In questo tempo che precede il Natale, periodo in cui tradizionalmente prendo una pausa dal lavoro per stare in famiglia, voglio condividere un ringraziamento a quei genitori che, più o meno consapevolmente, in questi giorni, mentre ci salutiamo e ci auguriamo buone feste, mi lasciano una testimonianza della “bontà” del lavoro fatto con i loro figli e per i loro figli.
Lo faccio perché queste testimonianze sono luce e linfa per continuare sempre.
Io lo so che è come dite, cari genitori, ma quando me lo dite voi, lo so ancora meglio e lo voglio condividere per raggiungere anche chi rimane ancora nel dubbio.
“Non so se sia stato questo percorso, ma noi lo vediamo cambiato, ha fatto tanti progressi.”
“La maestra mi ha avvicinato e mi ha detto che è il bambino tra tutti che ha fatto il cambiamento più grande e positivo.”
“Ogni settimana è sempre contento di venire qui.”
“Mi hanno detto che ora è prontissimo per la scuola primaria.”
“Quest’anno finalmente è riuscito a praticare uno sport di gruppo, ti ricordi all’inizio che era impossibile?”
Sono le parole dei genitori di bambini che partecipano a dei percorsi di aiuto terapeutico, che quindi hanno avuto bisogno di un lavoro lungo e molto specifico per poter stare meglio con se stessi, con gli altri, in famiglia e a scuola.
Ringrazio per la fiducia e la pazienza, qualità dell’animo per niente scontate che personalmente ho imparato a coltivare nella mia vita, soprattutto attraversando momenti di grande dolore, in cui non ho potuto far altro che fidarmi, con pazienza e non senza fatica, dell’aiuto di qualcuno, sentendo però da qualche parte dentro di me una certa sicurezza e tranquillità di essere in buone mani. In fondo come dice Stefania Andreoli, psicologa e psicoterapeuta: “Non arrivi a fare il mio lavoro se la vita ti è andata sempre bene”.
Quando allora fiducia e pazienza vengono riservate a me sento che mi viene concessa la chance di mantenere la promessa di aiuto, consapevole dell’impegno e della responsabilità che mi assumo. I bambini non sono oggetti che si aggiustano o si riparano, si riportano a casa e tutto è apposto. I bambini hanno a volte ferite profonde che si leniscono con un lavoro lungo e meticoloso, che non lascia nulla al caso, che richiede di andare oltre al sintomo, di fare un giro completamente diverso, di non tralasciare neanche una piccola parte di loro, di guardare sotto quella punta di iceberg che è il comportamento per coglierne il senso e partire da lì, ritornando all’origine, al preverbale, al corpo in relazione per poter poi stare meglio. Se ci fermiamo alla punta, a ciò che è “manifesto”, continuiamo a vedere solo quello: il bambino che non sta fermo, che non molla il ciuccio, che non toglie il pannolino, che non sa stare in gruppo, che disturba, che non sta attento ecc…Ma intanto che cerchiamo etichette per capire che nome dare a questo “modo di stare al mondo” perdiamo di vista le persone che ci sono lì sotto, le loro emozioni, le loro storie e i loro pensieri e le priviamo della possibilità di costruirsi come un “intero”, un “tutto unico” e non come un insieme di parti attaccate precariamente tra loro.
“Ma è facile per te che li vedi uno alla volta!” No, non è facile affatto! Richiede molta preparazione, molto studio, richiede una formazione continua, una quotidiana disponibilità corporea, emozionale e mentale ad incontrare l’altro, richiede anche di assumersi il rischio di sentirsi dire: “Andiamo altrove, questo lavoro non porta a nulla!” e di sopportare a volte un certo senso di solitudine per la visione che tengo del bambino e del suo stare bene!
Bernard Aucouturier dice: “Non so come evolverai, ma conosco i mezzi perché tu possa farlo al massimo delle tue possibilità”.
Questa “conoscenza” non è presunzione, deriva dallo studio, ma anche e soprattutto dall’aver sentito dentro di sé attraverso una continua formazione personale quale risposta si può dare alla domanda profonda e nascosta di quel bambino.
Ogni bambino è un essere di azione e trasformazione, dobbiamo credere in lui!
“Si può venire anche il prossimo anno da te o sono troppo grande? Perché io ho detto alla mamma che voglio tornare!”
“Io vorrei venire qui per sempre!”
I bambini lo sanno.
Martina Agnoli