28 Maggio 2025

Il valore del gioco

Le neuroscienze oggi confermano il valore cruciale del gioco e dell'arte per lo sviluppo infantile, dall'antichità fino alla moderna psicomotricità. Il testo esplora come il gioco, presente in ogni cultura e specie, stimoli la crescita neurologica e favorisca l'elaborazione emotiva. Viene evidenziato il ruolo dell'ambiente nel modellare il cervello, ribadendo che gioco e arte sono strumenti potenti per una crescita sana e armoniosa.
Una seduta di psicomotricità mobilita aspetti cognitivi, emotivi, sensoriali, motori e affettivi e dunque permette di modellare incessantemente le reti neurali del bambino.
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Le neuroscienze hanno riconosciuto il valore terapeutico del gioco e dell’arte.

Da sempre essi fanno parte della costruzione teorica e pratica di Bernard Aucouturier. Nella PPA la seduta è divisa in tre parti: nella prima prevale il gioco libero, mentre nella seconda e nella terza prevale l’arte attraverso il costruire o il disegnare o il raccontare.

Vorrei partire da una frase di una psicologa tedesca, Dorothee Solle, alla quale un giorno è stato chiesto come spiegherebbe la felicità a un bambino. Lei rispose: “Non gliela spiegherei, gli darei un pallone per giocare.”

Il gioco è presente nella storia dell’umanità da millenni. I primi giocattoli trovati risalgono al 3500 A.C. e sono stati scoperti in Turchia; si trattava di bamboline e carri. È interessante notare che questi giochi sono di poco successivi all’epoca in cui venne scoperta la ruota stessa, quindi potremmo dire che, appena venne scoperta della ruota, essa venne subito anche rappresentata nei giochi.

Il gioco è presente da migliaia di anni, in tutte le popolazioni e in tutte le culture.

In un libro che si intitola “Il grande viaggio in slitta”, Knud Rasmussen, un danese che ha attraversato la Groenlandia da est a ovest e che ha avuto contatti con le popolazioni autoctone, durante una conversazione con uno sciamano, chiede allo sciamano: “Dove vanno gli uomini quando muoiono?” e lo sciamano risponde: “Alcuni vanno in cielo e diventano ‘il popolo del giorno’, il loro paese è nella direzione in cui nasce il giorno; altri vanno sotto il mare, dove c’è una terra sottile che ha il mare da entrambi i lati. Questi vengono chiamati ‘il popolo della lingua di terra stretta’. Nel paese del giorno risorgono solo le persone che perdono la vita per sventura, per annegamento o omicidio. È un grande paese, si sta bene; c’è molta gioia, si gioca quasi sempre a palla in gruppi che gridano, cantano e giocano con il cranio di un tricheco. Quando i morti giocano a palla in cielo, sulla terra si illumina una meravigliosa aurora boreale.”

Per venire ai giorni nostri ricordo la prima pagina della rivista dell’Accademia Americana di Pediatria del 2018 che si intitola: “Volete bambini creativi, curiosi e più sani? Lasciateli giocare!”. Questa rivista spiega tutte le funzioni importanti che si sviluppano grazie al gioco, il gioco naturale, quello che esiste da migliaia di anni.

L’importanza del gioco per una buona crescita non è una scoperta recente dell’Accademia né delle neuroscienze. Il primo accenno risale al 348 a.C. ed è stato fatto da Platone in un dialogo intitolato “Leggi” e rimasto incompiuto, in cui si dice quanto segue: “Ci sarebbe bisogno di giochi per il carattere dell’anima del bambino di tre, quattro e cinque anni, anche se per i bambini di tale età certi giochi sono spontanei; quando si ritrovano insieme, per così dire, essi stessi li scoprono. Tutti questi bambini di età compresa tra i tre e i sei anni devono riunirsi in luoghi sacri di ogni villaggio, ciascuno degli appartenenti al villaggio nello stesso luogo. Inoltre, le nutrici dei bambini di tale età devono prendersi cura del buon ordine e dell’ottemperanza”.

Vorrei sottolineare brevemente due concetti: il primo è che i giochi sono importanti “per il carattere dell’anima”; il secondo, è che devono esserci “delle nutrici che si prendano cura del buon ordine e dell’ottemperanza”.  Il ruolo di uno psicomotricista formato alla PPA è proprio quello di dare ordine e protezione anche al bambino che non riesce a contenersi nel gioco.

Il gioco è, poi, legato all’arte nel senso che i bambini non solo giocano spontaneamente (non c’è bisogno di corromperli per farli giocare; per mangiare le verdure c’è bisogno di corromperli!), ma quando si ritrovano insieme a giocare spontaneamente, costruiscono anche storie, interagiscono fra loro e creano mondi. Sviluppano fantasia, immaginazione e una serie di funzioni della mente che sono fondamentali per la crescita.

A questo punto sorge la domanda: perché noi esseri umani abbiamo mantenuto questa capacità, questo interesse e questo piacere? Perché questi aspetti sono stati preservati mentre tanti altri sono stati persi nel tempo? Tra l’altro è interessante notare che il gioco non è presente solo negli esseri umani, è presente anche negli animali, sicuramente in tutti i mammiferi e, forse, anche in qualche uccello.

