il coraggio di aprire e di guardare in faccia ciò che ci spaventa ecco che immediatamente scopriremo di non avere più nulla da temere.
Le principali paure dei bambini che possono trovare una profonda rassicurazione grazie alle storie sono essenzialmente due: perdere il proprio corpo (cioè andare a pezzi) e perdere l’altro o perdersi.
La paura di perdere il proprio corpo ha a che fare con la nostra nascita e i primi mesi della nostra vita. Quando veniamo al mondo infatti noi perdiamo quell’involucro contenente che sentivamo nella pancia di nostra madre e viviamo la sensazione di andare a pezzi. La necessità è quella di vivere sensazioni di riunificazione che derivano dalla qualità delle interazioni primarie che vivremo con le nostre figure di cura. I primi sei mesi di vita in questo senso sono fondamentali. In base alle esperienze che farà il bambino in questi sei mesi possiamo dire che si formerà la sicurezza di avere un corpo proprio e progressivamente potrà quindi separarsi dalla madre e raggiungere la propria autonomia. Per i bambini che hanno fatto esperienza di sufficiente sicurezza giocare a “perdere il proprio corpo” (saltare, rotolare, cadere ecc.) è molto piacevole perché sentono di perdere per qualche istante il controllo per poi ritrovarsi interi. Per altri bambini che invece devono ancora lavorare bene questa unità anche una puntura, una sbucciatura, togliere un cerotto, persino sporcarsi le mani o i vestiti ecc. possono rappresentare una grande paura.
Quali storie allora possiamo raccontare ai bambini per rinforzare la possibilità di sentirsi uniti e sicuri?
Per i piccolissimi sono molto utili le storie “riparatrici” che parlano di piccole ferite o cadute di cui la mamma del protagonista si prenderà amorevolmente cura. Dai tre anni potremmo raccontare storie di lupi, balene, coccodrilli ecc. che proveranno a mangiare il bambino, ma senza riuscirci. Infine per i bambini un po’ più grandi, potremmo usare le storie che raccontano di streghe, mostri, ladri ecc. che vogliono impossessarsi del bambino.
Sarà sempre importante caratterizzare bene questi personaggi, dare forma alle paure dei bambini, creare una tensione crescente, ma poi sempre un vissuto di rassicurazione profonda che viene dalla salvezza.
Rispetto invece all’altra grande paura, ossia quella di perdere l’altro, essa affonda le sue radici nel secondo semestre del primo anno di vita e ha a che fare con il concetto psicologico della permanenza dell’oggetto e la formazione dell’oggetto interno. Cosa significa? Fino a circa 8 mesi se il bambino perde di vista un oggetto con cui stava giocando è come se quell’oggetto fosse per lui scomparso e noi lo capiamo dal fatto che il bambino non lo cerca più. Lo stesso accade se la mamma cambia stanza e sparisce dal campo visivo del bambino. Tuttavia intorno agli 8 mesi accade qualcosa di nuovo: ci accorgiamo che il bambino inizia a cercare l’oggetto perso a dimostrazione che inizia a tenere in mente la sua rappresentazione e a pensare l’oggetto anche in sua assenza. Questo è un passaggio importantissimo dello sviluppo psicologico che si consolida tra i 12 e i 18 mesi: pensate cosa potrebbe voler dire per un bambino salutare i genitori che lo lasciano a scuola pensando di non rivederli mai più! Invece, crescendo e grazie alle ripetute esperienze che forgiano la fiducia che l’altro c’è per lui, il bambino mette dentro di sé la certezza che la mamma “continua ad esistere” anche quando non la vede e che tornerà sempre anche quando, per vari motivi, dovrà separarsi da lui.
Tuttavia è normale, soprattutto per i più piccoli, che quando la mamma si allontana il bambino tema di perderla. Per rinforzare la sicurezza potranno allora tornare utili alcuni giochi (come quello del nascondino e “del cucù”) e alcune storie. Sono le storie che raccontano la dinamica di perdere e ritrovare qualcuno o qualcosa, storie che raccontano di perdersi nel bosco o in altri luoghi spaventosi, storie che parlano del coraggio di separarsi per un po’ dalla mamma o dal papà e fare qualcosa per la prima volta da soli o ancora, per i più grandi, le storie che rassicurano rispetto al fatto che l’altro continuerà ad amarci anche se abbiamo litigato o se non abbiamo sempre rispettato le regole.
Molti sono i libri che contengono questi racconti, ma infiniti sono i racconti che possiamo inventare mettendo in gioco le nostre immagini più profonde, di paure e rassicurazioni e invitando progressivamente i bambini a portare le proprie personali immagini di paure e rassicurazioni. In questo modo, mentre il bambino dà forma alla paura le toglie potere, diventa attivo nei suoi confronti, non la subisce più e la paura…fa meno paura!
Il racconto della storia è un momento fondamentale anche della seduta di pratica psicomotoria, il momento che fa da ponte tra il gioco con il corpo e la creazione attraverso il disegno, le costruzioni, la plastilina. La storia dà avvio a quel processo di decentramento tonico ed emozionale necessario per prendere un po’ di distanza dal sentire del corpo e arrivare a pensare e ad esprimersi con il linguaggio verbale.
Martina Agnoli