Non sono più i bambini di qualche anno fa, questo è poco ma sicuro.
Chi lavora quotidianamente con loro — nelle scuole, nei contesti educativi o nelle sale di psicomotricità — lo percepisce chiaramente: qualcosa è cambiato. Non nei bambini in sé, ma nel mondo in cui stanno crescendo.
Negli ultimi anni diversi fattori hanno contribuito a questo cambiamento. La pandemia ha lasciato tracce profonde nei processi di socializzazione e regolazione emotiva. Il mondo digitale, sempre più pervasivo, ha trasformato le modalità di relazione e di esperienza: lo schermo è diventato spesso un regolatore emotivo immediato, capace di calmare, intrattenere, distrarre. Allo stesso tempo, molti genitori appaiono oggi più informati e competenti sul piano teorico, ma talvolta meno sintonizzati con l’esperienza concreta e corporea del proprio bambino, come se l’accesso continuo a risposte rapide avesse progressivamente indebolito l’ascolto intuitivo.
Anche la struttura familiare è cambiata: sempre più spesso i nuclei sono soli, lontani da reti di supporto, e questo rende il compito genitoriale più complesso e, a tratti, più carico di ansia. Parallelamente, il tempo dei bambini si è intensificato. Le loro giornate sono fitte di attività, esperienze, stimoli. Sembra dominare l’idea che “più fanno, più imparano”, mentre la noia — elemento fondamentale per lo sviluppo dell’immaginazione — viene evitata e percepita come una perdita di tempo.
Viviamo inoltre in una cultura del “tutto e subito”, dove anche i confini legati all’età sembrano sfumare: contenuti pensati per adolescenti vengono proposti a bambini molto piccoli, come se la capacità di comprendere o di “non avere paura” fosse sufficiente a legittimarli. In questo scenario, anche la scuola, spesso costretta a rispondere a logiche di standardizzazione, fatica a tenere conto della complessità e della specificità dei bambini reali.
Ma allora, dentro questo scenario, come stanno i bambini?
Nella pratica psicomotoria emergono segnali sempre più ricorrenti. Si incontrano bambini con una forte carica pulsionale, corpi che cercano intensamente il contatto, la pressione, l’impatto. Bambini che chiedono di essere contenuti fisicamente — schiacciati nei materassi, avvolti, trattenuti — come se avessero bisogno di ritrovare i propri confini corporei per sentirsi esistere.
Accanto a questo, si osserva una crescente difficoltà ad accedere al gioco simbolico. Il gioco resta a lungo ancorato alla dimensione pulsionale oppure si appoggia a immagini già strutturate, spesso provenienti dal mondo digitale: personaggi di film, cartoni, videogiochi. Tuttavia, queste immagini, pur condivise, non diventano facilmente terreno di incontro. Due bambini possono “fare Spiderman”, ma senza costruire una vera trama relazionale: ciascuno resta nel proprio immaginario, senza intreccio.
Un altro aspetto rilevante è la crescente dipendenza dall’adulto. Molti bambini faticano a sostenere il gioco autonomo o tra pari e necessitano della presenza attiva dell’adulto per dare forma, continuità e senso all’esperienza. Chiedono di essere visti, riconosciuti, accompagnati costantemente. In questo contesto, lo psicomotricista non è più solo un osservatore o facilitatore, ma diventa spesso anche in sedute di pratica educativa e preventiva un partecipante attivo: entra nel gioco, assume ruoli, introduce elementi di rottura, funge da collante e da portatore di immagini, sostenendo il passaggio dalla pulsione al simbolico, altrimenti è come se tutto restasse nella confusione.
Anche il momento dell’ingresso in sala racconta qualcosa di importante. Sempre più bambini necessitano di tempi lunghi per separarsi dal genitore e fidarsi del nuovo ambiente. La soglia tra “dentro” e “fuori” diventa uno spazio delicato, da costruire con gradualità. Spesso è necessario mantenere un contatto visivo o simbolico con il genitore, lasciando la porta aperta, permettendo un passaggio progressivo. Ma questa fatica nella separazione non riguarda solo il bambino: anche l’adulto, a volte, ha bisogno di essere accompagnato a fidarsi, a lasciare spazio, a tollerare la distanza, a “so-stare” proprio li nella sala d’attesa.
Infine, mi sembra emerga con sempre maggiore frequenza un segnale corporeo specifico: la ritenzione fecale associata a episodi di encopresi. Bambini che trattengono la cacca, che poi si sporcano involontariamente, spesso negando l’accaduto. Non si tratta di capriccio o di mancanza di volontà, ma di un linguaggio del corpo che parla di controllo, di difficoltà nella separazione, di gestione delle emozioni.
Trattenere e lasciare sono atti profondamente simbolici. In un contesto percepito come poco prevedibile, molto stimolante o emotivamente complesso, il corpo può diventare il luogo in cui esercitare un controllo possibile. La difficoltà a “lasciare andare” può riflettere una più ampia fatica a separarsi, a fidarsi, a tollerare il cambiamento.
Il lavoro psicomotorio, in questo scenario, assume un valore ancora più centrale. Non si tratta di correggere comportamenti, ma di offrire esperienze che permettano al bambino di riconnettere corpo ed emozione, azione e rappresentazione. Di accompagnarlo, attraverso la relazione, verso la costruzione del simbolico.
Forse, allora, la domanda non è tanto cosa stia succedendo ai bambini, ma quali condizioni stiamo offrendo loro per crescere. I bambini di oggi non hanno meno risorse: hanno però meno spazi e tempi per trasformare ciò che sentono in esperienza integrata.
E quando questo non accade, è il corpo che parla. Sempre.
Silvia Nascinguerra, Psicologa dell’età Evolutiva, Specialista in Pratica Psicomotoria Aucouturier e titolare del Centro di PPA “Bum”