Nel 2011, Jaak Panksepp ha identificato, a livello sottocorticale, cioè in quelle strutture nervose che stanno sotto alla corteccia cerebrale, sette circuiti, che oggi vengono considerati importanti almeno alla pari della corteccia cerebrale stessa e che sono legati alla sopravvivenza. Tra questi circuiti troviamo quello della ricerca di cibo e di accoppiamento, quello della cura (senza la cura dei piccoli, la specie non potrebbe sopravvivere), quello dell’aggressività (che serve per difendere il territorio, i figli ecc. quindi è qualcosa di diverso dalla violenza) e anche il circuito del gioco. Pertanto, il gioco è in qualche modo inscritto nel nostro corpo.

Negli animali da esperimento si è osservato che, come nei bambini, il gioco più importante è quello della lotta e del corpo a corpo (tra l’altro, la parola “palestra” deriva dal greco “palé”, che significa lottare). Si è visto che gli animali che giocano, anche quelli perdenti, apprendono meglio di quelli a cui è vietato giocare. Inoltre, se tra due animali che giocano vince sempre lo stesso, a un certo punto quello che vince smetterà di vincere per timore che l’altro si stanchi e smetta di giocare.

Il gioco, quindi, non vale solo come fonte di piacere, ma anche come strumento per lo sviluppo psicologico e affettivo.

Dal punto di vista neurologico, è stato dimostrato che il gioco stimola il GNF, il fattore di crescita nervosa descritto da Rita Levi Montalcini, la cui scoperta l’ha portata a ricevere il premio Nobel. Questo fattore di crescita nervosa viene stimolato non solo da una serie di sostanze proteiche, ma anche appunto dal gioco.

Antonio Damasio, un neuroscienziato portoghese che lavora negli Stati Uniti, sostiene che le storie sono un modo per esplorare la nostra mente. Pensiamo alla tragedia greca, dalla quale gli spettatori erano coinvolti emotivamente e grazie alla quale riuscivano a comprendere qualcosa di più del loro essere, della loro esistenza.

Il gioco e le storie interagiscono con la cognitività e l’affettività. Ma in che modo?

Il gioco apre spazi allo sviluppo della fantasia. Attraverso il gioco, i bambini possono sperimentare la realtà ed esprimere sentimenti vitali in un contesto controllato e, ripetendo le esperienze simbolicamente in diversi modi, possono elaborare conflitti e sentimenti dolorosi.

Questo significa che le storie che i bambini creano attraverso il gioco ci raccontano qualcosa di loro e costituiscono un modo per elaborare le emozioni. Inoltre, come affermava Allan Schore, il gioco ha anche la caratteristica di favorire la maturazione del sistema nervoso. I bambini traumatizzati mostrano problematiche sia nel gioco che nella maturazione psichica.

Dunque, possiamo affermare che il gioco può aiutare i bambini a maturare alcune strutture nervose e, quindi, a leggere la loro mente, a rielaborare i conflitti.

A questo proposito è fondamentale ricordare Eric Kandel, che nel 2000 ha vinto il premio Nobel per la medicina grazie ai suoi studi nei quali ha dimostrato che l’ambiente è in grado di modulare l’espressione genetica, sia in senso positivo che negativo. Un ambiente abbandonico e trascurante compromette lo sviluppo di un bambino, mentre un ambiente ricco e affettivamente nutriente lo sostiene nella crescita. Di conseguenza, anche in situazioni difficili, ridefinendo l’ambiente e le esperienze, si può in qualche modo aiutare il DNA a esprimere parti “costruttive” piuttosto che “distruttive”. E’ quell’ambito della medicina, che chiamiamo “epigenetica”.

Ci sono esempi di epigenetica particolarmente significativi. Ad esempio, è stata condotta una ricerca sull’età neurologica di due fratelli gemelli, di cui uno vive nel Wisconsin e gestisce una fattoria, mentre l’altro risiede a New York e lavora in borsa. Dallo studio è emerso che presentano una differenza di età genetica 10-15 anni a favore del gemello che lavora in fattoria.

Questo lavoro di Kandel ha conferito valore scientifico alla psicologia, alla pedagogia, alla psicoterapia, e anche alla PPA.

Nella Pratica Psicomotoria Aucouturier troviamo due elementi fondamentali:

  1. un’ampia parte di gioco motorio spontaneo, in cui i bambini esprimono liberamente le proprie emozioni;
  2. una componente artistica, che include disegni e costruzioni, in cui ci si sperimenta e l’emozione si apre all’affetto.

Cosa significa questo? Secondo molti neuroscienziati, possiamo parlare di emozione fin quando essa rimane nel cuore. Tuttavia, quando l’emozione viene pensata, rielaborata e compresa, si trasforma in affetto. Quindi, disegnando e osservando ciò che si è disegnato, costruendo e vedendo ciò che si è costruito, i bambini possono rendersi conto di ciò che hanno dentro di loro e iniziare a dare un nome a queste sensazioni. Tutto ciò avviene in presenza di un adulto che, come ha scritto Platone, si occupa del “buon ordine”.

Daniel Stern nel 2019 ha scritto che le reti neurali funzionano in modo tale che ogni traccia dell’esperienza – sia essa di natura cognitiva, emotiva, sensoriale o motoria – può modificare e ricodificare le tracce precedenti. Le reti neurali sono dunque incessantemente modellate dall’esperienza.

Una seduta di psicomotricità mobilita aspetti cognitivi, emotivi, sensoriali, motori e affettivi, permettendo di modellare continuamente le reti neurali del bambino.

Mi sembra particolarmente affascinante il fatto che il nostro cervello contenga strutture per il gioco, la storia e l’arte e che possa al tempo stesso essere modificato dal gioco, dalle storie e dall’arte.

Mauro Polacco, Neuropsichiatra infantile